Sudafrica in corsa per la Formula 1. Il promotore Amlay: «A Cape Town entro tre anni»

Un rendering che mostra le Formula 1 nei dintorni del Cape Town Stadium (© Cape Town Grand Prix SA)

 

A cura di Ermanno Frassoni

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Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Nell’elenco dei BRICS, acronimo delle iniziali dei cinque Paesi inseriti tra le economie emergenti del ventunesimo secolo, soltanto l’India, che pure ha ospitato il suo Gran Premio di Formula 1 dal 2011 al 2013 suscitando tiepidi entusiasmi, e il Sudafrica, che può contare su una genesi molto più solida e radicata per quanto attiene al peso specifico della sua gara, inclusa nel campionato del mondo nel 1962, 1963 e 1965 a East London, nell’Eastern Cape, prima dell’approdo a Kyalami, provincia del Gauteng, avvenuto nel 1967, lamentano una casella vuota nel calendario della massima serie automobilistica in procinto di passare, nel 2016, da 19 appuntamenti a quota 21 complici il ritorno della Germania e la novità Azerbaigian.

L’ultima edizione del Gran Premio del Sudafrica risale al 1993, tappa d’apertura di quel Mondiale, con pole position e vittoria appannaggio di Alain Prost sulla formidabile Williams Renault davanti al rivale di sempre Ayrton Senna, secondo al volante della McLaren Ford, e al britannico Mark Blundell, salito sul gradino più basso del podio da portacolori Ligier approfittando del forfait di Michael Schumacher, all’epoca giovane alfiere di una Benetton a tratti scorbutica ma già in rampa di lancio.

Ci sono voluti ventitré anni al Messico, dove la Formula 1 tornerà a piantare le tende il prossimo novembre, per riavere il suo Gran Premio all’Autódromo Hermanos Rodríguez, mentre da Kyalami ’93 di stagioni ne sono trascorse al momento ventidue. Secondo il modello a cinque continenti, che annovera Africa, America, Europa, Asia e Oceania, il cosiddetto Continente Antico è l’unico a non ospitare nemmeno un Gran Premio di Formula 1; eppure l’impressione è che un campionato del mondo, per ritenersi tale, dovrebbe visitare tutti i continenti, dal Vecchio al Nuovo e Nuovissimo Mondo, così da poter completare non solo a parole il giro del globo.

«Mi piacerebbe avere una gara in Sudafrica», ha ribadito di recente Bernie Ecclestone, numero uno della Formula One Management e deus ex machina del Circus iridato, che non ha esitato a bocciare l’eventuale ritorno della Francia evidenziando poi l’inconsistenza di quello che doveva essere il faraonico progetto di un circuito da realizzare in New Jersey con il prestigioso fondale di New York.

Il Sudafrica e la Formula 1, certo, ma su quale pista e a partire da quando? La rubrica Push to Rants, qui nella versione «in Action», ha posto questa e altre domande a Igshaan Amlay, imprenditore e attivista sudafricano che ha fondato la società Cape Town Grand Prix SA con l’obiettivo dichiarato di allestire il Gran Premio a Città del Capo su un tracciato cittadino di 5,7 chilometri prevedendo tribune in grado di accogliere circa 55.000 spettatori. Dal 2017 o dal 2018, molto dipenderà da quei Paesi che potrebbero nel frattempo uscire dalla Formula 1 a causa degli elevati costi richiesti per imbastire un weekend di gara e dall’urgenza di Ecclestone di riportare i bolidi della massima categoria per monoposto nella seducente nazione arcobaleno.      

Igshaan Amlay, l’imprenditore a capo del progetto (© Cape Town Grand Prix SA)

 

Buongiorno Igshaan, grazie per questa intervista e benvenuto su Motorsport Rants! Come è nato il progetto di un Gran Premio di Formula 1 lungo le strade di Cape Town?

