Semaforo Verce, una chiacchierata con Mario Donnini: “le corse devono riscoprire il rischio”

Le corse su strada rappresentano un argomento tabù per tanti appassionati di motociclette, che le reputano inutili, eccessivamente pericolose, talvolta illogiche. Ci si chiede quale senso possano avere queste competizioni, ma per i più è difficile entrare nella testa dei piloti che scelgono (termine utilizzato non a caso) di parteciparvi, comprenderne le motivazioni e condividere le loro sensazioni. Proprio per questo un incontro dedicato alle road races è un’occasione più unica che rara per discuterne e fare chiarezza, soprattutto in un paese come l’Italia la cui cultura motoristica contempla solo sporadicamente questo tipo di gare, lontane anni luce dagli ideali dello sport del motore dell’era post-Senna “tutta sicurezza” e dai media (vedremo più avanti il perché).

Una serata a tema corse su strada non poteva che svolgersi al “Motosplash” di Milano, troppe sono le congruenze ideologiche che uniscono le due cose. “Motosplash” è, come suggerisce il nome, un motolavaggio, ma anche e soprattutto un ritrovo spirituale per appassionati: nel grande garage che ospita l’impresa si trovano ovunque moto o pezzi di esse e sono stati ricavati un negozietto di abbigliamento (tecnico e non) e uno spazio bar. Il tutto per realizzare un concetto molto semplice e speciale: mentre “i ragazzi” danno una lavata al tuo mezzo, tu puoi sederti al grande tavolone del baretto a tagliar giù due fette di salame e bere una birra, ovviamente parlando di moto e motori con altri appassionati come te. Primo tra questi è il fondatore, Giovanni Battista Panigada detto “Giamba”, istrionico amante delle corse su strada la cui passione si ritrova nell’atmosfera british anni ’60 che si respira e che ha molto in comune con la filosofia e l’ambiente delle road races. Unica (piacevole) eccezione sono gli schermi piazzati in ogni angolo che mostrano a ciclo continuo filmati su Joey Dunlop, sul TT o sul panorama motociclistico in generale.

L’idea di base dell’evento è essenziale: un nugolo di “illuminati” discute di corse e il pubblico può fare domande. Gli ospiti sono nomi d’eccezione, a partire da Giacomo Agostini, che non ha bisogno di presentazioni; c’è Paolo Beltramo, che dal vivo ha i tratti del vecchio saggio, dall’alto della sua ultra-trentennale esperienza che gli ha permesso di vivere i paddock moderni e quelli alla mano di una volta, che non nasconde di rimpiangere; c’è Max Temporali, che racconta con ironia il suo primo approccio con le corse in salita e i nove secondi di distacco presi in due chilometri e mezzo di percorso; c’è Federico Toti, uomo MV Agusta e telecronista della Superbike per Eurosport; ci sono Nico Cereghini e Pier Giuseppe Ortalda, presidente del TT Supporters Italy; c’è ancora Marco Pagani, pilota con il sogno di correre al Tourist Trophy. Hanno partecipato inoltre Marta Covioli, madre di roadracingcore.com, sito leader in italia per quanto riguarda le gare stradali, Roberto Pattoni di Moto Paton e Andrea Cepparo di Mondocorse. Assente giustificato lo sfortunato Luca Scassa, fratturatosi un femore al Mugello la mattina stessa durante i test con la Ioda MotoGP (Luca avrebbe dovuto sostituire Danilo Petrucci a Le Mans).

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Il “parco partenti” dell’evento ha permesso di mettere a confronto le posizioni di molti pistaioli e quelle degli insiders delle road races, tra i quali c’era anche Mario Donnini, arrivato appositamente da Bologna. Giornalista di Autisprint da ormai un ventennio, Mario si occupa di Tourist Trophy per Motosprint e ha all’attivo tre libri sulla storia della mitica corsa dell’Isola di Man (di cui uno, “Joey Dunlop – il re del Tourist Trophy”, presentato nel Dicembre scorso proprio nei locali di Motosplash), oltre ad un quarto in cantiere. Abbiamo avuto il piacere di parlare con lui per un buon quarto d’ora, una chiacchierata libera in pieno stile road racing.

