Push to Melbourne – Stella stellina, la notte si avvicina?

Rosberg incalzato da Vettel nei test di Barcellona 2: sarà così anche in Australia? (© Getty)

 

A cura di Ermanno Frassoni

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Questa non è una fiaba dei fratelli Grimm e nemmeno una filastrocca da musicare ai bambini prima di rimboccar loro le coperte nell’attesa di lasciarli sprofondare tra le braccia di Morfeo. Eppure, complice un punto di vista inedito, potrebbe persino passare per tale, in un impeto di fantasia e leggerezza, metaforicamente intenti a osservare dalla finestra una Melbourne che si prepara ad accogliere gli eroi della Formula 1 sul circuito semicittadino dell’Albert Park, nello Stato australiano di Victoria, sede della «prima» stagionale in programma domenica 15 marzo.

I test invernali, la miseria di tre sessioni spalmate su dodici giorni a cavallo di Jerez de la Frontera e Barcellona, in Spagna, sono acqua passata, adesso è arrivato il momento di fare sul serio. Nessuno si prende più la briga di scherzare, giù la visiera e avanti tutta in vista dei primi quattro Gran Premi della stagione che si terranno a svariati chilometri di distanza dalla vecchia Europa. Per il ritorno a Barcellona, teatro del Gran Premio di Spagna il 10 maggio, c’è tempo: la fretta è cattiva consigliera e a fine aprile, esaurita la sequenza di tappe extraeuropee, si comincerà a fare qualche conto.

La rubrica Push to Rants, qui nella speciale declinazione «to Melbourne» che prelude allo start del Mondiale, ha provato a individuare otto tra i quesiti più importanti di questo avvio di campionato con l’intenzione di sondare il peso specifico dei suoi principali protagonisti attraverso una disamina di quelli che possono definirsi dati incontrovertibili e quelli che invece necessitano di maggiore approfondimento e analisi. Perché la Stella di Hamilton e Rosberg, almeno a guardare le risultanze delle prove pre-stagione, si fa via via più lontana per gli avversari, costretti a navigare a vista in un paddock da (buona)notte prima degli esami.

A Melbourne, dunque, c’è chi pensa di poter brillare di luce propria (la Mercedes) e chi già vede allungarsi, minacciose, le ombre della notte: comunque vada, pronostici a parte, le favole da Formula 1 narrano spesso le gesta di indomiti principi con il casco in testa e di bellissime Hybrid-fanciulle.

Perché è lecito prevedere un dominio del team Mercedes nei primi Gran Premi della stagione?

Australia, Malesia, Cina e Bahrain sono gare abbastanza particolari se si calcolano le condizioni climatiche, notoriamente difficili per i piloti a Sepang e Sakhir, che vanno a sommarsi alle incertezze dettate dall’estate australe di Melbourne, con possibili rovesci improvvisi, e alla sfida rappresentata dai curvoni veloci e dalle violente staccate presenti quale elemento sfidante sulla pista di Shanghai. Al di là dei fattori esterni, però, si fa fatica a individuare una sola ragione per cui Hamilton e Rosberg non dovrebbero andare in fuga già in qualifica salvo poi occupare i primi due gradini del podio la domenica; la Mercedes va a Melbourne da favorita non tanto in virtù del dominio espresso nel 2014 quanto piuttosto a causa dell’eccellente passo mostrato nei test invernali. Oltre seimila i chilometri inanellati da Lewis e Nico a Jerez de la Frontera, Barcellona e Barcellona 2, con riscontri cronometrici invidiabili indipendentemente dalla tipologia di pneumatico utilizzato. Minimi gli intoppi incontrati nelle prove, che hanno interessato occasionalmente l’unità MGU-K, persino ridicola la strategia di protezione adottata da Hamilton, il più critico riguardo a non meglio precisati problemi di assetto: la velocità c’è, i guai di affidabilità della vecchia W05 Hybrid sembrano superati e per i rivali è già suonato il campanello d’allarme. Il nemico numero uno della Mercedes è la Mercedes stessa, o meglio i suoi alfieri, appurato che dopo le lotte intestine del 2014 Hamilton a casa Rosberg (entrambi vivono a Montecarlo) non ha più messo piede. A Lauda e Wolff l’arduo compito di gestire una situazione di superiorità tecnica che potrebbe esacerbare fin da subito l’agonismo dei piloti.

