Il «duende» di Hamilton

 

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A cura di Ermanno Frassoni

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flags_of_Spain BARCELLONA – Dopo la MotoGP di scena a Jerez de la Frontera la settimana scorsa, ecco il Circus della Formula 1 approdare a Montmelò, dintorni di Barcellona, per il primo Gran Premio europeo del Mondiale 2014. E, come previsto, sulle tribune è un gran tripudio di bandiere catalane, asturiane e (ovviamente) nazionali per Alonso, pupillo di re Juan Carlos. Stavolta il pilota di Oviedo non è profeta in patria come Márquez in Andalusia, ma si sa che oggi, ruote in più a parte, la Ferrari F14T non vale una vite della Honda in dotazione al rider di Cervera. La sesta piazza di «Matador», per non parlare della settima di Raikkonen, è poca cosa dinanzi al «duende» di Hamilton. Dicesi «duende», per dirla con il poeta iberico García Lorca, quell’elemento irrazionale che rappresenta un potere misterioso difficile se non impossibile da chiarire: sì, Lewis ne ha fatto buon uso in Catalogna, rigettando nel suo cantuccio il compagno di squadra Rosberg e demolendo una concorrenza (da Ricciardo in giù) inesistente. «Se giocassimo nella Liga scenderemmo in campo lo stesso pur sapendo che il titolo andrà a Barcellona o Real Madrid», la metafora calcistica del «divin» Fernando. Com’è dura da spiegare che «Le avventure di Pinocchio» è un romanzo di Collodi e non l’autobiografia di Montezemolo.