WEC: 6 minuti di Interlagos

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No. La gara brasiliana non ha subìto la sorte del Gp d’Australia 1991; nessuna tribù amazzonica è passata dal rimpicciolire teste umane al ridurre la percorrenza di una gara automobilistica, e l’autore di questo articolo è sufficientemente lucido da confermare che nel titolo non vi è alcun errore, così come gli organizzatori del Wec che non hanno improvvisamente deciso di cambiare format alle corse da loro organizzate. Ma allora qual è il motivo di una tale, voluta, modifica? Segreto. Ma forse, raccontando e analizzando questo ottavo appuntamento del mondiale endurance, il segreto potrebbe non essere più tale!

Il podio della 6h di Interlagos

Vince la Porsche 919 Hybrid #14, affidata all’equipaggio Lieb/Dumas/Jani, reduci da una lotta senza quartieri che ha coinvolto 3 team e 3 differenti costruttori. Altitudine, problematiche tecniche e diversità tra i vari piloti hanno livellato prestazioni che fino alla tappa sul circuito del Bahrain sembravano ben delineate e distanti tra loro, consentendo alle Porsche di divenire la principale pretendente alla vittoria già dalle libere, con Toyota e Audi vicinissime nei tempi tanto che in qualifica le due vetture di Ingolstadt e la Toyota #7 erano racchiuse nello spazio di 1 centesimo di secondo, con la pole andata alla Porsche #20, seguita dalla vettura gemella. Ma in gara è stata quest’ultima a spuntarla, mentre la seconda Porsche alternava giri veloci a giri molto lenti a causa di problemi non meglio specificati e, a mezz’ora dalla fine, è rimasta vittima di un violento incidente mentre dietro al volante sedeva Mark Webber. Secondi i dominatori del campionato, Davidson e Buemi, arrivati a tiro del prototipo leader prima dell’uscita di Webber che ha costretto la direzione gara a far finire la corsa dietro la vettura di sicurezza (nessun rimpianto per gli alfieri del costruttore nipponico, visto che grazie al loro piazzamento, la Toyota torna sul tetto del mondo dopo quel titolo iridato conquistato nel mondiale rally 15 anni fa). Insomma, un risultato mai scontato fino alla fine. Ad occupare l’ultimo posto disponibile accanto ai vincitori sono stati gli occupanti dell’Audi #1, con un Tom Kristensen di cui si poteva dire tutto, tranne che dimostrasse di essere alla sua ultima corsa.

Inutile soffermarsi sulla classe LMP1-l, vista come l’amica bruttina che accompagna sempre la reginetta della classe e che, infatti, è stata accorpata alla classe regina per il prossimo anno nella speranza di aumentare il livello di competitività dei partecipanti, vale a dire Rebellion e team Lotus, che oggi ha assistito all’ennesimo ritiro della sua CLM. Grande suspense nella categoria minore, la LMP2, dove il verdetto circa i titoli ancora da assegnare è arrivato solo dopo la conclusione della gara che, incredibilmente, ha visto giungere a traguardo solo due vetture: la #47 vincente del team KCMG e, non vista, la #27 della SMP che rincorreva in campionato il team G-Drive, il quale ha potuto solo sperare in un ritiro degli avversari a seguito di un violento incidente che ha estromesso al giro 41 la sua Ligier leader di categoria, azzoppata all’impianto frenante e, a seguito dell’impatto contro le barriere della curva 1, anche all’intero avantreno, tra i disperati tentativi di ripartire da parte di Olivier Pla. Grazie al piazzamento, la SMP Racing artiglia i punti necessari per far proprio il titolo riservato ai team e quello per i “driver”, grazie ai 146 punti di Sergey Zlobin.