Amicizia Vettel-Raikkonen: durerà o la giusta interpretazione è quella di Jacques Villeneuve?

«Tra piloti di livello differente è molto facile instaurare forti amicizie». Carlo Cavicchi, storico direttore di Autosprint intervistato da questa rubrica nel ventennale della scomparsa di Senna, motivava così la perfetta sintonia venutasi a creare in pista e fuori tra il campionissimo Ayrton e il fido Berger, suo compagno di squadra alla McLaren dal 1990 al 1992 compreso. I problemi, proseguiva l’autore del celebre volume «Senna vero», sorgono quando due piloti che dividono lo stesso box sono convinti di poter ambire al massimo obiettivo. È a questo punto che le coppie scoppiano letteralmente e, molto spesso, la spaccatura coinvolge anche il team come si verificò per Piquet-Mansell in Williams, Senna-Prost in McLaren e, qualche anno fa, Alonso-Hamilton ai ferri corti nel garage di Ron Dennis. «Sebastian e Kimi? Vettel sarà amico di Raikkonen finché quest’ultimo non gli starà davanti; il mio parere è che se Kimi dovesse batterlo, beh, il tedesco valuterà in altro modo l’amicizia con il compagno di colori». Jacques Villeneuve, ex iridato in Formula 1 nel 1997 nonché attuale opinionista del canale televisivo Sky Sport F1, non ha usato mezzi termini quando gli è stato chiesto cosa pensasse dell’amicizia, vera o presunta, tra i ferraristi del 2015. Nei test invernali la Rossa del nuovo corso, usciti Montezemolo e Mattiacci rimpiazzati da Marchionne e Arrivabene in Bocchi (sì, la graziosa addetta stampa Stefania è la moglie di Maurizio), ha fatto sfoggio di un’unità d’intenti che non dà l’impressione di essere solo di facciata complice una capillare riorganizzazione del lavoro in fabbrica e una volontà ferrea del gruppo nel voler risalire in fretta la china all’indomani di una stagione disastrosa e a tratti umiliante. La SF15-T potrebbe anche non essere la seconda forza del Mondiale, ma ciò non toglie che la vettura sia nata bene, competitiva il giusto e affidabile, eppure se le cose dovessero mettersi bene per la scuderia di Maranello non è da escludere uno scontro a viso aperto tra il nuovo arrivato Vettel e il veterano Raikkonen. Il finlandese ha sorpreso positivamente nelle prove in Spagna e, alla luce dei suoi 35 anni e del contratto in scadenza, non può permettersi un’altra annata interlocutoria; Seb, dal canto suo, spegnerà 28 candeline a luglio, e dovendo farsi perdonare un 2014 sottotono in Red Bull non avrà molto tempo per ambientarsi. Nessuno dei due, insomma, sembra poter recitare il ruolo del funambolico Gilles che nel 1979 supportò in tutto e per tutto la cavalcata mondiale di Scheckter confidando di avere margine in futuro per conquistare il titolo. Eppure, se nel tragico 1982 il piccolo canadese si fosse trovato Jody al posto di Pironi in quel di Imola, forse dell’amico sudafricano non avrebbe più voluto sentire parlare.

Passaggio ai box per la Ferrari di Raikkonen nelle prove di Barcellona 2 (© Getty)

 

Bottas è finalmente pronto per andare incontro al suo primo successo in Formula 1?

