Il mostro Dixon e l’orrore WTR: la Rolex 24 è affare di Ganassi

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Giunto alla sua seconda stagione, il Tudor Championship 2015 si è aperto con la cinquantatreesima edizione della 24 Ore di Daytona, prima prova del campionato e della “miniserie” NAEC (North American Endurance Championship). 53 è anche il numero degli iscritti alla kermesse della Florida, in netta flessione rispetto alle 67 unità del 2014 per diverse ragioni: la serie IMSA è molto criticata da più parti e vive un momento molto delicato, alcune squadre hanno ridotto il proprio impegno e altre hanno abbandonato in toto, ma di tutto questo abbiamo già parlato più volte in separata sede (nelle puntate 112 e 113 di RetroBox, ad esempio).

In tutte le classi, o quasi, l’incertezza ha regnato fino alla checkered flag. La vittoria assoluta è finita nelle mani del team di Chip Ganassi, con un sontuoso Scott Dixon che ha trascinato fino alla victory lane la Ford EcoBoost #02 e i compagni di squadra Tony Kanaan, Kyle Larson e Jamie McMurray. La straordinaria prova del pilota neozelandese, vero MVP della competizione, è stata cruciale per le sorti della gara: a lui sono stati affidati, tra gli altri, lo stint iniziale e quello finale, entrambi lunghissimi e chiusi in prima posizione grazie a un ritmo impressionante e malgrado le caution (di cui però parleremo più in là). È interessante rimarcare, tra l’altro, come il successo sia stato ad appannaggio di una vettura non “regular”, non iscritta a tutto il campionato. Meno fortunato l’altro equipaggio schierato dalla compagine rossoblu, lo #01 di Pruett/Hand/Kimball/Karam, che a causa di un problema tecnico ha dovuto gettare la spugna nelle ultime fasi della corsa mentre era in piena lotta per la testa.

In seconda posizione troviamo la #5 di Action Express Racing, vincitrice lo scorso anno, che con il collaudato trio Barbosa/Fittipaldi/Bourdais ha attivato una sorta di modalità “formichina”; nascostasi nelle prime fasi, la Corvette DP è venuta fuori alla distanza e si è giocata la vittoria fino al termine, salvo trovare un Dixon non esattamente d’accordo. Nota dolente in casa Chevy è invece l’errore (orrore?) da principianti che a dieci minuti dalla fine ha tagliato fuori dalla contesa il Wayne Taylor Racing: un calcolo “poco efficace” del tempo trascorso in macchina da parte dei piloti ha costretto Jordan Taylor a rientrare ai box affidando la #10 al fratello Ricky per non incorrere in penalizzazioni e assicurarsi l’assegnazione dei punti in classifica. Gara buttata, ma non basta: la sosta è avvenuta (ma non si tratta di un ulteriore errore del team, bensì di una conseguenza del primo) in regime di caution, quando la pit lane era chiusa, fruttando a Taylor uno stop and go che non ha pregiudicato la terza piazza finale.

10940507_629726303800378_1793149129868565580_nGrande delusione per Michael Shank Racing, detentore della pole e in vetta a tutte le sessioni di prova disputate, le cui chances di vittoria si sono infrante dopo un contatto con un muro di gomme nella notte; John Pew si trovava in terza posizione al momento del crash ed è stato costretto a riportare la sua Ligier ai box per le necessarie riparazioni, perdendo due giri. Rammarico anche in casa Deltawing, dove un ottimo inizio di gara aveva fatto ben sperare e un ritiro dopo poche ore ha rapidamente placato gli entusiasmi. Il progetto, però, sembra molto migliorato e i capitali portati da Memo Rojas e il gruppo Claro non possono che fare bene e accelerare lo sviluppo.

La caution che ha neutralizzato la corsa nelle fasi finali è stata causata dal rogo dell’Oreca #54 del CORE Autosport, leader nel Prototype Challenge con Colin Braun alla guida. Ancora una volta la compagine di Jon Bennett si è dimostrata la più veloce e completa, ma la sfortuna ha giocato contro consegnando la vittoria nelle mani dell’equipaggio #52 formato da Novich/Guasch/Palmer/Kimber-Smith. Il weekend della categoria PC è stato segnato da una preoccupante vicinanza con i tempi delle vetture GTLM, che ha creato difficoltà in diverse fasi di gara, soprattutto in termini di traffico.

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Parlando di GTLM, Chevrolet ha fatto la voce grossa trionfando con la Vette #3 di Garcia/Magnussen/Briscoe. Lo spagnolo ha preceduto sul traguardo di un’incollatura la BMW #25 di Auberlen/Werner/Farfus/Spengler, “azzoppata” da un’uscita di pista di quest’ultimo che, scrivendo una nuova pagina del manuale “come buttare al vento una leadership sicura”, ha divelto la parte posteriore del bodywork. Terza classificata l’altra Corvette, quella di Milner/Gavin/Pagenaud, vittima di diversi intoppi nelle 24 ore di gara. A proposito di BMW, la Z4 sembra aver in parte tamponato il gap di velocità massima che l’ha storicamente afflitta rispetto alle altre GT, almeno per quanto riguarda la versione GT2.

10686853_629725647133777_1605862293654353612_nNella notte americana si è consumato il disastro Porsche, con le due 911 ufficiali entrate in contatto a causa di un errore di guida di Earl Bamber, mentre nel corso della mattinata la #17 del team Falken Tire ha abbandonato la corsa per noie tecniche mentre diceva la sua per la vittoria. La sfortuna che ha tarpato le ali alle vetture tedesche ha colpito anche le due Ferrari iscritte, con la #51 e la #62 vittime di incidenti e costrette al ritiro.

Il nutrito equipaggio #93 di Keating/Farnbacher/Carter/Wittmer/Lawrence si impone in GTD e prova la bontà del progetto Viper, in testa per diverse ore anche con la #33. Da sottolineare l’ottima prestazione del team Dempsey, che porta gli storici colori Brumos Porsche al terzo posto con una solida prestazione di Snow/Heylen/Dempsey/Eng.

In chiusura, tocca constatare come nulla sia cambiato rispetto allo scorso anno in fatto di caution. Molte delle bandiere gialle esposte sarebbero state evitabili, ma più ancora che nell’eccesso di zelo il problema risiede nella durata delle safety car, spesso molto eccessiva. L’obbligo di concedere ingressi in pit lane separati per ogni classe allunga a dismisura i tempi di neutralizzazione, portandole facilmente a una trentina di minuti. Servirebbero un po’ più si senno e magari soluzioni alternative, ma anche di questo abbiamo già parlato approfonditamente nella scorsa stagione. Purtroppo, però, il segnale non sembra essere stato recepito.

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