Simonsen e Wheldon, due pesi e due misure?

A due giorni dalla morte di Allan Simonsen non vorrei e non voglio fare il solito editoriale accusatorio verso chi e verso cosa, ma vorrei capire insieme a voi, e mi rivolgo a voi carissimi lettori, con il cuore aperto, se nel caso di una morte in pista per fermare o meno una gara vale la regola del ‘chi sia morto’.

Da profondo appassionato di IndyCar vedendo in TV le immagini della Aston Martin di Simonsen squarciata in due non ho potuto non pensare anche per una frazione di secondo al grande Dan Wheldon, morto due anni fa a Las Vegas nella gara conclusiva della stagione e come tutti sapete allora la gara venne sospesa e mai conclusa.

Quindi vale veramente la regola del ‘chi muore’?. Si può decidere in base al nome di chi se ne vola per sempre in Paradiso se fermare una gara o no?. Una vita vale più dell’altra?. A tre giorni dalla morte del pilota danese a Le Mans non sono riuscito a dare una risposta convincente a questi miei quesiti lo ammetto, ma trovo incredibile questa disparità di pensieri in uno sport dove la morte è sempre dietro l’angolo e dovrebbe per lo meno esserci un codice di comportamento, comune, che spazzi via ogni dubbio e quindi le polemiche.

Mi chiedo questo perché trovo paradossale che nel caso di Simonsen si continui, giustamente ed inoltre in sua memoria, e nel caso di Wheldon si fermi tutto e anzi si prepari in-loco addirittura una parata commemorativa, cosa che potrebbe sembrare sacrosanta e ancora più giusta. Qual’è la retta via per ricordare un professionista che non faceva altro che il suo lavoro ben conscio della sua pericolosità?

Credo che nel caso di Wheldon è stato dato più spazio al cuore e meno alla testa, ci si sia lasciati andare sull’onda delle emozioni, talvolta personali dei piloti in lacrime, consci che la figura dell’inglese era troppo importante per non essere ricordata a poche ore dalla sua morte, mentre sono sicuro che a Le Mans abbiano preferito un approccio più ragionato, per quanto possibile, alla situazione anche grazie al consenso della famiglia Simonsen che ha voluto onorare così la morte del figlio.

Ma a tre giorni dall’ultima pagina nera del nostro amato sport, su una cosa non ho alcun dubbio, sul come si ricorda un collega ed un amico morto; basta spingere e spingere ancora, giro dopo giro sempre di più, più veloci anche della morte, perché correre è vita.

 

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