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Le due classi GTE non sono state da meno in quanto a sorprese, grazie a diversi contatti e numerose lotte, ma che non hanno comunque cambiato di molto i valori in campo: Aston Martin inavvicinabili durante tutto il week-end, Porsche tremendamente competitive e Ferrari in affanno. Eppure su una 458 della classe gentleman, contraddistinta dal #61, si è riversata buona parte dell’ammirazione e della sorpresa di spettatori e addetti ai lavori: rappresentava il mezzo rosseggiante che ha accompagnato il ritorno in pista di Emerson Fittipaldi dopo anni di stop. E chi si aspettava un arrendevole “nonnetto” troppo raggrinzito per premere a fondo sull’acceleratore, è rimasto decisamente deluso: “Emmo”, nonostante fosse alla sua prima esperienza su una vettura del genere, ha fatto segnare un 1:34:004, più veloce di diversi colleghi con alle spalle maggiore esperienza nella categoria e a 2,5 secondi dal più veloce della classe Pro. Un esempio vivente di cosa rappresenti la “vecchia generazione” di piloti. Purtroppo l’asso brasiliano si è dovuto ritirare a causa di noie al cambio della sua Ferrari, mentre la bandiera a scacchi ha sancito il dominio delle solite Aston #98 e #95, arrivate rispettivamente prima e seconda. Tra i Pro, affermazione di Turner/Mucke, seguiti da Makowiecki/Pilet e dalle due “rosse” dell’AF Corse, anche se stavolta a finire davanti sono stati Calado e Rigon, mentre Bruni si consolava con degli spettacolari “donuts” per festeggiare la conquista del trofeo costruttori, strappato dalle grinfie della Porsche e assicurato alla casa di Maranello.

967895_939430749420413_269123589_nLa gara, iniziata sotto il sole e in un clima di festa (si è assistito addirittura al passaggio della squadra acrobatica aerea, spettacolo non riservato alla viziata ed egocentrica F1) si è conclusa sotto un cielo coperto che non ha però riservato sorprese durante la corsa, tra la paura dei presenti: quando mancava mezz’ora alla conclusione della corsa, in tv è apparsa un’improvvisa segnalazione relativa all’imminente ingresso della SC, seguita subito dopo dalle immagini di un prototipo disintegrato in mezzo alla pista, nel tratto immediatamente precedente il rettilineo di partenza, tra i detriti appartenenti anche ad un’altra vettura, la Ferrari #90 di Cressoni. Viene identificata come la 919 #20 su cui era impegnato Mark Webber, che tarda ad aprire lo sportello di ciò che rimane della sua vettura. La dinamica non è chiara, ma con tutta probabilità in un doppiaggio le due vetture si sono agganciate, spedendo “AussieGrit” contro il muretto esterno a 250 km/h seguito dalla Ferrari. Stupisce pensare alle somiglianze con l’incidente vissuto dallo stesso Webber nel Gp del Brasile 2003, quando la sua Jaguar schizzò verso l’esterno della stessa piega sinistra che l’ha tradito oggi, si frantumò contro il muro e terminò la sua corsa nell’esatto punto in cui oggi si è fermato il moncherino della Porsche. Al tempo Mark scese dalla vettura con le sue gambe, mentre oggi è stato necessario il trasporto in ambulanza al centro medico del circuito, preceduto da un rapido gesto dell’australiano per far sapere che Interlagos non ha ancora avuto la meglio sulla sua dura scorza australe.

10834173_939431729420315_356131192_nL’ultima parte di gara è stata completata dietro la vettura di sicurezza, a causa dei numerosi detriti in pista e ai danni riportati dalle barriere della curva teatro dell’incidente di Webber. Meglio. Peggio. Chissà. Da un lato c’erano tutte le prerogative per vedere assalti e sportellate fino alla fine, specie tra la Porsche leader e la Toyota inseguitrice. Dall’altro, tutti i presenti all’autodromo intitolato a Carlos Pace hanno potuto godere di una lunga passerella per salutare uno dei più grandi campioni che le categorie endurance abbiano mai visto: Tom Kristensen. Quello di Interlagos era infatti l’ultimo tassello di una carriera decennale, eretta tramite decine di vittorie, 9 delle quali solo nella leggendaria 24h di Le Mans. Ma chiunque stia leggendo questo articolo ben sa chi è il celebre “TK” e di cosa sia stato capace nell’arco di 25 anni di vita in pista. E di conseguenza non è un segreto cosa rappresentino nel cuore degli appassionati i suoi ultimi giri a bordo di un prototipo.

Abbandoniamo il Brasile, ma continuiamo a parlare di segreti, in particolare di alcuni lasciati in sospeso. Siete mai stati in una galleria d’arte? Immagino di si, così come suppongo vi siate fermati di fronte ad un’opera in particolare e ne avete apprezzato i colori, la tecnica, la carica emotiva, la luce, l’originalità, la bellezza…ma solo dopo essere passati davanti a numerose tele che, in quanto a coinvolgimento personale, probabilmente avrete paragonato a dei tombini. Questa maratona brasiliana la si può vivere in questa maniera, come un’esplosione di colori e di emozioni (più o meno positive) dopo varie gare vittime di inerzia e scale di grigi. E se è vero che il tempo scorre più velocemente quando ci si diverte, le ore di oggi sono state abbastanza intense da poter essere condensare in pochi, incredibili minuti.