Intervista ad Alex Zanardi: “Le Mans? Si potrebbe fare, ma un domani vorrei anche seguire mio figlio”

Su Alex Zanardi se ne sono dette tante: che al Lausitzring gli sia stata data l’estrema unzione con un po’ di olio motore, che si sia fatto costruire delle protesi appositamente per guadagnare qualche centimetro in altezza, ma anche che sia una persona di straordinaria empatia e disponibilità. Una caratteristica, un’indole che non si può apprezzare fino a quando non ci si ritrova in sua presenza. Specie alla fine di un lungo intervento per presentare il suo nuovo libro “Volevo solo pedalare”, scritto in collaborazione con Gianluca Gasparini, seguito da un’estenuante sessione di autografi con centinaia di persone, ciascuna accolta e accompagnata da un sorriso sincero e una risposta gentile. Anche quando pretendono firme su una dozzina di riviste, strappano un selfie sbarazzino o chiedono di potergli rivolgere un paio di domande, senza tanti preamboli e avendo solo un maglioncino rosso e zuppo come tacito testimone della propria perseveranza. Non propriamente l’occasione migliore, e proprio per questo si rimane increduli ad osservarlo mentre lascia la sua postazione e si avvicina pazientemente mentre gli ultimi tenaci lettori lasciano la sala; gli occhi vivaci che non sembrano conoscere stanchezza o noia, specchio di una personalità capace di dispensare intimità a chiunque sia curioso di sapere.
Non resta che una cosa: una domanda…

…per rompere il ghiaccio, Alex: un aneddoto dal Mugello. Magari qualcosa in stile “barbecue con i fan di Rahal” che chiunque abbia letto il tuo primo libro conosce bene.

“No guarda, alla fine una delle cose più belle è la sera. Anche prima della gara ma non necessariamente, cioè il fatto di rimanere lì quando, in qualche modo, si cheta l’acqua, metaforicamente parlando. Cioè quando il pubblico va via e resti lì a pensare alla tua macchina, a parlare con i tecnici, a scherzare con i meccanici. Vivere il paddock in quel modo è una cosa che ho fatto tante volte e che ho sempre apprezzato molto ma che quest’anno, proprio perché era più di un anno e mezzo che non lo facevo, è stato molto emozionante da ritrovare come sensazione che appartiene alla mia carriera sportiva ma che non provavo da tanto tempo.”14595714_10154571695168618_6409374779873856960_n
Dopo il brillante debutto con la BMW M6 GT3 si è parlato del WEC per il 2017, dove la casa bavarese si appresta a fare il proprio debutto. Quanto c’è di reale in questa prospettiva?

“In realtà l’ipotesi del WEC è saltata fuori perché un giornalista, Franco Nugnes che è anche un caro amico, mi ha chiesto se fossi interessato a prendere in considerazione l’idea di partecipare al nuovo programma di BMW. Come chiedere ad un gatto se gli piacciono i topi! La macchina è bellissima, però non lo so. Il giorno dopo mi fa “hai detto che ti piacerebbe fare il WEC.” No, l’hai detto tu che mi piacerebbe fare il WEC! Poi siccome la cosa ha iniziato a girare è uscita in questo modo. Io in realtà non devo costruirmi una carriera e anzi rifiuto l’idea di impegnarmi con troppa serietà in un campionato intero, proprio perché ho il grande privilegio di poter vivere le corse per quello che per me sono sempre state, ossia una grande passione, e farlo preparandomi bene per delle singole gare è la cosa più bella che un uomo di 50 anni possa fare. È normale che nella propria vita si costruiscano anche altri interessi che non sono soltanto la famiglia, gli amici e le cose a cui si tiene, ma che sono anche, nel mio caso, lo sport, la televisione, i mille impegni che ho, il mio ruolo di ambasciatore per BMW che mi impegna comunque molto. Quindi ecco, preparare una bella gara di 24 ore sarebbe una cosa molto emozionante, poi se un giorno la 24 ore dovesse diventare quella di Le Mans potremmo lavorare su quella, anche se in realtà per me non è l’ipotesi più affascinante, perché a me piace correre, piace farlo con una bella macchina e il fatto di poterlo fare in quel modo arriva prima che andare a fare quella determinata gara. Insomma, ci deve essere il piacere di guidare una cosa che ti regala una sensazione, non solo di fare una gara perché ha una grande popolarità.”

 

Hai parlato degli interessi e delle passioni che hai coltivato nella tua vita, dei traguardi che hai raggiunto. C’è una nuova sfida che ti piacerebbe affrontare in futuro?

