Max Papis risponde alle vostre domande

Max accanto al suo "ufficio", fonte maxpapis.com, credits: CIA Stock Photo

Sentire un pilota dell’esperienza e delle capacità di Max Papis raccontarsi così apertamente è stato fantastico. Mad Max ha risposto a tutte le domande che abbiamo raccolto, le vostre domande, raccontandoci cosa c’è dentro all’uomo da corsa, senza nascondersi dietro falsi buonismi e trasmettendoci tutta la sua passione per il motorsport. Ci ha mostrato il modo americano di intendere le corse e ci ha dato appuntamento nel Winner Circle.

Ringraziamo Max Papis e Matteo Vecchi per la loro grandissima disponibilità e ci auguriamo che Max ci regali presto la gioia di veder sventolare il tricolore sul traguardo di una gara NASCAR.

Spazio allora alla vostra intervista!

Motorsport Rants: Di tutte le auto che hai guidato, qual’è quella che ti ha dato più soddisfazione in termini di piacere di guida?

Max Papis: Sicuramente la macchina che più è legata al mio cuore è la Champcar, quella sponsorizzata Miller Light, con il motore Cosworth da quasi 1000 cv. Penso la miglior macchina che abbia mai guidato insieme alla Ferrari 333SP, ma la Indycar era  un altro livello,una macchina da 380 Km/h di media su ovale, un grip incredibile,prestazioni fantastiche e poi quel rumore, quel sibilo pazzesco del motore turbo che faceva di questa macchina una cosa speciale.

Max impegnato a Fontana nel 2001, fonte lowesfernandezracing.com

MR: Quale è la tua gara/pista preferita in Europa e del circuito Nascar?

MP: Inizio a rispondere col fatto che in verità io non ho una pista preferita, perché quando inizi a metterti in testa che preferisci una pista é un po’ una limitazione, ma posso dire che tra le piste che sono più nel mio cuore c’è la mia Monza, la pista sulla quale ho fatto il mio debutto,dove ho un sacco di amici ed è il posto che,quando penso all’Italia,quando penso all’Europa, è più vicino al mio cuore. Poi è una pista cattiva, velocissima, con un sacco di storia, che è quello che piace a me.

In America, in NASCAR, sicuramente Daytona, la pista che ha creato il mio nome, senza Daytona non sarei mai stato nulla qui negli USA. Dal 1996, quando ho fatto il mio debutto in sportscar, fino ad ora, Daytona rappresenta il carisma. La pista, il banking di 36 gradi, l’aver fatto la Daytona 500, l’aver vinto la 24 ore di Daytona: è sicuramente quella la pista più vicina al mio cuore.

MR: Che categoria consiglieresti per cominciare ad un italiano, o pilota europeo, che vorrebbe arrivare in NASCAR?

MP: Innanzitutto ,quello che dico è che se vuoi un giorno tentare la strada della NASCAR, devi partire da giovane. Il trasferirsi qua dopo aver cominciato una carriera in Europa è un errore. La NASCAR è uno stile di vita, oltre ad essere una categoria diversa. Io consiglio di iniziare come fanno gli americani, a 14 anni, dalle late models, macchine NASCAR un po’meno potenti con cui correre a livello locale. Come io andavo a correre con il kart nella pista di Borgo Ticino, qua ci sono i ragazzini di 14 anni che corrono a Hickory, su un ovale, con macchine molto simili alla mia macchina NASCAR, con un po’ meno potenza, circa 450 cv. Ben diverso da quello che facevo a 14 anni col kart.

Questo è il mio consiglio: venire qua con tanta volontà, con in mano la voglia di lavorare sulla vettura, lasciare l’arroganza a casa e saper affrontare un’avventura, sapendo anche che, forse, puoi anche fare il meccanico per un po’ di tempo, per imparare, per poi avere l’oppurtunità di diventare un pilota.

MR: Tu hai gareggiato in tutte e tre le categorie della NASCAR: quali sono le principali differenze fra le tre vetture?