La logica suggerirebbe di sì. Trentotto Gran Premi disputati in Formula 1 con sei piazzamenti sul podio all’attivo, tutti ottenuti nel 2014 al volante della FW36, a 25 anni d’età il connazionale di Raikkonen dovrebbe finalmente avere la possibilità di alzare ulteriormente l’asticella in virtù di una Williams sempre più convincente non soltanto grazie ai benefici del propulsore Mercedes ma anche al lavoro aerodinamico di fino svolto da quel mago mai troppo riconosciuto che è Pat Symonds. La nuova FW37 nei colori Martini, insieme alla Sauber forse la monoposto con la livrea più brillante dell’intera griglia di partenza, sta facendo scuola per quanto attiene ad alcune soluzioni adottate quali ad esempio il musetto corto, tozzo e dalla punta allungata, esteticamente non un granché ma a quanto sembra un vero e proprio toccasana per un migliore indirizzamento dei flussi d’aria verso la parte inferiore della scocca. Nell’ultima sessione di test pre-stagione a Barcellona il finlandese di casa Williams è stato costantemente tra i più veloci e redditizi riuscendo nell’impresa di piazzarsi alle spalle dei mattatori Rosberg e Hamilton. Di assoluto rispetto anche la mole di dati e informazioni raccolti con Massa, che non ha però eguagliato le prestazioni cronometriche di Bottas, ormai consapevole di poter disporre di una Williams in grado di lottare con le grandi. Se a Melbourne o, più probabilmente, a Sepang, dovessero verificarsi dei colpi di scena al vertice della classifica, il campione della GP3 Series 2011 dovrà dimostrare con i fatti di saper cogliere al volo l’occasione; dalla sua parte ha freschezza, voglia di emergere e quel bagaglio di esperienza in più che fino all’anno passato regalava un certo vantaggio, almeno in talune circostanze, al compagno di squadra brasiliano.

McLaren flop: l’involuzione parte da lontano. È tuttavia possibile un recupero in stile Red Bull 2014?

Alla vigilia del primo Gran Premio della stagione il team McLaren nel suo complesso fornisce la preoccupante istantanea di una struttura allo sbando. La politica interna, vedi alla voce degli scontri di potere in atto tra Ron Dennis e i soci Mansour Ojjeh e Bahrain Mumtalakat Holding, sta destabilizzando da tempo la squadra, senza contare che finora di «title sponsor» non se ne sono visti e la dirigenza di Woking ha sbandierato quasi come una vittoria l’accordo raggiunto con il network all-news CNN International. Aprire il capitolo MP4-30, quella che dovrebbe essere la nuova arma di Alonso (quando rientrerà in servizio) e Button, serve soltanto a rigirare il coltello nella piaga: le delicatissime componenti della power unit Honda non vogliono saperne di lavorare in simbiosi con la necessaria continuità e nei test invernali i risultati sono balzati agli occhi di appassionati e addetti ai lavori tra eterne soste ai box e problemi di ogni genere. Venerdì 27 febbraio, quando Jenson in una giornata è riuscito a completare 101 tornate della pista di Barcellona, si è quasi gridato al miracolo; sabato, però, Magnussen ha effettuato 39 giri ad andatura più o meno turistica e tutto è sembrato tornare alla normalità. Una normalità aberrante, ovvio, perché la McLaren a Melbourne è presente con due piloti, Magnussen e Button, che probabilmente preferirebbero stare da un’altra parte, mentre Alonso proseguirà il suo periodo di lontananza dai circuiti nella speranza di essere della partita in Malesia. Sulla Red Bull RB10, antesignana della RB11 affidata quest’anno a Ricciardo e Kvyat, Adrian Newey e Rob Marshall riuscirono a fare l’impossibile perché, globalmente parlando, i problemi di quel progetto erano infinitamente minori rispetto a quelli dell’attuale McLaren. A rincuorare il team, dopo i continui stop delle prove invernali che indispettirono non poco Vettel, contribuirono il podio subitaneo di Ricciardo che venne poi tramutato in squalifica a causa del flussometro e, dulcis in fundo, una graduale progressione culminata nei tre successi non Mercedes in Canada, Ungheria e Belgio. Difficile che la Honda, appena reduce da una staffetta sulla poltrona presidenziale, oggi appannaggio di Takahiro Hachigo, possa fare altrettanto.

La grinta di Bottas trova sfogo sui curvoni del Circuit de Catalunya (© Getty)
Button in pit-lane: un’immagine ricorrente per la McLaren (© Getty)

 

Ricciardo si propone come il nuovo leader di casa Red Bull. Saprà caricarsi la squadra sulle spalle?

