Target lascia dopo 27 anni, segnale di resa per la IndyCar?

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Se c’è uno sponsor che è sinonimo di IndyCar quello è sicuramente la Target, non è così? Chi di voi appassionato di motorsport non conosce le ‘rosse d’America’ con il fulmine giallo, auto magnifiche nella loro veste rossa capaci di far fare nottatacce anche a noi che di rosso conosciamo quello del cavallino rampante. Sono state le auto che hanno portato al successo Alex Zanardi, quelle che hanno reso celebri i nomi di Vasser, Montoya, Franchitti, Dixon, piloti che anche il più distratto tra gli amanti delle quattro ruote avranno almeno sentito nominare una volta nella loro vita.

Target lascia dopo 27 anni, 11 campionati vinti tra CART e IndyCar e quattro trionfi alla Indianapolis 500. Numeri da urlo per quello che fino a pochi giorni fa sembrava essere un nome che mai e poi mai nella nostra vita avremmo pensato di veder sparire dalle fiancate di quelle auto. Target era tutto quello che ci si potesse aspettare da uno sponsor più che fedele: spot TV, attività promozionali nei superstore, pubblicità sui quotidiani, collaborazioni coi i marchi venduti, ricordate i faccioni di Vasser e Zanna sui cereali Wheaties? No? Eccoli qua!

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Si va via perché la Target vuole essere “fresh and new” come ha detto il vice-presidente Scott Nygaard, in carica presso la catena di superstore più famosa degli USA da circa due anni, e quindi in soldoni questo vuol dire che la IndyCar non è “fresh and new“, ossia giovane ed attraente. Ouch.

Purtroppo sono i tempi che corrono, anzi annaspano. Perché sponsorizzare una scuderia in un campionato dove nemmeno la centesima gara riesce a far salire gli ascolti? I numeri odierni sono a dir poco imbarazzanti forse nemmeno degni di essere chiamati dati audience TV. Siamo su medie da Zecchino D’oro, parliamo di 300mila spettatori a gara in media su NBCSN, buoni magari per una categoria minore o di nicchia ma non certo per il secondo campionato al Mondo per auto a ruote scoperte dopo la F1. Negli ultimi anni c’è stato anche il sorpasso della NHRA (Fox Sports), serie n.1 per dragster ed ora l’attuale competitor in ascolti TV della IndyCar si chiama Red Bull Global Rally Cross, sempre in onda su NBCSN. E di certo non siamo ne a parità di budget ne tantomeno di prestigio.

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Il gioco vale la candela? Semplicemente no. Una stagione completa in IndyCar, più che decente, vale su per giù sei milioni di dollari in totale, in GRC per portarti a casa il campionato ne bastano meno di due. E poi quando con 350mila dollari puoi permetterti una delle ultime Ford Fiesta RallyCross o il nuovo VW Beetle pronto gara contro i 700mila di un leasing annuale per un V6 Chevy o Honda IndyCar (parliamo solo di motore senza contare i 400mila del telaio) i conti a parità di visibilità mediatica per uno sponsor sono presto fatti e non è un caso che oggi proprio molti team IndyCar abbiano almeno una 4X4 della GRC in garage come appunto Ganassi, piuttosto che Bryan Herta, DRR e Andretti.

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Se in IndyCar si arranca con sponsor di medio-basso profilo che magari stanno li un anno e poi ciao, dall’altro lato del fiume ci si gode il Sole: i grandi marchi di energy drink dalla Red Bull alla Monster passando per Rockstar e NOS sono li, nomi pesanti come Kobalt Tools, BF Goodrich e Harley-Davidson per dirne tre hanno i loro loghi sulle portiere, a proposito di essere “fresh and new”.

L’addio di Target (chissà perché resta in NASCAR eh?, mistero della fede) deve essere la sveglia per la IndyCar, il campanello d’allarme che da troppo tempo non viene udito e che ora è arrivato dirompente ed assordante alle orecchie di chi fino ad oggi non ha voluto ascoltare.

 

Roberto Del Papa – @papix27