MP: Innanzitutto in NASCAR, come avete detto, ci sono la Sprint Cup, la Nationwide Series e la Truck Series. Sono 3 macchine sostanzialmente simili e nello stesso momento diverse. Tra le differenze principali tra le tre c’é la durata delle gare: le gare di Sprint Cup sono lunghissime, da un minimo 4 ore fino a 5 ore e mezza; le gare di Nationwide durano intorno alle 3 ore e le gare di Truck sono intorno alle 2 ore e 1/4 – 2ore e mezza. Le 3 vetture si differenziano principalmente proprio per un concetto: Nationwide e Cup sono, da quest’anno, due vetture più simili tra loro per quanto riguarda il telaio, ci sono dei parametri fissi molto stretti. Tra una Dodge, una Chevrolet, una Ford e una Toyota le differenze sono minime, la differenza è più nei piccoli dettagli. Le Cup poi hanno  più o meno 900cv all’assale posteriore, le Nationwide più o meno 680-700cv e i Truck più o meno 600-650cv.

Il Truck è sicuramente il più diverso tra le 3 tipologie. Le gare sono più corte, sono più intense e, anche se dall’esterno il mezzo ha la forma di un pick-up truck, la base del telaio è molto simile alle altre 2 vetture. I telai sono tutti tubolari: sicuramente la parte posteriore del truck è diversa, perché deve avere il “bed”, il letto, come dicono loro, il cassoncino come potremm chiamarlo noi.Un altro aspetto riguarda l’intesità delle gare: noi nel Truck, corriamo dal primo all’ultimo giro con un’intensità pazzesca. In Nationwide, il primo quarto di gara è fatto per studiarsi, mentre gli altri tre quartidi gara sono fatti per attaccare. In Cup invece metà gara, forse quasi tre quarti di gara, si usano per mettere a posto la macchina e ci si studia,attaccando solo nell’quarto di gara. Sono tre concetti diversi,ma che praticamente sono riassunti in questa teoria.

MR: Com’è il tuo rapporto con un grande del motorsport come Emerson Fittipaldi? Parlate di motorsport presente e passato quando siete assieme? Qualche consiglio di guida te lo da o te l’ha mai dato?

MP: Innanzitutto io vedo Emerson come il mio secondo papà. Io mio papà non ce l’ho più dal 2006, ed Emerson è una persona con la quale siamo molto molto vicini ed è, anche se sembra strano ok – sì, Emerson Fittipaldi, 2 volte campione di F1 e di Formula Indy – ma per me è il papà di mia moglie, quindi io lo vedo da questo punto di vista. A me piace tanto,quando siamo assieme, sederci sul divano di casa,dargli in mano un libro sulla vecchia Lotus o sulla Ferrari e sentire i commenti di tutte le varie fotografie che vede e sentire un po’ quello che facevano loro nel passato e come lo facevano, perché lo facevano,ascoltare gli aneddoti. Sicuramente l’entusiasmo che ha Emerson è incredibile: lui mi segue gara per gara, vede tutte le gare NASCAR in Brasile in diretta, è ilprimo a chiamarmi dopo le gare, ha un entusiasmo incredibile e mi dà tanti consigli. Lui è una persona di grande esperienza  e i consigli sono più che altro su come approcciare la gente, come gestire la squadra, e vedo che molte volte si diverte quando gli descrivo come si guida esattamente un truck, come si guida una NASCAR, quanto andiamo di traverso, come facciamo, perché il sangue di pilota cattivo, da corsa, è sempre dentro in lui.

Papis con Christian Fittipaldi e il mitico Emmo a Daytona ne 2005, fonte autoracing1.com

MR: Cosa porteresti del motorsport USA in Europa e viceversa?

MP: Questa è una domanda importante. Iniziamo a dire che quello che porterei dal mondo USA in Europa è tanto. Innanzitutto la mentalità sportiva, che ho visto in Europa essere sempre di meno, il fatto che qui in America le gare sono fatte per lo spettatore e non solamente per gli addetti ai lavori. Lo spettacolo è importante: non uno spettacolo finto, ma uno spettacolo accessibile alle persone! Quello che porterei dall’America è il fatto di aprire il paddock agli spettatori, far sì che i biglietti siano meno costosi e sicuramente una una delle cose principali è far suonare l’inno italiano in ogni evento, anche il più piccolo, anche la gara di Formula Panda a Monza. Far suonare l’inno italiano ad ogni evento in Italia, per renderci più orgogliosi del nostro fantastico Paese!Altra cosa che porterei dagli Stati Uniti è il fatto che qua si possa correre e far sì che le gare diventino il tuo lavoro, non solo al top level.

