Europa, ma tu vuò fa l’americana?

Ammettiamolo, quando sono entrato a far parte della famiglia di Motorsport Rants ero il classico europeo convinto che i campionati migliori li avessimo noi. Gli americani? Bravi a far casino, corrono sugli ovali perchè l’incidente fa sempre spettacolo e i tempi eroici della Cart sono finiti da un pezzo. Ah, dimenticavo, una massa di checche che se la fa sotto quando vede il bagnato, ostinati a correre con ferrovecchi antiquati dell’anteguerra. Bene o male era questo il mio modesto e altezzoso punto di vista.

Poi ho cominciato a capire e seguire la Nascar grazie a Gian Luca e il talebano Fede, quando è arrivato Roberto abbiamo dato uno sguardo più approfondito anche alla Indycar, che forse non era quella categoria di reietti che si vuol far passare.

Perchè scrivo tutto ciò? Bella domanda. Probabilmente perchè ieri sera ho visto gara 2 a Detroit, campionato Indycar. E venivo dalla parole di Max Papis nell’ultima puntata di RetroBox, con le immagini della 500 miglia di Indianapolis ancora limpide nella mente. Ed è stata come una folgorazione, mi si sono definitivamente aperti gli occhi. Ho capito. Ho capito che vuol dire fare un campionato ad uso e consumo dello spettatore e non del Costruttore. Ho capito che significa anteporre lo spettacolo alla tecnica.

Gli esempi sono tanti. Non saprei neanche da dove partire.
Sono nato e cresciuto con la Formula 1, quando la Ferrari nel migliore dei casi festeggiava una vittoria all’anno con Berger o Alesi. Ho visto questa categoria crescere, cambiare, modificarsi e rinnegarsi, ricominciare e ricambiare. Ho visto i muletti – ve li ricordate? – le prequalfiche (!!!), i piccoli team e i gradi costruttori, le gomme scanalate e poi di nuovo le slick, gli alettoni andare su e giù, il DRS, il Kers, le gomme da qualifica e quelle di pongo, ho visto le soste ai box, le gomme che duravano una gara essere sostituite dal pieno che dura una gara, ho visto gare come Barcellona ’96 e le cavalcate solitarie di Maylander sotto l’acqua. Ho visto duelli, sorpassi leggendari come Hakkinen a Spa, ho visto piloti come Montoya infilare Schumacher millimetricamente alla terza gara della vita. E ho visto grandi disastri.

Oggi? Vedo sorpassi emozionanti come un incontro di boxe tra un peso massimo e un peso piuma, vedo gomme finire dopo 6 giri, vedo piloti che non provano neanche più a sorpassare e quelli che ci provano tutti in fila a farsi un giro turistico ai box. Sento interviste, ma queste ultime da un bel pò ad essere onesto, tutte uguali, banali, scontate. Sai già la risposta ancora prima di fare la domanda. Vedo Raikkonen idolatrato non perchè sia un fenomeno al volante, ma perchè da risposte del cazzo in mondovisione. Fuck yeah style. Dio lo benedica! Oh, poi capita che Massa tiri fuori i controattributi e passi Senna con una manovra epica, che Webber svernici Alonso all’Eau Rouge o che Raikkonen dimostri che anche a Montecarlo si può sorpassare. Per carità, c’è anche questo.

Ieri però, dicevo, ho visto l’Indycar. Che non è più la categoria di pippe rifiutate, non è più la categoria dove l’europeo veniva e vinceva facile. Barrichello l’anno scorso l’ha dimostrato. Rubens non sarà un fenomeno, ma con la macchina giusta era capace di essere tra i primi. L’anno scorso mai visto. Ho visto queste auto strane, una via di mezzo tra pezzi del Gattiger e una Batmobile da corsa, finire a muro, mettere la retro e ripartire. E pensare che se un F1 tocca male un cordolo addio ala. Ho visto auto spegnersi dopo un testacoda e i commissari pronti con l’avviatore per farlo partire, mentre in F1 se toccano l’auto sei ritirato. Ho visto piloti messi ko da un collega pronti a farsi giustizia da soli invece che invocare penalità.

Sembra una banalità, ma Will Power che aspetta Bourdais per lanciargli i guanti in faccia e promettergliela alla prossima gara è di un’umanità, una genuinità che da noi non si vede da secoli. Altro che il canonico “That’s racing”, qua si parla di “t’aspetto alla prossima”. E così ti vien in mente la Nascar, coi caschi che volano e il pubblico in visibilio, ti viene in mente la Nascar delle vendette in stile “Giorni di tuono” e le risse tra meccanici. Tutto politicamente scorretto e in alcuni casi brutto da vedere, ma che bello vedere le vere emozioni di questi ragazzi! Che bello vedere l’adrenalina che va in circolo e ti annebbia la mente! In Europa solo Rossi e le moto hanno provato a importare questo modo di fare, ma non sono stati seguiti.

Ma, sopratutto, ho visto piloti provarci, sorpassarsi, tirare staccate, fare anche a ruotate. Spesso va bene, qualche volta meno. Ma nessuno corre con l’incubo della penalizzazione. Hanno ancora ben chiaro il concetto di incidente di gara. Il “c’è spazio, ci provo, mi butto, ho sbagliato, cazz…bam!” va ancora di moda. Questo è “That’s racing!” Altrochè!

Ho visto, pensa te, vetture di traverso e piloti lottare col volante, senza lamentarsi delle gomme. Sono nere e tonde e quindi uguali per tutti. Quindi zitto e corri. Ho visto, con un misto di invidia e felicità, vedere i piloti fare tondi per festeggiare col pubblico.

Non è tutto rose e fiori, sia chiaro. Non tutto è perfetto ma perfettibile si. Anche gli americani hanno i loro problemi e le loro debolezze, le loro schifezze e i loro scheletri nell’armadio. L’Indycar è poco più di un monomarca. Però quando guardi le gare non ci fai caso, e allora, il dubbio sorge spontaneo: aveva ragione Briatore quando diceva che al tifoso non gliene frega niente di come è fatta una macchina, vuole solo divertirsi?

Chi ha ragione? Noi europei votati alla sfida tecnologica o loro americani che fanno tutto per il pubblico?

[follow id=”Palumbo_Max” ]