Anche per l’australiano il tempo delle mele è finito da un pezzo. È inevitabile che i vertici della compagine capitanata da Horner puntino su di lui per il dopo Vettel, dal momento che Kvyat, 21 anni ad aprile, promette bene ma ha soltanto 19 Gran Premi sul groppone e all’esordio, avvenuto nel 2014 su Toro Rosso, ha alternato buone performances a errori banali dettati dall’inesperienza. Il giovane russo è riuscito là dove Alguersuari, Buemi e Vergne, giusto per citarne tre, avevano fallito: l’approdo nel team divenuto quattro volte campione del mondo piloti e costruttori dal 2010 al 2013. Il riferimento, soprattutto all’inizio della stagione, sarà Ricciardo, che l’anno scorso, arrivato alla Red Bull con una sorta di contratto a progetto e la fatidica spada di Damocle di poter essere accantonato verso metà stagione se le sue prestazioni non fossero state all’altezza, ha infiammato subito il paddock complice l’assenza di timori reverenziali nei confronti del plurititolato Vettel e un’attitudine al sorpasso fuori dal comune. A premiare il sorridente ragazzone di Perth, 26 anni a luglio, ci hanno pensato le tre rocambolesche vittorie conquistate a Montréal, Budapest e Spa Francorchamps nei momenti in cui a mancare sono stati i rivali della stratosferica Mercedes e, da fiorettista sopraffino, Daniel ha saputo approfittarne disvelando per la prima volta le sue doti di potenziale campione nell’esclusivo parterre della Formula 1. Oggi Ricciardo ha tutto per ripetersi almeno sui livelli del 2014 indicando la strada a Kvyat; il dubbio, semmai, risiede nella solidità della nuova RB11 abbinata alla power unit Renault che, camouflage a parte, nelle prove andate in scena in Spagna ha badato a nascondersi. Secondo quanto è emerso, però, Daniel non avrà vita facile nel tenere il passo di Mercedes e Williams, sulla carta le punte di diamante di inizio campionato.

Il più grande limite della Lotus, apparsa efficace nei test invernali, è forse dato dai suoi piloti?

Se guardiamo al bilancio 2014 della formazione gestita da Gérard Lopez, deus ex machina del fondo di investimenti Genii Capital, e dal suo braccio destro Federico Gastaldi, la freccia risulta drammaticamente orientata verso il basso. Abbandonata la fornitura Renault e abbracciata la power unit Mercedes, più potente e affidabile, Grosjean e Maldonado, entrambi riconfermati in ottica 2015, nei test invernali hanno subito registrato riferimenti cronometrici interessanti scacciando con un colpo di straccio i tanti «demoni» che avevano afflitto i piloti stessi e la squadra nella precedente stagione. Un’altra domanda è la seguente: basta un motore Mercedes e un muso finalmente normale, stavolta persino accattivante nelle forme, per mettere una pietra tombale sul passato recente? La risposta molto probabilmente è «nì», a metà tra un sì e un no. Perché la nuova E23 si è presentata come una monoposto tutto sommato performante considerato che quasi certamente dovrà vedersela con Force India, Sauber e Toro Rosso, eppure obiettivamente sulla robustezza mentale dei due piloti titolari qualche riserva c’è. Pastor, in particolare, è ormai conosciuto per la sua reiterata propensione all’errore, anche se con una vettura più efficiente il venezuelano ha talvolta mostrato cose egregie, vedi il trionfo rimasto un episodio isolato di Barcellona 2012. Il francese di Ginevra, invece, sembra sempre sul punto di esplodere come pilota, poi però rientra sistematicamente nell’anonimato. Di sicuro, salutata la deludente power unit Renault, le scuse valide sono ridotte al lumicino.

Maldonado aggredisce una curva a Montmelò: riuscirà a concretizzare? (© Getty)

 

Considerato che il rendimento di Verstappen nei test invernali è andato al di là di ogni ottimistica previsione, ha senso la regola 2016 che proibisce l’ingresso ai minorenni in Formula 1?

