La crisi del “Sistema Italia”: sponsor assenti, soldi assenti e Ferrari… pure

“In Italia non ci sono talenti”. E’ questa la frase pronunciata più volte da Stefano Domenicali e Luca Cordero di Montezemolo (rispettivamente direttore sportivo e presidente della Ferrari) nel tentativo di fotografare la difficile situazione che sta vivendo l’automobilismo tricolore.

Il segnale più evidente della “crisi” è l’assenza di piloti italiani in Formula 1, ma questa è solo la punta di un iceberg che si estende molto più in profondità, coinvolgendo anche le serie minori.

Per una persona minimamente competente, un’affermazione del genere è assolutamente inaccettabile, a maggior ragione in quanto pronunciata non da qualche profano, qualche fan occasionale che si limita a seguire le corse della massima serie, ma dai maggiori esponenti dell’azienda che rappresenta l’orgoglio italiano nel mondo (nonché Casa più importante del motorsport a livello planetario), che dunque dovrebbero essere i più attenti ai risultati e alla crescita dei giovani di casa nostra.

Alle volte però qualcuno sembra avere il paraocchi…

Vogliamo fare degli esempi? Facciamo degli esempi!

Nel 2012 in GP2 (categoria creata con lo specifico intento di fare da anticamera alla Formula 1, ogni tanto è bene ricordarlo) Davide Valsecchi si è aggiudicato il titolo e Luca Filippi ha vinto la sua gara di rientro: dopo essere stato appiedato a fine 2011, il pilota di Mondovì è stato richiamato dal team Coloni alla vigilia della tappa di Monza, nella quale si è imposto al primo tentativo.

Edoardo Mortara è stato il migliore tra gli alfieri Audi nel DTM, cogliendo due vittorie; l’ex-campione GP2 Giorgio Pantano si è dimostrato uno dei più veloci in pista nell’unica gara corsa in IndyCar (sul tracciato di Mid Ohio, in sostituzione dell’infortunano Charlie Kimball), chiudendo davanti ad un mostro sacro della categoria come Helio Castroneves; Marco Bonanomi, all’esordio nel programma Audi, ha ottenuto due terzi posti alle 24 ore di Spa e Le Mans; Ronnie Quintarelli ha sbancato il SuperGT giapponese nelle ultime due edizioni del campionato.

La bandiera tricolore sventola fiera anche nelle categorie GT ed Endurance, con il team AF Corse che fa incetta di titoli e schiera piloti del calibro di Gianmaria Bruni, Giancarlo Fisichella e Federico Leo. Al di là della compagine di Amato Ferrari, comunque, i nostri portacolori sono molti di più.

Inutile girarci intorno: è tutta una questione di soldi. La crisi del Sistema Italia va a braccetto con quella che sta mettendo in ginocchio l’economia mondiale e le aziende italiane non investono più nel motorsport perché non hanno più i capitali per farlo.

Sentire in continuazione i nostri piloti affermare di non disporre del budget necessario per trovare un sedile non è un caso, così come non lo è il fatto che più i costi dei campionati sono bassi, maggiore è il numero di drivers del Bel Paese presenti (e competitivi).

Un ruolo chiave in negativo è giocato proprio dalla Ferrari. La Casa di Maranello dovrebbe avere il dovere morale di allevare i giovani piloti italiani (cosa che in parte fa con il programma Ferrari Driver Academy, che tra gli altri comprende Raffaele Marciello e il 16enne calabrese Antonio Fuoco ), se non altro per campanilismo… e invece preferisce ingaggiare come collaudatore il quarantaduenne spagnolo Pedro De La Rosa piuttosto che ragazzi più giovani, talentuosi e soprattutto italiani come Valsecchi (accasatosi in Lotus come terzo pilota) o Filippi (finito a commentare la F1 per Sky).

A salvarsi da questa situazione, in cui gli interessi economici prevalgono sulla meritocrazia, sono i cosiddetti “piloti con la valigia”, ossia quei corridori che sono supportati da aziende multimilionarie. Con il crescente aumento dei costi e la contemporanea riduzione del numero di investitori, le squadre cercano soprattutto piloti che possano portare loro denaro e, dunque, sicurezza economica; tutto ciò a chiaro discapito di giovani più bravi ma più “poveri”.

Tra aziende petrolifere, telefoniche, bancarie e via dicendo, buona parte della griglia di partenza della Formula 1 è fatta. Sergio Perez ed Esteban Gutierrez sono supportati dal colosso messicano delle telecomunicazioni Telmex; Pastor Maldonado porta in dote la munifica sponsorizzazione dell’azienda petrolifera di stato venezuelana PDVSA (si parla di cifre che rasentano i trenta milioni di Euro…); Max Chilton, neo-pilota della Marussia, ha alle spalle i soldi del padre, presidente del gruppo assicurativo americano AON e proprietario di una significativa quota del team anglo-russo (49%, quasi la metà).
E questi sono solo alcuni esempi.

Per ritornare ai bei tempi in cui l’Italia era la nazione cardine degli sport motoristici mondiali (nel motociclismo stiamo vivendo una situazione simile) è necessario aspettare l’uscita dalla crisi economica, sperando che a quel punto la “resurrezione” abbia inizio; l’impressione è che fino a quel momento nulla cambierà
Non ci resta che affidarci alla Divina Provvidenza. Con Manzoni ha funzionato…