Franchitti, Sato e quella linea sottile.

C’è una linea sottile che a volte separa la vittoria dalla sconfitta, il campione dal buon pilota, il genio dalla sregolatezza.
L’esito della Indy 500 2012 sembra confermare tutto ciò.
Leggo con sorpresa su siti internet e social network commenti severi e sprezzanti su Franchitti : alcuni (la minoranza per fortuna) lo accusano in sostanza di aver vinto in maniera disonesta, di essersi reso protagonista di una manovra scorretta e sporca ai danni del “povero” Sato.
Tra questi commenti quelli più sgradevoli tirano in ballo lo sfortunato Dan Wheldon : “Franchitti è indegno di succedere a Wheldon…”, “Wheldon si che era un pilota corretto, altro che Franchitti…”, “Wheldon non avrebbe mai fatto una cosa del genere…”.
Punto primo: per piacere lasciamo in pace Wheldon! E’ giusto ricordarlo, ma non tiriamolo in ballo in maniera qualunquistica e inopportuna. Non sfruttiamo la sua memoria come una pseudo-argomentazione.
Punto secondo: si dà il caso che Dan e Dario fossero grandi amici e si stimassero a vicenda come piloti e come uomini. Wheldon stesso, quindi, considerava Franchitti un campione, non certo un “cheater” o un “dirty driver”.
Terzo punto: ma cosa avrebbe fatto di scorretto Franchitti nell’episodio in questione?
Sato si è lamentato del fatto che lo scozzese non gli avrebbe lasciato spazio sufficiente, quindi lui è arrivato a mettere le ruote di sinistra oltre la linea bianca di demarcazione della pista (a proposito di linea sottile…), perdendo aderenza e finendo di conseguenza in testacoda e poi a muro.
Se guardiamo le immagini dell’ultimo giro notiamo che Franchitti protegge la posizione in rettilineo spostandosi verso l’interno, poi avvicinandosi alla curva 1 si porta verso l’esterno lasciando libero l’interno come vogliono le regole IndyCar: la sua condotta è perfettamente lecita e non integra l’irregolarità del “blocking” (il filmato è stato visionato e giudicato dalla direzione gara).
A quel punto Sato e Franchitti entrano appaiati in curva 1: Dario non molla il gas, resiste all’esterno, ma non stringe Sato verso l’erba, né lo tocca.
Siamo all’ultimo giro della 500 miglia di Indianapolis, non al saggio di danza di fine anno (con tutto il rispetto per i ballerini e le ballerine): Sato non può realisticamente pensare che gli venga spalancata la porta e steso davanti un bel tappeto rosso con sù scritto “prego,si accomodi”!
Lui stesso, appena un giro prima, nello stesso punto si era reso protagonista di un sorpasso molto duro e rischioso su Dixon e in più di un’occasione durante la gara era stata sollecitato via radio da Bobby Rahal, proprietario del suo team, ad usare di più la testa e ad essere più paziente.
Quella pazienza che, ma qui sconfiniamo nei se e nei ma, gli avrebbe magari suggerito di aspettare il rettilineo successivo per sferrare il suo attacco, non dando all’avversario occasione di replicare.
La verità è che Sato, né più né meno come fatto diverse volte in F1 (una volta a Spa si beccò un buffetto sul casco da Schumacher), si è lanciato in una manovra azzardata: con Dixon gli è andata bene, con Franchitti no.
Con altrettanto fastidio leggo poi altri commenti che, prendendo spunto dal fatto che in tutti e tre i casi lo scozzese ha vinto la 500 miglia in regime di bandiere gialle, riducono le vittorie di Dario ad una mera questione di buona sorte.
Io sono convinto che vincere (a tutti i livelli e in qualunque campo) sia difficile. Ma sono altrettanto convinto che confermarsi sia molto, ma molto più difficile. E quando uno vince tre volte ad Indianapolis e si porta a casa quattro campionati…beh significa che siamo di fronte ad un fuoriclasse, altro che fortuna.
Una classe che Franchitti ha ampiamente dimostrato anche domenica quando, ritrovatosi in fondo al gruppo dopo essere stato tamponato in corsia box (ma il particolare è stato dimenticato da chi lo accusa di essere solo fortunato), ha rimontato sino al terzo posto, posizione su posizione, a suon di sorpassi e di giri veloci, senza l’aiuto di bandiere gialle o di strategie.