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A proposito di “spirito del regolamento”…

FIA

In una recente intervista ad Autosprint Adrian Newey ha dichiarato che “il cosiddetto spirito del regolamento non esiste” e che “se si trova una lacuna che permette di aggirare lo scopo per cui una norma è stata scritta senza violare la lettera del regolamento allora bisogna vedere se è fattibile perché è questa la vera natura della F1. Noi abbiamo trovato alcune possibilità che forse le regole non prevedevano, ma nemmeno proibivano e le abbiamo esplorate…”
La questione è annosa e ci riporta ad alcune domande del tipo: Cos’è lo spirito del regolamento? Esiste? Non esiste? Dovrebbe esistere?

A modesto avviso di chi scrive (ma si tratta solo di un parere personale perfettamente opinabile) lo spirito del regolamento non solo dovrebbe esistere, ma esiste già. Solo che si finge di non saperlo.
Per spiegare ed argomentare la mia opinione ho bisogno di una premessa lunga quanto necessaria.
Come ogni studente al primo approccio con il diritto impara a proprie spese, una delle difficoltà principali di questa materia stà nel fatto che essa richiede di assimilare e dominare un linguaggio tecnico, il linguaggio giuridico appunto, che non sempre coincide con quello comune.
Prendendo a prestito le parole di Pietro Perlingieri (una dei massimi esperti di diritto), il linguaggio giuridico richiede un rigore assoluto perché termini che nel linguaggio comune vengono utilizzati come sinonimi in realtà hanno una qualificazione giuridica molto diversa, cosi’ per esempio detenere e possedere sono fenomeni diversi, un accordo non è sempre un contratto, un potere non è sempre un diritto, un bene non è sempre una cosa, un soggetto non è sempre una persona.
Stessa cosa vale per altri termini che nel linguaggio comune sono utilizzati in maniera indifferente come articolo, disposizione, norma, regola o principio.
E’ importante, però, coglierne le differenze. Un articolo è una partizione interna di una legge e serve unicamente per indicare a quale enunciato di tale legge si fa riferimento. Ogni enunciato che faccia parte di una fonte del diritto è una disposizione. La norma è il significato della disposizione, significato ricostruito mediante interpretazione. Sia le regole che i principi sono norme, ma ogni regola è riconducibile ad almeno un principio e più precisamente la regola è una scelta tra le diverse possibilità di realizzazione di un principio.
Ancora diverse sono le clausole generali ( per esempio in diritto privato abbiamo la buona fede, l’ordine pubblico, il buon costume, la diligenza del buon padre di famiglia): si tratta di fattispecie incomplete o vaghe che presuppongono un ulteriore procedimento volto ad attribuire alla clausola un significato applicabile e quindi ad individuare ed applicare la norma.
Dunque (e arriviamo al punto nodale) le norme (cioè le regole e i principi) e a maggior ragione le clausole generali non sono entità astratte, che esistono in sé, ma al contrario sono il frutto e il risultato di un processo interpretativo.
Newey con il suo ragionamento sembra considerare valida solo l’interpretazione cosiddetta letterale (quella cioè volta alla ricerca del semplice significato delle parole secondo la loro connessione): fin quando la lettera della disposizione viene rispettata non si configura una condotta illecita.
In realtà l’interpretazione letterale di una fonte del diritto (anche di una di diritto sportivo) non è l’unica possibile, anzi potremmo dire che non è neanche quella preferibile, potendo e dovendo più correttamente affidarci all’ interpretazione cosiddetta logico-sistematica, quella cioè volta all’individuazione della “ratio legis”, cioè dello scopo e della funzione della norma.
Come dice Perlingieri “ il sistema giuridico non è eventuale, non è un dato del quale tenere conto soltanto se fa comodo nell’interpretazione della singola norma, ma è un insieme di valori e di contenuti i quali guidano l’interpretazione di ogni norma. L’unità interna dell’ordinamento giuridico è un dato non contingente ma essenziale. Non vi sono norme che non presuppongono il sistema e non concorrono a formarlo: ogni norma si comprende come parte di una totalità” (di qui la necessità di non fermarsi all’interpretazione letterale ma di procedere a quella sistematica n.d.r.)