Qui ci sono varie categorie, a livelli anche locali, dove ci sono i premi gara – e questo è un altro punto, porterei i premi gara – che vuol dire vincere dei soldi dalla prima all’ultima posizione, anche se possono essere 200 euro, 100 euro, e far questo in tutte le categorie, dai Kart alla F1, e renderlo pubblico in modo che ci sia la possibilità di far vedere anche a un ragazzo o a una ragazza che non ha molto, che si può creare il proprio futuro basandosi sulle proprie vincite. E poi quello che porterei dagli Stati Uniti è il fatto di far sì che lo sport automobilistico in Europa sia meno visto come uno sport di élite, dove se hai i soldi vai avanti e se non li hai non vai avanti, bensì uno sport che può essere più vissuto in maniera normale, dove sì, i soldi sono importanti,ma il talento lo è di più.

Quello che porterei dall’Europa a qua è un po’ più difficile, sicuramente la lista è più corta. Forse qualche bel circuito tipo Monza e Spa e l’entusiasmo dei tifosi italiani. Lascerei definitivamente a casa l’arroganza e quell’andare alle gare come a dire “io sono superiore”. Invece qui negli Stai Uniti le gare sono fatte per tutti, per le persone che hanno la passione, come me.

Un’altra cosa che porterei dagli Stati Uniti è il rispetto per tutti i piloti, che fa sì che non solo se sei in F1 sei un pilota, ma puoi essere considerato tale ed essere un professionista a qualsiasi livello. E anche il rispetto un po’ in generale per quello che noi facciamo come piloti. In Europa se non sei in F1, sei visto come un niente.

MR: La NASCAR è molto seguita anche dai tifosi qui in Europa e la passione è tanta. Vedremo mai una gara NASCAR in terra europea secondo te? Monza o Brands Hatch potrebbero essere interessanti come tracciati. Che ne pensi?

MP: Sicuramente questo sarebbe il mio sogno, una delle cose che sto cercando di fare da tanti anni è portare almeno una vettura NASCAR per fare un’esibizione sulla mia pista di Monza. Mancano gli ovali, che sono il pane della NASCAR, e sicuramente vedere una gara su un ovale rende con queste vetture, perché le macchine sono costruite per quello. Se ci sarà, forse nel futuro, una gara europea dipenderà molto da noi. Se le televisioni e noi dimostreremo dell’interesse, sicuramente la NASCAR sarà disposta a investire per portarci in Europa. Altrimenti compratevi un bel biglietto d’aereo e vi aspetto io qui in America.

a Monza nel 1995, al volante della Footwork di formula 1, fonte maxpapis.com

MR: Ti sono arrivate offerte per correre l’ultima gara Indycar a Las Vegas?

MP: Sì, la risposta è sì. Stiamo vagliando per vedere di poter essere in questa gara da 5milioni di dollari, anche perché sono l’unico pilota di NASCAR che può farlo, dato che correremo lo stesso week-end sulla pista di Las Vegas col truck. Per gli altri piloti di Cup e Nationwide sarebbe quasi impossibile farlo (quel fine settimana, quello del 16 ottobre, saranno a Charlotte. ndr). Mi piacerebbe molto, specialmente per correre ancora contro i miei amici e rivali Dario Franchitti e Scott Dixon, ma sicuramente è un “one-off deal”, perché la mia concentrazione è sulla NASCAR.

MR: Quali sono i migliori/peggiori ricordi, anedotti, riguardo la tua avventura in F1? Com’era da guidare la Footwork FA16?

