Schumi e Ryff, due sfide oltre lo sport

A cura di Ermanno Frassoni

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Frankie Ryff era un habitué del Madison Square Garden di New York. Classe 1932, una fama da ardimentoso preceduta soltanto dalla sua predisposizione a tagli e ferite, l’americano attivo nel pugilato professionistico dal 1951 al 1959 non aveva la statura del campione del mondo. E, infatti, non lo diventò, pur battendosi con onore nella categoria dei pesi leggeri. Nel ’62, per guadagnarsi da vivere, Ryff è addetto al montaggio di ascensori nei grattacieli che intasano lo skyline della Grande Mela. È una fredda mattina quando Frankie, in bilico sulle impalcature, precipita nel vuoto per oltre otto piani. Il bollettino medico è di quelli tragici e spazia dalle fratture multiple al trauma cranico: nel suo nuovo palmarès sei mesi di coma, tre di semi-incoscienza e quaranta chili di peso. È sopravvissuto. Alla riabilitazione fisica si affianca quella linguistica e anni dopo l’ex pugile è in grado di guidare un’auto e di accennare passi di danza. Un altro sportivo, il pluricampione di Formula 1 Michael Schumacher, combatte da mesi una battaglia non troppo diversa per tornare a un’esistenza il più normale possibile; Ryff non era certo lo Schumi della boxe, eppure tra i due atleti potrebbero esserci più punti in comune di quanto si pensi.

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