Il ragionamento è lo stesso anche se parliamo di un ordinamento sportivo, in questo caso il regolamento tecnico-sportivo della F1, ed applichiamolo ad un caso concreto.
Sicuramente ricorderete che in occasione del Gp degli Stati Uniti la Ferrari decise di rompere i sigilli FIA del cambio di Massa al fine di farlo penalizzare in modo da consentire ad Alonso di partire dal lato pulito della pista.
Ebbene in quel caso la Ferrari ha utilizzato in maniera “creativa” l’articolo 28.6 del regolamento sportivo, in particolare il punto “e” del suddetto articolo, che punisce con la penalizzazione di 5 posizioni la rimozione dei sigilli FIA al di fuori delle ipotesi previste dal precedente punto “d”.
Dunque seguendo il ragionamento di Newey ( che poi è lo stesso attuato dalla Ferrari e accettato dalla FIA nel caso in esame), l’operazione è perfettamente lecita poiché la Ferrari stessa ha rispettato in senso letterale la disposizione e si è avvalsa di una possibilità offerta dal regolamento (rimuovere i sigilli) per realizzare un fine non previsto ma nemmeno proibito dal regolamento stesso (cioè penalizzare volontariamente uno dei propri piloti per avvantaggiare l’altro).
Se invece si fosse attuata una intepretazione logico-sistematica dell’articolo, punto primo ci si sarebbe correttamente interrogati circa lo scopo della norma e punto secondo nella valutazione del caso in esame sarebbe intervenuta opportunamente l’analisi del regolamento considerato nella sua totalità.
Quanto al primo punto è evidente che lo scopo della norma (cioè quello di contenere i costi attraverso l’imposizione della durata di 5 gare consecutive per il cambio) è stato tradito dalla Ferrari e infatti la sostituzione non solo non era necessaria, ma non è stata neanche operata.
Per quel che concerne il secondo punto, poiché l’articolo 28.6 non è una entità a sé stante, ma è parte integrante di un regolamento sportivo, che insieme a quello tecnico e al codice di comportamento costituisce l’ordinamento giuridico della F1, si sarebbe dovuto tener conto, per esempio, delle prescrizioni dell’ appendice B del codice sportivo, che stabilisce che “ tutti i titolari di licenza FIA e tutti i partecipanti ad eventi FIA accettano di non perseguire obiettivi diversi da quelli della FIA e di non causare, con parole, scritti o azioni, danni o lesioni alla reputazione della FIA, dei suoi organismi, dei suoi membri e del suo management e più in generale agli interessi del motorsport e ai valori sostenuti dalla FIA” (si tratta della stessa norma in base alla quale la Ferrari fu multata e gli ordini di scuderia aboliti dopo i fatti del Gp d’Austria del 2002).
Ecco che alla luce di questa interpretazione (non semplicisticamente letterale, ma organica e sistematica), la condotta della Ferrari ben poteva configurarsi come illecita e quindi era o da vietare o da sanzionare, in ogni caso da censurare.
Quando si parla di “spirito del regolamento” ci si riferisce o ci si dovrebbe riferire proprio a questo: un insieme di prescrizioni (come quella sopra richiamata) che esprimono valori, clausole generali e principi i quali devono (dovrebbero) essere rispettati da tutti e che devono (dovrebbero) guidare la stesura dei regolamenti prima e l’interpretazione e l’applicazione degli stessi poi.
Newey ha ragione quando dice che l’essenza della F1 è quella di interpretare in maniera estrema il regolamento, aggirare lo scopo di una norma senza violarne la lettera (la storia della F1 stà li’ a dimostrarlo), a mio modesto avviso sbaglia quando dice che lo spirito del regolamento non esiste.
Come abbiamo visto queste prescrizioni ci sono e sono anche molto stringenti (addirittura impongono l’obbligo di non perseguire obiettivi diversi da quelli della FIA, più di cosi’…), quello che manca è la volontà,la capacità e/o l’autorevolezza di applicarle sempre e comunque.