MP: La Footwork FA16 è esattamente descritta dal nome della scuderia, Footwork, che più che una macchina era un pitale. Diciamo che era veramente una macchina schifosa. Divertirmi non mi sono divertito quasi per niente. Mi è piaciuto poter correre in F1: il mio ricordo migliore sicuramente è l’entusiasmo dei miei tifosi a Monza, quando ho corso il Gran Premio d’Italia, il fatto di essere stato l’unico ad essere fuori dal cancello di Monza a firmare gli autografi, cosa che mi è anche costata una multa, oltre a qualche parola detta male da parte del team e da parte della FIA, perché non volevano che i piloti uscissero dal cancello per firmare gli autografi, cosa che secondo me era una pazzia. Questo è uno dei ricordi più belli che ho. Il ricordo peggiore è sicuramente legato a Jackie Oliver, il proprietario della Footwork e alla mancanza di rispetto, che non so se il mondo F1 in generale o specialmente  la Footwork hanno avuto nei confronti dei miei sogni. Ho dovuto pagare, spendere tutto quello che avevo guadagnato nella mia vita, per poter arrivare lì e i miei sogni praticamente non sono stati rispettati,  sono stati buttati in un angolo, senza considerare che il ragazzo che era lì era un ragazzo di 24 anni, che aveva aspettato tutta la vita per poter arrivare proprio lì.  Sicuramente quell’ultimo giro a Monza, fatto guardando la folla, guardando tutti i tifosi, è dentro al mio cuore e nessuno me lo potrà mai togliere, ma grandi ricordi non ne ho. La cosa più bella è che quel mio passaggio in F1 mi ha creato un sacco di amicizie, specialmente all’interno della Ferrari, come quelle con Stefano Domenicali, Jean Alesi e Gerhard Berger: persone che ho conosciuto e che oggi mi considerano al loro stesso livello, mentre forse, quando ero lì, mi guardavano dall’alto in basso.

MR: Come nacque e si concretizzò la possibilità di approdo in Cart? Le vetture Cart che hai guidato tu in quegli anni erano potenza e velocità pura, quali sensazioni davano alla guida?

MP: Il mio approdo in CART è stato abbastanza semplice. Io sono arrivato in America per guidare la Ferrari 333 SP, grazie al signor Piero Ferrari e al signor Mario Vecchi. Alla fine del1995 mi ero praticamente ritirato dalle corse, perché il mio sogno della F1 era stato frantumato da Jackie Oliver. Quello che ho fatto è stato abbastanza semplice, sono entrato in Sportscar, nella categoria IMSA, dove guidavo per Giampiero Moretti, il mitico proprietario della Momo. Guidavo la Ferrari 333SP della Momo e quando me ne sono andato dalla F1 per andare a correre in America con i prototipi, la maggior parte dei miei colleghi mi ha preso per matto, perché dicevano che andavo a guidare la macchina dei pensionati. Ho iniziato a vincere alla grande: 8 pole position, un sacco di giri veloci, 4 vittorie. Questo ha destato dei grossi interessi ,da parte dei team di Champ Car, in quel periodo, fino a quando, mi ricordo benissimo, un giorno  ero in autostrada e mi è arrivata una telefonata da Gordon Coppock, il mitico Gordon Coppock, il disegnatore della Lotus Formula1 di Emerson Fittipaldi, che era in quel momento il capo-disegnatore della Reynard del team MCI/WorldCom, il quale mi ha chiamato per andare a fare un test.

Purtroppo la cosa tragica, che io non sapevo in quel momento, era che il test doveva avvenire, perché purtroppo Jeff Krosnoff, che era il pilota che guidava quella macchina in precedenza, aveva avuto un incidente fatale, che aveva coinvolto anche il mio futuro suocero Emerson Fittipaldi. Questa è una cosa che ho scoperto dopo. La cosa che mi ha fatto piacere è che mi hanno dato questa opportunità, perchè mi hanno detto esattamente queste parole: “Tu sei uno dei pochissimi piloti in questa lista che non ci ha chiamato dopo la morte di Jeff Krosnoff e per noi i tuoi valori umani  sono molto importanti”.Toyota, che in quel periodo era il costruttore che supportava il team MCI/WorldCom, che era una squadra di 120 persone nel 1995, mi ha dato la possibilità di salire sulla macchina.

Non vi dico il mio sorriso quando mi sono presentato a Mid-Ohio, a guidare questa macchina da 950cv e al mio primo driver-meeting ero di fianco ad Al Unser Jr., Bobby Rahal, Michael Andretti e il mio mito Mario Andretti è venuto a stringermi la mano, dicendomi: “Vedendo le prestazioni della tua prima qualifica, penso che ti vedremo in giro nella Champ Car per parecchi anni”.

