Angry Grand Prix

La Ferrari di Vettel e la Red Bull di Kvyat in parco chiuso (© Getty Images)

 

A cura di Ermanno Frassoni

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BUDAPEST – Rabbia, tanta rabbia, poi gli occhi lucidi dei piloti in griglia e la determinazione a guardare oltre facendo tesoro dell’irreparabile. Stati d’animo che il mondo della Formula 1 ha dovuto assimilare nella domenica del Gran Premio d’Ungheria: Jules Bianchi non c’è più, «ma quando arriva la notte […] la testa parte e va in giro in cerca dei suoi perché. Né vincitori né vinti, si esce sconfitti a metà […]», intona la cantante Arisa nella sua «La notte», ascoltata al funerale del driver francese. Più Angry Grand Prix, o gara della rabbia, che Hungarian Grand Prix come gli anglofoni del Circus avrebbero sperato; in pista, però, a visiere calate, Vettel non fa sconti e balza al comando da subito mantenendolo di fatto fino alla bandiera a scacchi. Per la Ferrari, mal digerita dalla regia di Ecclestone, matura così il secondo successo della stagione dopo la Malesia, sempre con Seb, mentre Raikkonen va kappaò per colpe non sue e sul podio ringraziano Kvyat e Ricciardo. Sfuma una clamorosa doppietta rossovestita, eppure la pizza all’arrabbiata servita da Arrivabene e soci rende bene l’idea del piglio battagliero del Cavallino, pronto a capitalizzare i pasticci Mercedes tra gli orizzonti di gloria dei portentosi Verstappen e Alonso: grazie a Dio, almeno per la Ferrari, non è venerdì. E dal Belgio addio agli aiuti elettronici in partenza…

Twitter @Fra55oni