Simonsen e Kristensen: il voltafaccia del destino

Il destino toglie e dà con una rapidità annichilente e l’edizione 2013 della 24 Ore di Le Mans ne è la prova inconfutabile. Chiamatelo karma, fato, magari fortuna, ma al peggior inizio possibile è seguita la conclusione migliore che si potesse figurare.

A trionfare insieme a Loïc Duval e Allan McNish è stato Tom Kristensen, alla nona affermazione nella classica della Sarthe. Ma a rendere prestigiosa ed emozionante la vittoria di “Mister Le Mans” non sono le statistiche, non sono i numeri, bensì un ricordo da fare.

Appena dieci minuti dopo il via, la morte è tornata ad allungare la propria ombra sulla corsa francese. Erano ventisette anni che ciò non accadeva e questa volta la cinica roulette della sorte ha individuato in Allan Simonsen la sua vittima. L’Aston Martin del danese si schianta contro un guard rail dopo Tertre Rouge, tradita dall’asfalto viscido e da un incontrollabile “effetto pendolo”. L’impatto è stato certamente violento ma nessuno lo avrebbe catalogato come fatale. Invece i soccorsi si rivelano tempestivi ma inutili e Allan si aggiunge alla lunga lista dei tributi che una sorte bastarda richiede troppo spesso al nostro sport.

È qui che con irrispettosa scaltrezza il destino gira la testa e punta lo sguardo su Kristensen, connazionale di Simonsen, e come a voler chiedere perdono inizia ad accompagnare l’equipaggio dell’Audi numero due verso il trionfo in un gioco di testa e di sentimenti degno del maestro Alfred Hitchcock.

La e-tron quattro di Lotterer-Fässler-Tréluyer, dominatrice incontrastata fino a quel momento, è vittima di un guaio tecnico ed è costretta a fermarsi ai box, perdendo oltre quaranta minuti. Contemporaneamente anche un’altra Audi accusa un problema e l’unica monoposto della Casa dei Quattro Anelli a “salvarsi”, guarda un po’, è proprio quella di Kristensen, Duval e McNish, che passa in testa.

Sono passate solo sette ore di gara. È già successo di tutto, ma molto altro deve ancora accadere. Pioggia, incidenti e Safety Car si innalzano al ruolo di leitmotiv della competizione, così i piloti si ritrovano a dover guidare facendo i conti più o meno con la stessa sensazione che prova un soldato camminando in un campo minato. Alcuni cedono e si schiantano, altri resistono.

Le vetture tedesche sono le più veloci del lotto ma in queste condizioni il giro di vantaggio che Tom e compagnia hanno sulle due Toyota non è un margine di sicurezza. Ormai, però, in gioco c’è un elemento che va oltre la pista e le vicende di gara; Kristensen è, come direbbero gli anglosassoni, “a man on a mission”, un uomo con una missione. Non è un caso che sia proprio lui a guidare nel corso dell’ultimo stint di gara e a portare, commosso, la macchina al traguardo. Una vittoria sofferta, ottenuta affrontando mille difficoltà, concrete e astratte.

Lo scenario hollywoodiano è completo, la missione compiuta. Il risultato sportivo è solo un pretesto per realizzare qualcosa di più grande: onorare la memoria di un collega, amico e alfiere dello stesso paese, come un miliziano fa con i compagni caduti in battaglia.

Che crediate o no al soprannaturale, questa “coincidenza” ci consegna una storia triste ma al contempo bella e toccante, che solo un’avventura del calibro della 24 Ore di Le Mans è capace di plasmare. E che il sottoscritto è fiero di poter, un giorno, raccontare al proprio prossimo.