E questo è stato: 113 gare, 12 podi, 3 vittorie, 5° nel campionato (nel 1999, ndr), tante soddisfazioni e un bellissimo ricordo di queste macchine che, secondo me – anche se non ho mai avuto l’opportunità di guidare una macchina al top in F1 – sono le macchine più incredibili che abbia guidato fino a questo momento.Facevamo il giro in qualifica a Fontana o Michigan a 240 di media.. 240 miglia, che sono 385 km/h!

max con la 333 SP in IMSA, fonte maxpapis.com

MR: Se potessi fare un team di italiani per correre una grande classica come Daytona, Sebring o Le Mans, chi sceglieresti come compagni di squadra?

MP: Bellissima! Questa è una domanda fantastica. Un team di italiani: io sicuramente in primis, poi sceglierei Michele Alboreto, perché Michele è nei miei ricordi ed era una persona incredibile.  Michele sei stato un pilota fantastico. Poi Alessandro Zanardi, per la sua grinta, la determinazione e per l’amicizia che abbiamo. Come terzo pilota Stefano Modena, uno dei grandi che non ha fatto vedere tanto nelle corse. Come team manager Giampiero Moretti e come proprietario della squadra Piero Ferrari. Credo sarebbe veramente il non plus ultra.

Se poi non parliamo di italiani, la cosa che più mi piacerebbe fare è una 24 ore di Daytona io, Christian Fittipaldi, Emerson Fittipaldi e mio nipote Pietro Fittipaldi.

MR: Pensi di poterci regalare la prima vittoria di un italiano nella NASCAR? Potrebbe arrivare su un ovale della NCWTS o su magari su uno stradale come il Glen o Montreal in Nationwide?
MP Sono convinto che il 2011 sarà l’anno in cui io vincerò una gara di NASCAR e sono convinto che sarò il primo italiano a farcela, me lo sento dentro. Spero sinceramente che succeda su un ovale, perché questo praticamente sarebbe il massimo, nel senso che veramente farebbe vedere che uno che è nato con la leva del  cambio in mano e ha corso cambiando, scalando, accelerando, girando a destra e a sinistra, sa anche vincere su una pista dove giri solamente a sinistra. L’ho già fatto nella Champ Car ( a Homestead-Miami, nel 2001, ndr), ma quello non conta qui in NASCAR. Su stradale avrò un’opportunità con Kevin Harvick nella Nationwide, ma non sarebbe così entusiasmante tanto quanto vincere con il truck. Penso che in uno degli ovali grandi o a Martinsville ce la potremmo fare quest’anno.

Max all'opera a Daytona con il suo Toyota Tundra, fonte nascarmedia.com/Getty Images

Grazie della domanda. Il giorno che salirò nel winner circle, perché non c’è il podio da noi nella Truck, la bandiera italiana sarà là in alto e questo è un sogno ed è un mio obiettivo, al quale penso praticamente ogni giorno. Ho la bandiera italiana nel mio guardaroba, quando mi cambio nel camion, e la piego e la ripiego ogni volta, cercando di tenerla lì preparata per il momento opportuno.

MR: Una domanda sul calendario della Sprint Cup: secondo te ci vorrebbe uno stradale nella Chase?

MP: Sì, secondo me ci vorrebbe uno stradale nelle ultime 10 gare, perché renderebbe la Chase ancora più competitiva, porterebbe dei nuovi tifosi all’interno della NASCAR, tifosi che sono più legati alle gare stradali e darebbe un pizzico di sale in più a una categoria che è già incredibile, ma che potrebbe essere ancora meglio.

E con questo vi saluto tutti, ragazzi. Grazie tantissimo delle domande. Sono orgogliosissimo di essere italiano, di tenere in alto i colori dell’Italia. Tutte le domande che avete fatto sono veramente belle, interessanti ed è valsa veramente la pena rispondere a tutte. Grazie!

Per finire vi segnaliamo alcuni collegamenti:

Il sito di Max Papis: www.maxpapis.com
Il profilo Twitter di Max: @maxpapis
La pagina facebook di Max: maxpapisracing

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