Da un lato ha senso perché la tendenza generale tra i manager attivi nel comparto motorsport è quella di spremere i ragazzi che hanno ben figurato nelle formule minori con l’obiettivo di portarli il prima possibile in Formula 1. Il treno del successo passa soltanto una volta, si sussurra nell’ambiente, e la chance di approdare nella massima formula non va sprecata nemmeno se il pilota ad essere oggetto di estenuanti trattative deve ancora prendere la normale licenza di guida. Dall’altro lato, invece, la regola in vigore dal 2016 è assurda perché il buon senso dovrebbe suggerire a chi di dovere che nella stragrande maggioranza dei casi anticipare troppo i tempi è deleterio sia per il «pilotino» che per coloro che ne gestiscono gli interessi. È stato Arrivabene, team principal della Ferrari, a sostenere di recente che Gutierrez, da quest’anno terzo pilota del Cavallino, sarebbe arrivato nel Circus troppo presto col rischio di bruciarsi la carriera; eppure il messicano ha esordito da titolare nel 2013 quando aveva già superato i 21 anni d’età. I vari Alguersuari, Thackwell, Alonso, Kvyat e Vettel dovevano ancora festeggiare le 20 primavere nell’istante in cui fecero il loro ingresso sul palcoscenico dei Gran Premi. La vicenda personale e agonistica di Verstappen, che domenica a Melbourne prenderà semaforo verde a 17 anni e mezzo, ha tuttavia poco da spartire con i percorsi di colleghi più o meno illustri capaci di cavarsela agevolmente nell’inferno di un Gran Premio al di là dell’anagrafica: Max, kartista dai 7 anni, ha infatti potuto contare sui contatti privilegiati di papà Jos, ex driver di Formula 1, e sulla spinta non indifferente di una famiglia da corsa rafforzata dalla presenza di mamma Sophie Kumpen, anch’ella ex pilota, di nonno Paul e dello zio Anthony. Al debutto nell’Euro Formula 3 del 2014, l’olandese ha strabiliato contendendo il titolo a Esteban Ocon, altro talento del futuro, così da guadagnarsi la chiamata Toro Rosso per affiancare Sainz Jr. in quello che di fatto resta lo Junior Team di casa Red Bull. Verstappen incarna dunque un caso a sé stante, sorta di eccezione che conferma la regola: il suo triplo salto carpiato in Formula 1 non è un gesto atletico alla portata di tutti, anzi. Semmai il pericolo è che qualche manager senza scrupoli non arrivi a capirlo; da qui l’imposizione dei 18 anni compiuti, della patente di guida e delle due stagioni in monoposto con superlicenza concessa in base ai punti. Una soluzione forse persino più macchinosa di quanto la FIA avrebbe auspicato in origine.

Il rookie Verstappen a colloquio con lo staff Toro Rosso nei test di Barcellona 2 (© Getty)

 

È concreto il rischio che il Gran Premio di Germania venga cancellato e si torni a un calendario composto da diciannove Gran Premi?

La Mercedes, intesa come squadra, non è rimasta con le mani in mano e nelle scorse settimane ha già provveduto a suonare le campane «a morto». L’edizione 2015 del Gran Premio di Germania, che dovrebbe tenersi al Nuerburgring nel weekend del 17-19 luglio, rischia seriamente di saltare complici un vuoto di dirigenza (due i cambi di proprietà avvenuti negli ultimi mesi) e un preoccupante decremento del numero di spettatori entrati dai cancelli sopra cui veglia il celebre castello della Renania-Palatinato. «Il numero di spettatori è stato così basso negli ultimi anni che, dal punto di vista economico, il Gran Premio non è più sostenibile», ha avvisato Ecclestone in un’intervista concessa al Rhein Zeitung agli inizi di febbraio. I problemi di bilancio, insomma, la fanno da padrone anche al Nuerburgring, a causa di una gestione finanziaria tutt’altro che oculata; improbabile che la gara venga spostata a Hockenheim, che non se la passa meglio, e che in caso di rinuncia si possano comunque avere venti Gran Premi in calendario. La Corea del Sud, uscita dal calendario dopo l’edizione del 2013, preme per rientrare nel giro della Formula 1, ma finora la risposta del «supremo» Bernie è stata freddina. «I tifosi tedeschi meritano di avere il loro Gran Premio di Germania», la chiusa quasi rassegnata di Rosberg ai test di Jerez de la Frontera. Bisognerà tuttavia attendere il via libera definitivo di Bernie, a suo modo certamente conscio del valore potenziale rivestito dalla presenza nel Mondiale di una gara in Germania, e per il momento prendere atto delle dichiarazioni di allarme irradiate dalla fazione tedesca impegnata nel Circus. E chissà se, putacaso il rinnovo Monza-Formula 1 in chiave 2017 non s’avesse da fare, la Ferrari reagirebbe alla stregua della patriottica Mercedes. La speranza è di tenerci ben stretto il dubbio.

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