Ci vuole un fegato bestiale

 

Jim in tutta la sua maestria, dal sito di Alpinestar

Certo che ce ne vuole di fegato per dire certe cose! Dopo aver sperperato un patrimonio storico di circuiti fantastici e probanti per andare a correre ovunque ci fossero soldi, hospitality faraoniche e un circuito progettato dall’amico Tilke, qualcuno all’interno del carrozzone Formula 1 si accorge che qualcosa proprio non va e punta il dito contro, guarda un po’, i circuiti. La notizia è relativa ad una dichiarazione di Jean Todt, che ha affermato che la federazione pretenderà di valutare le potenzialità di spettacolo all’atto dell’omologazione dei un nuovi circuiti. Non è un caso: chi è l’anello debole della catena? Non di sicuro le auto, perché i costruttori sono pochi e dettano le regole alla federazione, quindi si finisce col prendersela con i circuiti, tanto se qualcuno non sta al gioco e non realizza gli ammodernamenti c’è sempre pronta una soluzione nuova di zecca, finanziata da un governo in vena di spese.

Sempre Jim Clark, e io ci vedo lo stesso fascino della prima foto

Finiamola di ciurlare nel manico e poniamoci qualche domanda.

  1. Sono proprio i sorpassi che mancano a questa Formula 1? NO, quelli sono sempre stati una merce piuttosto rara.
  2. Sono proprio i circuiti a dover essere cambiati? NO, se non per riavere il vecchio tamburello o la vecchia seconda di Lesmo.
  3. Cosa rende tanto bella la foto di Clark in cima a questo post? Ecco, qui possiamo discutere, il resto è fuffa.

Allora cosa spingeva le persone a guardare gare con distacchi abissali senza lamentarsi, cosa ci fa sognare davanti a delle riprese degli anni 70 anche se non si vede un sorpasso e cosa ci fa sbadigliare dopo tre giri di un gran premio moderno?

Non ho di sicuro tutte le risposte ma mi sono stancato di leggere assurdità e vorrei proporvi almeno le mie considerazioni.

Per come la vedo io ci sono almeno tre fattori che rendono suggestivo Jim Clark, e come lui Gilles, Stewart, Moss e compagnia, al volante di qualsiasi cosa abbia quattro ruote, che ci fanno restae a bocca aperta davanti ad un camera car di Senna:

  • Il senso del rischio – sappiamo che quei fenomeni rischiavano la pelle ad ogni curva (per non parlare dei rettilinei!) e inconsciamente ammiriamo chi ha coraggio e capacità per sfidare letteralmente la morte. Oggi questo rischio è stato allontanato in molti modi grazie agli interventi sulle auto e sulle piste e subiamo il fascino un poco minore della “sola” velocità. Questo è un punto su cui è giusto accettare compromessi, non fraintendetemi, è bello che i piloti rischino molto molto meno di una volta, ma ne escono un pochino sminuiti, appena un poco.
  • Lo scenario – questo punto è connesso con il primo. Circuiti carichi di storia, di curve famose (e rischiose) da pelo, di scenari familiari e suggestivi esercitano su di noi un’attrazione sicuramente maggiore rispetto ad un serpentone d’asfalto nel deserto circondato da mega-hotel. C’è poco da fare: oggi non si possono più ricavare i circuiti dalle strade di collegamento tra un paese e l’altro ma sicuramente si può fare di meglio rispetto a quello che ci propina la premiata ditta Ecclestone&Tilke. Speriamo che il circuito del Texas sia almeno un po’ meglio, speriamo!
  • La comprensione di quello che accade – Ecco, secondo me qui sta il nocciolo. Le auto moderne sono bellissime ma anche complicatissime e strettamente dipendenti da aerodinamica ed elettronica e il nostro cervello, per quanto resti affascinato da tutto ciò, finisce rapidamente col distogliere l’attenzione, perché non trova niente di immediatamente percepibile come straordinario. Siamo obbligati a vedere un replay per capire che Hamilton o Alonso hanno fatto un controsterzo spettacolare, tutto avviene così in fretta che non ci rendiamo conto di nulla, le macchine sembrano andare su due binari. I mezzi sono andati più avanti di noi e finiamo col non cogliere le differenze tra quelli bravi e quelli che non lo sono. E ci hanno pure tolto i punti di riferimento che erano costituiti dalle piste e dalle singole curve, ormai tutte uguali. Così ci ritroviamo a invocare i sorpassi, ma non vogliamo sacrificare l’idea della tecnologia.

Al diavolo la massima espressione della tecnologia, voglio vedere quello che succede in pista. Voglio vedere il pilota all’opera.  Penso che stia proprio qui il fascino ancora presente nei rally e nelle gare motociclistiche, non nei sorpassi: un pilota di moto lo vedi fisicamente domare il mezzo, oggi meno di ieri ma lo vedi; un pilota di rally lo vedi a occhio nudo che fa i numeri, oggi meno di ieri ma lo vedi, e infatti i rally sono stupendi anche se le auto non si sorpassano praticamente mai.

Guarderei per ore i video di Clark che gira in solitaria e anche un ingegnere sbadiglierebbe dopo dieci minuti di camera car di un test in Bahrain. Rivoglio delle auto che si muovano, che si percepiscano. Questo voglio sentire da Todt, che pure di rallies ne sa come e più di chiunque altro, altro che “valutare il potenziale dello spettacolo sui nuovi circuiti”.

Sperando di non avervi annoiati con questi classici brontolii da bar,

stay tuned 🙂