Una lunga serie di sterili parole

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Tra media e passaparola, la notizia della scomparsa di Jules Bianchi ha fatto il giro del mondo. Inutile quindi spendere ulteriori parole riguardanti l’accaduto, la gestione della gara di Suzuka o i soggetti ai quali attribuire colpe e responsabilità, lo hanno già fatto in tanti. La dipartita del francese ha però dato il via ad una gara parallela: la rincorsa al “miglior” ricordo, alla pubblicazione più toccante, alla foto più evocativa, al filmato più struggente. Perché, giustamente, la memoria di una persona non è qualcosa di personale, ma va esibita e spettacolarizzata per fare bella figura.

Nel caso non si fosse intuito, la cosa ha alquanto infastidito chi scrive queste righe e onestamente, a costo di risultare acido o insensibile agli occhi di qualcuno, devo ammettere come la lettura di fin troppe uscite abbia suscitato in me una reazione di rifiuto, delusione e anche qualche risata. Improvvisamente tutti conoscevano personalmente Jules, tutti erano suoi amici, tutti lo sostenevano dai tempi del karting; sui social network si sono sprecati i “RIP campione” e gli elogi della personalità dell’ex pilota Marussia, sono comparsi video celebrativi da magone facile, articoli e fotografie, montando in pratica l’ennesimo, classico trionfo di buonismo e sensazionalismo.

Vi voglio svelare un segreto: vedere Jules correre in televisione o fare una foto con lui non significa averlo conosciuto. Non siete morti voi, né un vostro amico, né un vostro familiare, perché se così fosse soffrireste in silenzio, senza cercare compassione virtuale e senza marciarci sopra all’infinito. La vostra vita non cambierà senza Bianchi e mi fa strano riconoscermi in considerazioni così pesanti, forse cattive, ma la verità è questa. “Julio” ha tagliato l’ultima bandiera a scacchi della sua esistenza, ma non potete dire che in questi nove mesi abbia lottato con tenacia e determinazione, perché semplicemente non è vero. Da quel 5 Ottobre, l’inizio della fine, Jules ha vegetato in stato comatoso e la sua battaglia, se c’è stata, l’ha combattuta qualcun altro, i medici e i familiari.

In queste situazioni sono sempre tante le voci che gridano a scandalose assenze di tatto, umanità o rispetto, anche perché è facile attirare consensi schierandosi agli estremi; io non voglio farne una questione di rispetto, non penso si tratti di voler anche solo inconsciamente lucrare sulla morte di un ragazzo, né tantomeno un fatto di italianità. A mancare sono coerenza e senso della misura, una pecca che si palesa ciclicamente all’accadere di ogni tragedia (motoristica e non). Sarebbe più corretto evitare sterili affermazioni strappalacrime e restare concreti, trovando, ammesso che ce ne siano, spunti di riflessione.

Per esempio: quando la famiglia stessa di un paziente arriva a sostenere che la morte sia meglio di una lotta senza speranza, capisci quanto la situazione sia drammatica. Allora inizi a pensare cinicamente a cosa abbia davvero senso, al di là dell’etica comune. Se debba essere la vita a prevalere a tutti i costi o se in determinati casi la luce debba spegnersi. La luce o la macchina, come l’unico strumento che ha e avrebbe permesso a Jules di conservare una non più che minima parvenza di vita. Avrebbe avuto senso continuare a navigare nel nulla? Avrebbe avuto senso prolungare la sofferenza di una comunità che, partendo dai familiari e dai cari, era conscia dell’inutilità di ogni cura? Io, nel dispiacere per la morte di un grande talento e soprattutto di una giovane persona, dico che è meglio sia finita.

Oppure ancora: Senna a parte, a quello di Bianchi sono stati accostati i nomi di diverse vittime del motorsport degli ultimi anni. Marco Simoncelli, Shoya Tomizawa, Dan Wheldon, Maria De Villota sono solo alcuni dei protagonisti che se ne sono andati nella grande era del motorismo sicuro. L’affermazione è stridente e contiene un’evidente contraddizione, ma è lo specchio della verità, perché nonostante tutto le vittime ci sono. La morte non è esorcizzabile e, parlando di Formula Uno, non è stata scongiurata nemmeno fornendo un tipo di spettacolo artificiale e computerizzato, riducendo il fascino a favore della certezza. Sia questo episodio una sconfitta per il sistema? Ma ancora di più, a questo punto, non varrebbe la pena di fare qualche piccolo, non eccessivo passo indietro? Potrebbe il regresso essere il vero progresso? Perché quando si a Monza si sfioravano i 370 orari senza DRS e nelle vie di fuga c’erano ancora ghiaia ed erba, alla fin fine, di morti non se ne sono contati.

Chiedo venia per la schiettezza. In tutto questo, adieu Jules.

Edoardo Vercellesi (Twitter: @edoverce97)