“Obiettivamente non è che manchi molto alla mia vita, ho fatto molte cose. Mi piacerebbe che magari un domani mio figlio mi coinvolgesse in qualche suo progetto, che mi chiedesse di aiutarlo. Quello sarebbe davvero un sogno che si avvera. Alla fine, mio padre non ha vissuto abbastanza ma ha potuto fare una cosa che gli invidio molto: ha accompagnato suo figlio nella realizzazione di un sogno bellissimo, ossia l’inizio della mia avventura sportiva, e sarebbe bello poter fare qualcosa di simile con mio figlio, anche se la vita è la sua e non voglio rubargli nulla di quello che andrà a cercarsi o decidere di voler fare.”alexzanardiindianapolis500_vpe9nmjrijl
I giovani, un tema spinoso. Tu hai debuttato in F1 in un periodo in cui iniziarono i primi problemi legati a budget e sponsor, un problema che continua ancora adesso e che negli anni ha “masticato e sputato” molti talenti. Qual è il consiglio di Alex Zanardi per un giovane che magari si trova in F3, GP3 o GP2 ma non trova sbocchi per la F1?

“Guarda, non c’è una strada maestra che possa andar bene per tutti. Bisogna credere in sé stessi, essere presenti, pronti ad accogliere e sfruttare la possibilità nel momento in cui si presenta. Cito un aneddoto che raccontai anche nel mio primo libro: ero a terra per essere stato scaricato dalla Jordan, fui convinto da un amico a chiamare Ken Tyrrell e lo feci. Lui non mi conosceva, non ci eravamo mai parlati anche se ovviamente aveva sentito parlare di me perché prese la mia chiamata e con grande delicatezza e gentilezza mi spiegò che si, io potevo essere un pilota interessante ma non ero il candidato ideale per la Tyrrell in quanto loro avevano bisogno di denaro e quindi gli serviva un altro tipo di pilota. Io ebbi una mezz’ora di confusione, poi mi feci una doccia, la barba, andai in aeroporto, presi l’aereo e volai in Inghilterra a bussare alla porta della Tyrrell. Ken fu sconvolto nel vedermi, e gli dissi: “Guardi signor Tyrrell, io l’unica chance che ho è quella di spiegarle che vado fortissimo e qualora lei decidesse di darmi una possibilità la sua macchina la faccio andare forte da far impressione. Mi rendo conto che sono solo parole, però ho pensato che valesse la pena di venire a dirgliele stringendole la mano, anche perché già questo per me è un onore, poter stringere la mano ad una persona come lei che dà senso al mio viaggio. Poi se dovesse anche offrirmi una tazza di tè, bhè, vado a casa con molto di più di quanto potessi aspettarmi.” Lui fu così colpito da questo mio gesto che mi chiese di prendere un tè, poi ne bevvi un altro e un altro ancora e vennero fuori in tre, lui, il figlio e il manager della squadra a dirmi che alla fine quello che serviva loro erano 8 milioni di sterline, avevano un offerta dallo sponsor di un pilota per 4 milioni, e avevano deciso che se dovevano investire 4 milioni di sterline per far correre un pilota che non era comunque la soluzione ideale, allora tanto valeva spenderne il doppio per far correre un giovane su cui potevano investire qualcosa. Conclusero dicendomi di correre di là a fare il sedile perché la sera stessa mi avrebbero iscritto al mondiale. Poi vabè, di lì a due giorni questo è arrivato con 8 milioni di sterline, quindi alla fine la macchina l’ha guidata lui! Se questo non fosse successo chissà cosa sarebbe accaduto della mia carriera sportiva, però è stato questo atteggiamento ad aprirmi la porta verso nuove opportunità compresa quella più grande che è stata con Chip Ganassi. Io posso soltanto dire ai ragazzi di essere curiosi, di capire davvero dove vogliono andare e di fare ogni giorno quello che riescono per muoversi in quella direzione. Poi magari le cose accadono.”

Anche essere umili, quindi?

“Ma sai, l’umiltà alla fine è una cosa che si impara. Credere in se stessi non vuol dire necessariamente essere arroganti, non vuol dire predicare la propria convinzione di essere i più forti del mondo. Però neanche ammettere di non essere bravi quanto gli altri, anzi devi essere convinto che nella situazione giusta non sei più bravo degli altri, ma sei bravo quanto gli altri.”
Un uomo alle sue spalle intento a sbracciarsi lascia intendere che è abbastanza, e ne ha ben donde: quell’innocuo paio di domande si erano trasformate in una chiacchierata di un quarto d’ora, alle 8 di sera, avviluppati da un capannello di persone incuriosite da quanto avesse ancora da dire, ma anche attratte da quei racconti che davvero non stancano mai. A quanto pare nemmeno lui, e di questo gli siamo tutti davvero grati…
Alla prossima, Alex!

Lorenzo Michetti