Ayrton 1994-2014, «mi ricordo, sì, io mi ricordo»: Carlo Cavicchi

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A cura di Ermanno Frassoni

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Esattamente venti anni fa, nel pomeriggio del 1° maggio 1994, il tre volte campione del mondo di Formula 1 Ayrton Senna, venerato nel suo Brasile e acclamato da folle di tifosi che di Gran Premio in Gran Premio rallegravano le tribune sventolando con immutato orgoglio vessilli verdeoro, perdeva la vita sul circuito di Imola mentre si trovava al comando della corsa. Il decesso di Ayrton, che il 21 marzo aveva compiuto 34 anni, venne reso noto quella stessa domenica alle ore 18.40 dallo staff medico del vicino ospedale Maggiore di Bologna.

La Williams FW16, presunta erede delle monoposto che fruttarono a Nigel Mansell e Alain Prost i titoli mondiali 1992 e 1993, tradì a poco a poco l’asso brasiliano elevandolo a mito assoluto della Formula 1. «Uomo pieno di contraddizioni quindi, come ciascuno di noi, Ayrton Senna ha rappresentato l’idealtipo del “campione della porta accanto” […]»: Massimiliano Panerari, firma de La Stampa, ha spiegato così la personalità del pilota di San Paolo, scomparso a un giorno di distanza da Roland Ratzenberger, in un editoriale pubblicato sul quotidiano torinese il 27 aprile 2014.

Nella lista di addetti ai lavori che hanno conosciuto a fondo Ayrton un posto privilegiato lo merita Carlo Cavicchi, già direttore di Autosprint oggi in forze a Quattroruote prima da direttore e poi, la notizia è recentissima, da responsabile delle Relazioni Esterne per il settore automotive dell’Editoriale Domus, che agli inizi degli anni Novanta diede alle stampe un volume andato letteralmente a ruba e riproposto questo mese in abbinamento alla rivista fondata da Gianni Mazzocchi.

La rubrica Push to Rants, tornata per l’occasione «in Action», propone sulle pagine di Motorsport Rants una intervista esclusiva a Cavicchi, volto noto dei programmi televisivi dedicati alle corse, con l’obiettivo di scoprire qualcosa di più sull’uomo e sul personaggio Ayrton, celebrato da libri, documentari e quant’altro, attraverso una voce autorevole dello sport dell’automobile.

Cavicchi, quali ricordi ha del drammatico weekend del Gran Premio di San Marino 1994?

«Il rumore delle pale dell’elicottero che trasportava il corpo in fin di vita del pilota all’ospedale Maggiore di Bologna e che passava proprio sopra la redazione di Autosprint dove lavoravo come direttore. Un tristissimo presagio».

Cosa ha rappresentato Senna per lei, da giornalista e osservatore del Circus di Formula 1?

«Un campione con pochi uguali. Ci frequentavamo spesso e andavamo molto d’accordo. All’epoca, anche nell’ambiente della stampa, c’erano due forti correnti di pensiero che si dividevano tra Senna e Prost. Io ero più per Senna. Adesso è facile dirlo perché tutti dopo la sua morte si sono detti tali, ma al tempo non era così».

Che pilota era Senna nel tragico 1994, agli inizi di una nuova avventura professionale in Williams?

«Il numero uno, tanto più che Prost, dopo il quarto titolo, si era definitivamente ritirato. Ayrton era nel pieno della maturità e aveva programmato di correre ancora per qualche anno, non tanti però. Giusto il tempo di battere il record di Fangio, un traguardo che con quella Williams era davvero a portata di mano».

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Ayrton al volante della Williams Renault nel 1994

Come nacque l’idea di scrivere un libro su Ayrton, il noto “Senna Vero”, in ristampa con Quattroruote di maggio?

«Venne ad entrambi  dopo la conquista del suo terzo titolo mondiale, nell’inverno del 1991. Si fermò a Bologna un po’ di giorni e buttammo giù i suoi pensieri e la traccia di tutto il libro. Poi intervistai tutti quelli che lo avevano conosciuto da vicino, stesi il testo e glielo sottoposi per le eventuali correzioni o aggiunte. Non toccò nulla, ma la sua lettura fu pignola come m’immaginavo. Verificò episodi e controllò le date. All’uscita del libro, la prima di sette ristampe, mi scrisse parole stupende che tengo con grande orgoglio tra le cose più care».

