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Quando il buongiorno si vede dal mattino: viaggio tra le righe della Rolex 24

Accade molto spesso, alla fine di una corsa di questo tipo, di sentirsi tristi. Le gare endurance sono un concentrato di emozioni talmente forte da lasciare il segno nel cuore dell’appassionato, che si svolgano a Le Mans, Daytona, Sebring o altrove; sono competizioni nelle quali lo sforzo collettivo, il lavoro duro e asfissiante, lo stress dei guasti dietro l’angolo e la feroce battaglia in pista si sublimano nella gioia del traguardo, pazienza se si vince o no.

La Rolex 24 2014 è stata un lussuoso contenitore di tutti gli ingredienti che compongono le corse di durata, dall’eccitazione alla paura, ragion per cui una mera cronaca non le renderebbe giustizia; cerchiamo quindi di evidenziare gli aspetti più importanti e leggere tra le righe di quanto accaduto nel weekend della Florida.

Il successo assoluto (che in queste maratone non può mai essere immeritato) è andato all’equipaggio formato da Christian Fittipaldi, Joao Barbosa e Sébastien Bourdais, alfieri dell’Action Express Racing. La squadra ha fornito ai piloti una Corvette affidabile e veloce fin dalle prove, che ha permesso loro di precedere di un’incollatura la vettura gemella del Wayne Taylor Racing. Max Angelelli, i fratelli Ricky e Jordan e papà Wayne hanno guidato la gara per buona parte della Domenica mattina, salvo poi perdere la leadership per un intoppo con una vettura doppiata.

A proposito del nostro portacolori, i telecronisti di Fox Sports hanno criticato la decisione di affidare a “Max the Ax” l’ultimo stint di gara. Guardando i risultati qualcuno potrebbe pensare che avessero ragione, ma ci permettiamo di dissentire: gli ultimi due turni di guida della DP #5 sono stati condotti in maniera egregia da Bourdais prima e Barbosa poi, prestazioni che non hanno lasciato scampo ad un positivissimo Angelelli. Oltre ad essere autore di una rimonta furibonda che lo aveva portato in prima posizione intorno alle sei del mattino, Max è riuscito in un primo momento a ridurre il distacco che lo separava dal portoghese, salvo poi non riuscire a sfruttare a proprio vantaggio la ripartenza dopo l’ultima caution.

Al terzo posto chiude la seconda auto di AXR, la #9 di Martin/Giroix/Bu. Frisselle/Br. Frisselle e subito dietro un’altra Corvette, la #90 del team Spirit of Daytona guidata da Westbrook/Valiante/Rockenfeller. La superiorità delle monoposto prodotte da General Motors non è stata così assoluta, ma alla distanza ciò che ha fatto la differenza sono state l’esperienza e la possibilità di contare su un progetto collaudato. Ford è stata in testa con la #02 del team Ganassi (Dixon/Kanaan/Larson/Franchitti) e ha navigato nelle posizioni che contano quasi fino alla fine, mentre la #01 (Pruett/Rojas/McMurray/Karam) è stata da subito afflitta da problemi tecnici. Il materiale sul quale lavorare è di ottima fattura, serve però un po’ di tempo per affilare le armi.

Se tra i DP c’è stato grande equilibrio, il discorso muta radicalmente toccando il tasto LMP2: la prima barchetta è stata la #6 di Luhr/Graf/Brundle che ha terminato al quinto posto. Le immagini televisive sottolineano una grande efficacia delle P2 nel tratto misto e in accelerazione, ma anche un’altrettanto grave lacuna in velocità di punta, tanto che la perdita di tempo sulle soprelevate rispetto ai DP è quantificabile in qualcosa di vicino al secondo. Per vedere il vero potenziale di queste auto bisognerà aspettare di approdare su tracciati più tortuosi o più conosciuti come ad esempio Sebring, prossima gara in calendario.