La cosa bella di Mario? Tu gli dici qualcosa, gli dai un punto di partenza e lui parte, sproloquiando come piace a noi di Motorsport Rants. Ve ne accorgerete a breve…

Mario, le tue impressioni sulla serata?

“E’ una bella idea e mi pare sia stata un successo. Guarda quanta gente c’è, saranno almeno duecento persone. Stando seduto sul palco vedevo davanti a me una muraglia umana, appassionata e pronta a carpire ogni segreto e aneddoto. Queste serate sono molto importanti per il motorsport, non solo perché ne permettono la diffusione in maniera diversa, ma soprattutto in quanto mette sullo stesso piano appassionati e personaggi del settore in maniera estremamente umile, come vuole lo spirito delle corse stradali. Vedi, le grandi categorie dello sport a motore si sono rivelate prive del richiamo che i grandi investimenti presupponevano. Poi però vedi serate come questa e scopri che è possibile radunare centinaia di persone che seguono altre corse e altri soggetti senza nemmeno dover accendere un motore. Quindi forse non sono tanto il rumore, il motore e la velocità, ma è piuttosto lo spirito (nel senso della passione intensa) ad attirare la gente e questa gente ha molto fiuto: arriva dove capisce e sa che c’è questo modo di fare e non dove si sente a malapena sopportata, rifiutata, a volte “crassata” perché (ride) paga biglietti costosissimi per spettacoli che non meritano. Sono segnali importanti. Ti dirò di più: alle presentazioni del libro che abbiamo fatto io e Mino (Giacomo Agostini, nda) in giro per l’Italia, dalla Sardegna a Cremona piuttosto che a Milano, a Varese o in Toscana, al Mugello, c’è stato sempre il pienone, minimo duecento persone. Questo significa che se lo sport del motore torna al livello della gente, la gente c’è. Se viceversa diventa una torre d’avorio, staccata dal mondo e piena di gente che se la tira, la gente se ne va”.

Forse è proprio questo che attira delle road races…

“Secondo me è proprio questo. Le road races piacciono per due motivi: da una parte c’è un rapporto non ipocrita tra uomo e rischio. Questo finalmente torna ad essere considerato uno sport…” e veniamo interrotti da un fan che si complimenta con Mario, lo ringrazia e ci scambia due battute.

Mi piace l’interruzione così. Ha un sapore antico.

“Bello eh? Comunque… stavamo dicendo, scusa?”

Entrambi ridiamo.

Cosa attrae delle road races.

“Due fattori: innanzitutto, finalmente, qualcuno torna a parlare non ipocritamente del rapporto tra uomo e rischio. Con riferimento alle sue “punte di diamante”, Formula 1 da un lato e MotoGP dall’altro, il motorismo ha ipocritamente rimosso il concetto di rischio e queste due categorie sembrano dover diventare a tutti i costi sicure. Sicuramente è necessario proteggere l’incolumità di chi corre, però va preservata anche una dose di rischio ragionevole che in questo momento non c’è. Voglio dire, le pistine monotraiettoria, nelle quali fai le curve a 90/100 all’ora, poi sul rettilineo vai a 330, dopo di che hai una chicane e altre curve monotraiettoria, non hanno nulla a che vedere con il concetto di rischio. Questo è uno sport estremo, il motorismo è uno sport estremo. Negare questa sua natura è come svuotare l’oceano col tappo perché nelle regate in solitaria bisogna toccare il fondale per essere sicuri, oppure come mettere i materassi sotto il K2: sì, per carità, sempre un bel monte, è interessante salirci, ma diventa un’altra cosa. Il motorsport non è questo, non eravamo d’accordo, non era questo il concetto. Le road races hanno il pregio di riscoprire il pericolo in maniera non ipocrita, un rischio ragionevole che va affrontato con cervello, in maniera scientifica. Il secondo fattore che rende speciali le corse su strada è quello dell’umanità: il paddock è aperto, la gente ci entra, abbraccia i piloti, parla con loro, sorride. Questi sono i due aspetti rivoluzionari. Io non credo proprio che qualcuno voglia vedere gli incidenti e i piloti che si fanno male. Quello che si vuole è un rapporto con il pericolo che sia più ampio e purtroppo in Italia il rischio viene accettato solo alla lotteria o al Gratta e Vinci. Abbiamo rimosso completamente i concetti di libertà e di scelta consapevole e facci caso, basta che uno si faccia male in pista e dicono “mah, forse è il caso di fermarsi”, “mah, forse è il caso di riflettere”. Ma su cosa? Cosa vuoi riflettere? E’ una scelta consapevole! Se esistono le condizioni di sicurezza si corre il giorno stesso e se succede un evento grave la gara non deve neanche essere interrotta, perché esiste il “fattore sfiga”. Nel motociclismo c’è un tipo di contatto “moto su moto” che ahinoi esisterà sempre. Quello che è successo a Simoncelli e non solo a lui può accadere di nuovo, ma non ha nulla a che vedere con la pericolosità della pista. Bisogna che smettiamo di fare le anime belle e iniziamo a pensare che, purtroppo, il primo fattore della morte è la vita. Smettiamo di fare le anime belle”.