«Una premessa: il sottoscritto è stato un prigioniero politico e, dopo che il famigerato penitenziario di Robben Island venne trasformato in un museo tra il 1997 e il 1998, mi ritrovai, a partire dal 1999, a lavorare per il neoistituito Robben Island Museum. Fu in quel periodo che, mosso dalla passione per le corse e da un progetto imprenditoriale, iniziai a meditare sull’opportunità di organizzare un Gran Premio di Formula 1 nella città di Cape Town. Nel 2007, al termine di otto anni di intense ricerche e analisi sui regolamenti e le possibilità offerte dal Circus iridato, complici i case studies di altri circuiti cittadini come Montecarlo e Singapore, ho presentato un progetto dettagliato alla Formula One Management di Ecclestone. A quel punto si è trattato di registrare una nuova azienda, denominata Cape Town Grand Prix SA, che ha l’obiettivo di portare a compimento il ritorno della massima formula in Sudafrica».

Perché la scelta è caduta su Cape Town e non sul circuito cittadino di Durban utilizzato nel periodo 2005-2008 dai piloti della serie A1 Grand Prix?

«Allo stato attuale Cape Town rientra nella lista delle tre destinazioni top a livello mondiale secondo un’indagine che ha coinvolto diverse fasce e tipologie di viaggiatori. Il turismo è in continua espansione e la nostra proposta relativa al circuito cittadino è inoltre economicamente sostenibile. Mi preme evidenziare che il layout del tracciato si svilupperà in uno dei più affascinanti contesti paesaggistici al mondo con attrazioni impagabili quali gli scenari di Table Mountain, Robben Island, il Waterfront, Signal Hill e lo stadio di Cape Town. Non è un caso se la zona è nota come la «riviera africana». Purtroppo le gare di Durban che videro protagoniste le monoposto di A1 Grand Prix furono un vero disastro, gestite malamente a livello organizzativo e in perdita in termini economici. Cape Town è sicuramente una location più adatta per ospitare la Formula 1».

Puoi anticipare qualcosa ai nostri lettori circa il layout della pista? Inoltre, chi disegnerà il tracciato e in quale periodo dell’anno ti piacerebbe fosse collocato il Gran Premio?

«Abbiamo proposto una tipologia di circuito cittadino che è già stato visionato da Hermann Tilke, l’architetto tedesco di Ecclestone; una volta ottenuto il via libera, l’intero progetto passerà nelle mani della Formula One Management di Bernie cui spetta ovviamente l’okay definitivo. Il Gran Premio del Sudafrica lo vedrei bene in un periodo dell’anno in cui a Cape Town non ci sono tanti turisti, idealmente nel mese di settembre, così il weekend di gara finirebbe per incrementare le presenze e fare da volano all’intero Paese in un momento di relativa stagnazione. Puntiamo a un accordo di almeno cinque anni, rinnovabili, e prevediamo di attestarci sui 250.000 spettatori nei tre giorni dell’evento. Detto questo, a stabilire l’eventuale data sarà naturalmente la società di Ecclestone che gestisce i diritti commerciali della Formula 1».

Una bozza della piantina del circuito (© Ruby Gay Martin)

 

A tuo parere quali sono i motivi che da ventidue anni tengono lontana la Formula 1 dal Sudafrica?

«Forse può sembrare strano, eppure le vere ragioni di questa separazione sono difficili da trovare anche qui da noi. La Formula 1, comunque, è cambiata molto rispetto al 1993, quando a Kyalami si disputò l’ultimo Gran Premio del Sudafrica; oggi prevale infatti la volontà di individuare sedi e circuiti che garantiscano la giusta commistione tra una pista esaltante per i piloti e una location interessante sotto il profilo dello skyline e delle infrastrutture».

Concretamente, ritieni che il Sudafrica abbia buone chances di aggiudicarsi un Gran Premio?

«Sono fiducioso e resto convinto che riusciremo a proseguire su questa strada con il supporto degli azionisti e degli investitori in modo tale da poter ammirare le vetture di Formula 1 a Cape Town nel 2017 o al più tardi nel 2018. È un progetto che vogliamo portare a termine per gli africani: dimostrerà ancora una volta che abbiamo le capacità di costruire da zero un evento di successo».

Formula 1 in azione nel rendering del tracciato (© Cape Town Grand Prix SA)

 

Vorrei aprire una parentesi sullo storico circuito di Kyalami. L’impianto è ancora attivo?