Uno dei temi dominanti è sicuramente il terrificante incidente tra Matteo Malucelli e Memo Gidley, pilota di uno dei prototipi favoriti per il trionfo, vale a dire la polesitter Corvette #99 “Red Dragon” del GAINSCO/Bob Stallings Racing. L’interrogativo che si sono posti molti appassionati è relativo alla sicurezza dei DP: la vettura di Gidley, infatti, ha subito danni molto consistenti nell’impatto e non ha saputo isolare al meglio il pilota evitandogli gravi conseguenze. Stando a quanto detto da Max Angelelli nella puntata 56 del nostro talk-show RetroBox, però, queste vetture sono persino più resistenti delle LMP1. Chi ha ragione? La sentenza starebbe agli esperti di tecnica e materiali, ma una verità può essere trovata nel mezzo: è vero che il povero Memo ha subito diversi danni e che il tubolare non ha retto come avrebbe dovuto, ma la necessità di “segare” il traliccio per poter liberare il pilota gioca a favore della sua resistenza. L’argomento è comunque spinoso e bisognerà accertare quanto prima quali sono state (ammesso che ce ne siano state) le mancanze della scocca della #99.

Per chiudere il discorso Prototipi, va segnalata la grande prestazione di Brendon Hartley alla guida della Dinan-Riley #78 dello Starworks Motosports. Complice il gioco delle soste, il neozelandese ha saputo portare la sua cavalcatura fino al secondo posto assoluto nonostante la partenza dall’ultima posizione. La corsa dell’equipaggio si è poi conclusa con un incidente quando alla guida si trovava Sebastian Saavedra.

Nella divisione PC si è affermata l’Oreca del CORE Autosport guidata da Colin Braun, Jon Bennett, James Gue e Mark Wilkins. Dopo aver preso il via dalla pole position, la #54 ha dovuto vedersela soprattutto con la #25 dell’8Star Motosports di Potolicchio/Huff/Kimber-Smith/Marsal. Per quanto riguarda la classe GTLM, la vittoria è andata alla Porsche #911 ufficiale affidata a Nick Tandy, Richard Lietz e Patrick Pilet; dietro di loro la BMW #55 (Auberlen/Priaulx/Hand/Martin) e la SRT Viper #91 (Goossens/Farnbacher/Hunter-Reay), partita al palo. Malgrado i ritiri, comunque, le nuove Chevrolet Corvette C7.R si sono dimostrate da subito veloci, ma come nel caso dei motori Ford EcoBoost serve portare avanti lo sviluppo per perseguire l’obiettivo affidabilità.

Uno degli episodi che più ha fatto discutere è quello verificatosi nel corso dell’ultimo giro nella categoria GTD. Secondo la direzione di gara Alessandro Pier Guidi, a bordo della Ferrari #555, si era reso protagonista di un contatto evitabile con Marcus Winkelhock, pilota dell’Audi R8 #45; all’italiano, transitato per primo sotto la bandiera a scacchi, erano stati attribuiti 75 secondi di penalità e la vittoria era stata assegnata al tedesco, che correva insieme a Spencer Pumpelly, Nelson Canache Jr. e Tim Pappas. Dopo il grande polverone sollevatosi in rete, i commissari hanno visionato nuovamente il filmato del presunto incidente e hanno revocato la penalizzazione, concludendo che il contatto non c’era stato. Così il successo è andato alla prima entry del Level 5 Motorsports, portata in pista anche da Townsend Bell, Bill Sweedler, Scott Tucker e Jeff Segal. Riguardo alla Ferrari, è da notare la velocità massima molto superiore rispetto alle concorrenti.

Ora i motori si spengono per un po’, salvo tornare a ruggire dal 12 al 15 Marzo in occasione della 12 Ore di Sebring. Se il buongiorno si vede dal mattino, lo spettacolo non dovrebbe mancare.

Potete trovare l’ordine d’arrivo della Rolex 24 al link http://www.imsa.com/sites/default/files/race_result_files/TUDOR%20Daytona%20Race%20Provisional.pdf


Di Edoardo Vercellesi

Classe 1997, dall'età di 3 anni segue ogni tipo di competizione a due e quattro ruote, crescendo adorando i protagonisti della Superbike dagli ultimi anni '90 in poi (su tutti Ben Bostrom e Akira Yanagawa). Telecronista del CEV per Sky Sport, columnist a tutto tondo e in precedenza responsabile endurance americana, per Motorsport Rants tiene la rubrica sul mondo delle due ruote "Semaforo Verce" e cura la copertura della 24 Ore di Le Mans.