Da grande appassionato e “insider”, come vivi quello che può succedere tutti i giorni in una corsa su strada? Gli ultimi esempi in ordine cronologico sono gli incidenti occorsi alla North West 200 al francese Franck Petricola e al talentuoso Simon Andrews, deceduto a soli 29 anni. Come reagisci tu a una notizia del genere?

“Io penso che la North West sia una delle gare più importanti del panorama delle gare stradali, con un coefficiente di rischio ragionevole ma più alto rispetto ad altre. Che possa accadere l’incidente grave è normale, è tra le cose da mettere in conto. Il ritardo delle notizie credo sia dovuto alla necessità di prendere atto delle condizioni esatte del pilota, in modo da non fornire informazioni che possano impensierire i familiari e non dare comunicazioni in maniera intempestiva proprio perché troppo veloce. Al di là di ciò, secondo me episodi del genere sono cose che dobbiamo accettare. Vedi, se succede qualcosa a un alpinista o al navigatore in solitaria non abbiamo nessun tipo di reazione scandalizzata. Se succede qualcosa a un motociclista l’abbiamo, se succede qualcosa a un automobilista l’abbiamo, se succede qualcosa in autostrada non l’abbiamo. Bisogna che cominciamo a uniformare la nostra morale. La verità è che nello sport delle moto e delle macchine esiste un fattore, quello degli sponsor, che ha reso tutto isterico. Chi ha investito nel motorismo non sopporta l’idea che possa accadere qualcosa di grave e ha fatto in modo di creare in noi una coscienza d’autocensura. Se però l’incidente avviene in un weekend d’estate sulla A4 non ci sentiamo minimamente toccati e non abbiamo la stessa reazione. Allora, o facciamo sempre le anime belle e le suorine, oppure non le facciamo mai. Per me sarebbe bene che non le facessimo più”.

Come vedi il pubblico italiano nelle road races? Premesso che probabilmente nel nostro paese ci sia una visione MotoGP-centrica o Superbike-centrica delle corse in moto, la risposta del pubblico italiano alle gare stradali ti sembra positiva, benché non paragonabile a quella del pubblico inglese per ovvie ragioni culturali e storiche?

“Io paragonerei le road races al teatro e le gare del motociclismo “moderno” (e ci metto anche la F1) alla televisione, nel senso che il pubblico del teatro è molto più mirato, molto più di nicchia, colto, appassionato, in grado di decodificare le sensazioni forti che vengono dal contatto diretto con l’artista. In questo caso, passando dal teatro alle competizioni, direi che il pubblico italiano è stupendo, quantitativamente minore ma qualitativamente superiore a quello di tantissimi altri sport. Un pubblico che studia, che si informa, che legge e gode profondamente di questo modo riscoperto di atteggiarsi e soprattutto di questa ripresa della passione allo stato puro. Quindi io dico onestamente di preferire, anche come pubblico di quello che scrivo, sia come articoli che libri, avere della gente del genere piuttosto che coloro, che io rispetto comunque molto, che vanno a vedere la MotoGP e Valentino Rossi solo perché è bello e simpatico”.

Una sorta di “massa ineducata”?