Qual è la forza del personaggio e del pilota Senna e perché oggi lo annoveriamo nella galleria dei miti della Formula 1 più di Prost e Schumacher?

«Non amo le classifiche e nemmeno m’interessano. Senna da vivo piaceva a molti perché univa un talento smisurato a un senso del dovere quasi inumano. In più la sua capacità di leggere le situazioni era davvero speciale. Ma vent’anni dopo pare tutto zucchero filato, in realtà tanti che oggi lo esaltano come il più bravo di tutti, non erano per nulla teneri con lui».

Quali sono a suo parere le imprese sportive più rimarchevoli di Senna?

«Sicuramente il primo giro a Donington nel 1993 e la vittoria a Montecarlo nel 1992, quando riuscì a resistere agli assalti scatenati di Mansell. Quegli ultimi giri nel Principato ebbero dell’incredibile. Ma è un conteggio riduttivo».

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Senna contiene Mansell nel Gran Premio di Monaco del 1992

Come si spiega il feeling eccezionale di Senna con la pista di Montecarlo? C’entra qualcosa l’alone di misticismo che lo circondava?

«Non saprei dire. Di sicuro non era la pista che lui amava di più: quella era Spa Francorchamps».

Ayrton sarebbe diventato il personaggio che tutti conosciamo senza il pungolo  di Prost e la personalità di Ron Dennis in McLaren?

«Non ho dubbi. Senna era proiettato nel firmamento sin dai suoi primi passi nel kart e poi con le auto».

Senna e la Ferrari, un capitolo mai scritto. Perché, in definitiva, Ayrton non arrivò mai a Maranello?

«Perché quando incontrò il Vecchio (Enzo Ferrari, ndr), nel 1986, era ancora troppo giovane per approdare nella Scuderia, mentre quando firmò il pre-accordo con Fiorio, a Montecarlo nel 1990, Prost stava riportando il titolo iridato al Cavallino che mancava da undici anni. Il presidente della Ferrari non se la sentì di “disturbare” Alain nel pieno della stagione ben sapendo che la cosa gli avrebbe dato un grande fastidio. Preferì puntare all’uovo oggi piuttosto che alla gallina domani. Poi tutti sappiamo come finì la stagione».

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Il campione brasiliano si costruì una reputazione da «mago della pioggia»

Mi viene in mente il rapporto di sincera amicizia e profondo rispetto instauratosi tra Senna e Berger. Si tratta di un legame riproducibile nella Formula 1 odierna?

«Sicuramente sì. Tra piloti di livello differente è molto facile instaurare forti amicizie. I problemi arrivano quando due drivers pensano entrambi di essere i più bravi e ambiscono agli stessi obiettivi. Tra Schumacher e Massa si era venuta a creare una dinamica simile».

Dell’Ayrton privato si conosce poco al di là dei nomi e dei tratti delle sue fidanzate più famose. La tenuta di famiglia di Angra dos Reis rappresentava per lui una sorta di universo parallelo?

«Era una buona occasione per staccare un po’. Ma poi si annoiava in fretta perché, a differenza di altri piloti come Prost e Jacques Villeneuve, che si interessavano a tante cose e con cui era piacevole parlare di mille argomenti, per Ayrton c’erano solo le corse, le automobili, gli avversari. E poi c’era il suo rapporto con Dio, ma questo è un discorso molto privato».

Secondo lei come avrebbe voluto essere ricordato? Se lo immagina Ayrton oggi, oltrepassata la boa dei cinquant’anni, magari dietro a una scrivania?

«Certo che me l’immagino. Fin da ragazzo ha sempre ragionato come un uomo d’affari. Girava regolarmente con una ventiquattrore al seguito e non ha mai voluto un vero manager per curare i suoi rapporti con l’esterno. Aveva una grande visione. Fosse vivo, oggi sarebbe il perfetto erede di Bernie Ecclestone, e tutti penderebbero dalle sue labbra».

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Ayrton in un momento di relax con Adriane Galisteu, l’ultima fidanzata