«Dopo aver dichiarato bancarotta, Kyalami è andato all’asta alcuni mesi fa ed è stato acquistato da Porsche South Africa. L’intenzione dei nuovi proprietari è quella di ammodernare e rilanciare l’impianto al fine di tornare a ospitare eventi internazionali posti sotto l’egida della Federazione Internazionale. La Formula 1, però, non sarà più contemplata perché manca l’omologazione».

Suonano abbastanza singolari le recenti esternazioni di Gugu Zulu, rallista sudafricano di buona fama nel continente nero, che ha rivelato di non vedere positivamente il possibile ritorno della Formula 1 nel Paese di Nelson Mandela. A suo dire, infatti, sarebbe preferibile investire sui talenti locali. Che idea ti sei fatto a riguardo?

«È stato un dispiacere apprendere dei commenti di Zulu, ma le sue considerazioni non stanno né in cielo né in terra. Vorrei ricordargli che Jody Scheckter, campione del mondo di Formula 1 sulla Ferrari nel 1979, è uno dei sudafricani arrivati ai piani alti del motorsport e non mi pare molto sensato parlare in termini negativi di un prodotto, la massima formula appunto, che rappresenta uno delle discipline top al mondo. Com’è possibile, dunque, paragonare il brand Formula 1 alle varie serie nazionali, rally o competizioni in pista che siano? Lui dovrebbe comprendere che la Formula 1 è innanzitutto intrattenimento e i ritorni di immagine sono enormi per qualunque Paese riesca ad accaparrarsi un Gran Premio. Chi ci riesce crea poi opportunità per le aziende del Paese ospitante, beninteso non solo nel comparto turistico e automotive, senza calcolare le ricadute positive nel settore dell’import-export. Così facendo si va a favorire un circolo virtuoso che risulta molto appetibile anche agli occhi di altri potenziali investitori. Del resto, giusto per chiarire, non si diventa piloti di livello mondiale dal giorno alla notte: un esempio calzante potrebbe essere quello di Lewis Hamilton, che ha iniziato a correre sui kart giovanissimo, ad appena 7 anni, e tutte queste stagioni di esperienza hanno poi fatto emergere il campione che è diventato. Un percorso, qualunque esso sia, non si può improvvisare».

Jody Scheckter al volante della Ferrari nel 1980: il primo e unico iridato del Continente Antico (© Getty Images)

 

In tempi più o meno recenti sul palcoscenico del motorsport internazionale sono saliti piloti sudafricani del calibro di Tomas Scheckter, uno dei figli dell’ex ferrarista Jody, ormai ritiratosi dalle scene, Adrian Zaugg, oggi driver ufficiale di casa Lamborghini, e Stephen Simpson, ex contender nell’A1 Grand Prix. Qual è stato a tuo giudizio l’ingrediente mancante che ha precluso loro il grande salto in Formula 1?

«Non ho dubbi sul fatto che diversi piloti sudafricani di talento avrebbero avuto le qualità richieste per gareggiare in Formula 1. Occorre tuttavia evidenziare che la stragrande maggioranza dei concorrenti oggi impegnati nel Circus ha alle spalle grandi gruppi finanziari che ne hanno sostenuto la carriera fino ai più alti livelli del motorsport. Molto spesso, poi, le condizioni ideali si creano già da giovanissimi. Sfortunatamente nessuno tra i piloti citati ha raggiunto la Formula 1, ciononostante è importante rilevare che il loro talento è stato apprezzato ugualmente in altre categorie. Stephen adesso corre negli Stati Uniti (Tudor United SportsCar Champioship, ndr) e si sta costruendo una reputazione, mentre Adrian sta facendo molto bene in Europa dove si è imposto come pilota di riferimento del reparto corse Lamborghini. Chissà, magari prima o poi Zaugg riuscirà a cogliere un’opportunità per entrare nel Circus; in fondo stiamo parlando di un atleta nato nel novembre del 1986. L’Africa nel suo complesso sta crescendo a ritmi vertiginosi e sono convinto che tra non molto avremo altri giovani piloti provenienti dal continente nero pronti a calcare con successo le piste dei principali campionati internazionali».

Twitter @Fra55oni