Niente “effetto Ferrari” sugli ascolti della F1? Bene, perchè….

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“Se va bene la Ferrari, vanno bene gli ascolti della F1”. E’ una convinzione diffusa, (quasi) sempre vera, valida per altro non solo per l’ Italia, ma anche a livello globale, visto che lo stesso Ecclestone, riflettendo sul calo generalizzato dell’audience, neanche un mese fa affermava che “Se la Ferrari iniziasse a piazzarsi prima e seconda in qualifica e gara, gli ascolti salirebbero ovunque: la Ferrari è una passione mondiale.”

In realtà l’adagio che postula una correlazione positiva tra competitività della Rossa e platea di telespettatori non sempre trova conferma nei dati auditel.

E’ il caso, ad esempio, del Gp di Ungheria di domenica scorsa, una gara altamente spettacolare che ha visto -per la prima volta nel 2014- una Ferrari lottare per la vittoria, sfuggita a soli tre giri dalla bandiera scacchi.

Vista la prestazione di Alonso e di Raikkonen e considerato il fatto che il Gp era trasmesso in diretta anche dalla Rai, ci saremmo aspettati un boom di ascolti o comunque la miglior performance tv del 2014.

E invece cosi non è stato: in fatto di telespettatori il Gp ungherese si piazza solo al terzo posto dopo il Canada e l’Austria.

Se la gara nordamericana rappresenta per certi versi un caso particolare, per via del diverso orario di programmazione, più sincero è il confronto con l’Austria (stesso orario e in entrambi i casi diretta contemporanea su Rai e Sky).

Ebbene a fronte dei 5229639 telespettatori del Gp del Red Bull Ring, la gara ungherese si è fermata a quota 4959566 telespettatori e, anche ragionando in termini di share, prevale ancora il Gp d’Austria (34.16% contro il 34.08%).

Qualcuno potrebbe obiettare che in una domenica di fine luglio aumenta il ruolo- e quindi il peso specifico- di Sky Go: Vanzini sostiene che i dati in loro possesso sono estremamente positivi, ma non può rivelarli (e perchè, di grazia?).

Ragionando solo sui dati in nostro possesso dobbiamo concludere che l’effetto Ferrari non c’è stato o comunque è stato inferiore a quello che ci si poteva attendere.

Il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno? Pessimisticamente si potrebbe argomentare che, se neanche un sussulto di competitività della Ferrari riesce a risollevare gli ascolti, allora la F1 è proprio moribonda.

Io, invece, voglio guardare il lato positivo.

Al di là del fatto che Alonso sia stato in lotta per la vittoria, il vero elemento da considerare è che la gara è stata combattuta e a tratti davvero avvincente e la cosa non rappresenta certo un’eccezione in questa stagione.

Insomma questa F1 iper-criticata ha ancora in sè il potenziale per esprimere spettacolo: vediamo i piloti guidare, perfino lottare col volante, assistiamo a derapate, errori, confronti, duelli e trielli.

Il pilota può metterci tanto del suo, a mio avviso anche di più rispetto alla prima metà degli anni 2000, quando le monoposto erano più belle, avevano un sound decisamente più accattivante, erano più potenti, spiccavano tempi sul giro oggi inarrivabili ma avevano un carico aerodinamico nettamente superiore, viaggiavano su due binari ed erano dotate di launch control, cambiata assistita e controllo di trazione (o ce lo siamo dimenticati?) e, visto che c’erano i rifornimenti , non presentavano ai piloti la sfida di dover gestire un comportamento che a fine gara può essere anche molto diverso da quello del primo stint.

La F1, opinione personalissima, è ancora viva e vegeta. E commette un errore se pensa di dover ancora imporre cambiamenti stile wrestling per inseguire lo spettatore occasionale: ogni volta che ciò è stato fatto ha prodotto solo danni.

Al contrario, occorre dare stabilità e dare modo all’appassionato, quello vero, di abituarsi alla rivoluzione di quest’anno.

Di fronte allo shock delle prime gare della stagione, qui su Motorsportrants abbiamo sempre predicato pazienza, convinti che per giudicare veramente questa F1 occorresse aspettare un pò.

Oggi ci sembra che la forma dei musi, il fattore consumi, perfino il sound stesso dei motori, siano passati un pochino in secondo piano davanti allo spettacolo offerto, per esempio, dal confronto Vettel-Alonso di Silverstone.

Il fatto che gli ascolti non siano aumentati è un fatto paradossalmente positivo, innanzitutto perchè sgombra il campo da due equivoci: gli ascolti sono bassi non perchè manca l’azione in pista e neanche poi tanto perchè la Ferrari va male.

Il primo aspetto dovrebbe far aprire gli occhi a chi di dovere: non sempre qualità dello spettacolo e audience sono strettamente collegate, altrimenti dovremmo concludere che i cinepanettoni sono capolavori della cinematografia…

Semmai la disaffezione del grande pubblico rispetto alla F1 ha altre radici e su quelle bisogna agire: ai primi posti io metto l’effetto assolutamente negativo dettato dal passaggio alle pay-tv.

Il secondo aspetto dovrebbe far riflettere proprio i media. Tv e stampa specializzata sono convinti che per avere ascolti e vendere copie devono dare al pubblico quello che il pubblico chiede.

E, poichè la maggior parte degli italiani tifa Ferrari, lor signori sono convinti che bisogna sempre esaltare Alonso o mettere sempre in prima pagina la Ferrari.

E’ qualcosa di sperimentato anche nel motociclismo, con la figura di Rossi, o nel nuoto, col personaggio Pellegrini.

Senza pensare che una linea del genere è controproducente nel medio-lungo periodo, perchè non forma appassionati, quello zoccolo duro che seguirà la F1 (o la MotoGp) “no matter what”, ma solo tifosi occasionali o, peggio ancora, ultras dell’uno e dell’altro tipo.

E si, perchè la sovraesposizione, il “pompare” quella squadra o quel pilota, finiscono per generare, da una parte, i fan boy (che hanno occhi solo per il proprio beniamino e non hanno la lucidità e la sportività di ammettere o riconoscere i meriti e le qualità degli altri contendenti) e, dall’altra, gli haters, quelli che, accecati dall’antipatia nata come reazione contraria alla sovraesposizione del personaggio, non sono in grado di riconoscere i meriti del personaggio in questione.

Quindi se gli ascolti non sono influenzati, o sono poco influenzati, dalla competitività della Ferrari, i media non hanno più scuse o alibi e, magari, possono iniziare un nuovo corso, dandosi un’impostazione diversa, più equidistante e lungimirante.

Nel lungo periodo, di questo sono convinto, si vedrebbero i risultati sulla cultura del motorsport e sul grado di competitività del movimento nel suo complesso (piloti, squadre, autodromi, spettatori, telespettatori, indotto, ecc).