“Be’, direi una massa che ha la possibilità di appassionarsi, studiare, capire e diventare a sua volta ancora più preparata. Però tra i due mi affascina di più senza dubbio quel pubblico che non necessariamente è più anziano, ci sono anche ragazzi di vent’anni o meno che sono meravigliosi nella loro preparazione (altrimenti non staremmo qui a parlare). A mio parere serate come questa, momenti come questi sono una gran cosa, come il fatto stesso che in Italia non esistano tanti libri sulla MotoGP e ce ne siano molti sul TT. Se il motociclismo vende è grazie a certi tipi di opere e non ad altre e questo mi rende molto orgoglioso”.

Condivido e penso che diversificare, avere qualcosa di differente sia molto importante, anche dal punto di vista dell’appassionato duro e puro che non si accontenta del motorismo “mostrato” dai media e quindi va a cercare un’alternativa.

“Tu guarda nelle auto, no? Guarda Le Mans quanto è cresciuta d’importanza rispetto a quello che era. Hanno provato a farci capire che bisognava correre gare che durano un quarto d’ora, su circuiti piccoli, con i paddock grandi e le hospitality. Ora però cosa sta trionfando (e le case ne stanno prendendo atto)? Lo spirito vero dell’automobilismo, che non è il Paddock Club a 5000 euro a weekend, ma è il loggione di Le Mans dove mangi la baguette, stai scomodo, fai la notte all’addiaccio e vicino all’Hunaudières vedi le macchine che passano a 300 all’ora nella notte come se ancora fosse vivo Steve McQueen. Ecco, è questo lo sport, è questo il motorismo. Tutto il resto, per carità, è giusto che esista, però per cortesia: le cose serie sono altre”. 

Un’ultima cosa: cosa stanno facendo a Monza? L’asfaltatura della via di fuga in Parabolica, la conseguente eliminazione da qualsiasi tipo di campionato motociclistico, l’infinito dibattito sul destino delle sopraelevate…

“Sono situazioni molto diverse che hanno in comune solo una cosa, la politica. Purtroppo l’Italia è la patria della politica fine a se stessa, dei ghirigori, della scarsa fattività quando si tratta di difendere qualcosa di importante e della grande fattività quando si tratta di distruggere qualcosa di bello. Ecco, io credo che Monza sia una delle grandi patrie non solo dell’automobilismo, ma anche del motociclismo e come tale andrebbe tutelata. Il grande monumento delle Sopraelevate affonda le sue radici in un automobilismo eroico sfociante nel leggendario, vedi la sfida dei Due Mondi del ’57 e del ’58, quando per la prima e direi unica volta la civiltà degli ovali si è venuta a cimentare contro quella europea, quando AJ Foyt ha sfidato Luigino Musso, tanto per fare due nomi, o lo stesso Juan Manuel Fangio, che ebbe problemi e si ritirò subito ma era anche lui in gara. Voglio dire, se le Sopraelevate esistessero in Gran Bretagna diventerebbero un tempio come lo è diventata la parte di Brooklands che hanno salvato; Goodwood in parte lo è. Ecco, da noi qualcuno addirittura dice che sono un simbolo di insuccesso e andrebbero tolte; secondo me il vero simbolo di insuccesso è che l’Italia sia ignorante della storia e della cultura delle corse. Quelle sue curve sono simboli a tutti gli effetti, ma ci sono dei singoli che purtroppo non vogliono capire e rispettare quello che questo patrimonio per noi rappresenta. Sono i momenti in cui mi dispiace che non siamo inglesi, perché se lo fossimo capiremmo l’importanza della cultura delle corse, non solo il rumore e i profitti, ma la grande importanza che ha appassionarsi e capire che così come esiste Pompei, così come esistono le vestigia storiche di civiltà importanti e gloriose e così come esiste l’arte, così esistono questi due reperti. Le Sopraelevate sono arte postmoderna e con esse rischiamo di perdere con tutto quello di cui sono portatrici. Io dico “viva le sopraelevate, viva chi le difende” e credo che chi le attacca non abbia un punto di vista diverso dal mio, quanto piuttosto una profonda ignoranza”.

In chiusura, Mario ci regala una perla.

“L’Isola di Man è l’unico luogo in cui il sogno ha meno fantasia della realtà”.

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