Semaforo Verce – Luca Gorini, la gioventù che sa ancora appassionarsi

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Luca Gorini è il manifesto di quella nuova generazione che sa ancora fare propria la passione per lo sport nel suo aspetto più genuino, più puro e incondizionato. Nell’intervista che segue capirete il perché.

Il presupposto è quello di una conversazione tra amici, perché solo tra amici possono emergere al massimo la profondità e il sentimento nascosti dietro un concetto. Sarebbe bello poter trasmettere l’intonazione delle risposte di Luca, marcate da quel meraviglioso accento pesarese che sa di casa e di motori. Nella lunga chiacchierata da cui nasce questa intervista non è mai stata pronunciata la parola “papà”, solo “babbo”, mentre più e più volte si sono rincorsi termini chiave come “vivere”, “passione”, “amore”. Questo è il senso, questa la ragione di tutto, la base dell’esistenza e della bellezza. La sintesi di tutte le persone e le cose che gravitano attorno al mondo dei motori e del perché questo avvenga. Ma lasciamo che sia Luca stesso a spiegare.

IMG_8913“Io e il mio babbo è dal 2010 che dormiamo in tenda come si faceva una volta. In questo modo viviamo meglio l’atmosfera delle gare”, mi racconta. “Vivere il CIV in tenda è vivere la vita, un gesto di libertà. Chi mi conosce lo sa, cerco di risparmiare il più possibile per avere la certezza di poter fare tutto il campionato e per investire su me stesso in previsione futura. Un futuro che vedo sempre legato alle moto: è da quando sono piccolo che amo e vivo le due ruote, ho sempre consacrato tutto me stesso a questo ambiente e continuerò a farlo. Io morirò con le moto e ogni volta che queste mi deludono in qualche modo faccio un pensiero: penso che se non fosse per esse rimarrei praticamente in mutande; le mie magliette vengono tutte dal mondo dei motori, dalla prima all’ultima. Credo che questo significhi vivere la propria passione senza limiti e non cambierei la mia esistenza con nessun’altra. Io e la mia famiglia non siamo mai stati dei gran ricchi e non abbiamo mai avuto tanti soldi per fare grandi cose. La mia scelta è sempre stata quella di conservarli per le corse”.

Per chi non ha la fortuna di conoscerti, chi è Luca Gorini?
“In pochissime parole: un ragazzo come tanti e con un sogno. Nato come motociclista, cresciuto come fotografo di mezzi da corsa, amante del Campionato Italiano Velocità e dei piloti giapponesi”

Un ragazzo con un sogno. Quale?
“Diventare fotografo del motomondiale e poter seguire in ambito stampa Superbike, 8 Ore di Suzuka e le Road Races. Vorrei raccontare le moto negli aspetti più genuini e umani, ma mi affascinano anche grandi miti di altre discipline come Senna, Villeneuve, Pantani, personaggi che mi fanno emozionare al di là dello sport che hanno praticato e che ci insegnano qualcosa. Per ora si punta al Mondiale e a esprimersi al meglio, se poi si riuscisse a fare dell’altro sarebbe bello. In particolare mi piacerebbe continuare a collaborare con Kevin Sabatucci. Vedremo cosa si potrà fare, ecco”.

IMG_8912Kevin Sabatucci, fino alla passata stagione pilota del progetto “Sic58 Squadra Corse”, è un personaggio molto importante nella tua vita. Come è nato questo grande rapporto di amicizia che vi lega ben al di fuori delle corse e cosa significa per te?
“Con Kevin è nato tutto nel 2013. Io caricavo le mie foto su Facebook, lui mi scrisse per ringraziarmi e chiudemmo col più classico dei “ci si vede in giro”. Tempo dopo ci siamo ritrovati al motoraduno di Coriano (era il primo anno del progetto Squadra Corse) e mi sono presentato a lui mentre eravamo al bar, io facevo la fila per pisciare e lui per comprare il gelato. Abbiamo fatto due chiacchiere e poco alla volta abbiamo legato sempre di più. Cruciale fu un weekend in cui entrambi salimmo al Mugello per… non fare niente: Kevin provò il venerdì, io arrivai il giorno dopo per fare delle foto e restammo lì a seguire alcuni suoi amici (ora anche miei) che correvano la Master Cup; abbiamo iniziato a fare delle gran stronzate con il motorino, ci siamo divertiti un bel po’ quel weekend… Ora siamo molto amici, è il fratello che non ho mai avuto. Credo sia una delle poche persone di cui mi fido davvero e mi piacerebbe portare avanti questo rapporto negli anni, magari fino a realizzare il sogno di arrivare insieme al Mondiale, come ci siamo promessi”.

Hai molti amici nel paddock del CIV.
“Ho instaurato un bel rapporto con Bezze (Marco Bezzecchi, campione italiano Moto3 2015, nda), che ho conosciuto tramite Kevin; ho diverse persone a cui tengo davvero: Luca Ottaviani, “Kiwi” (Luca Seren Rosso), Michael Girotti, gente che è bello aver conosciuto, che mi vuole bene e a cui voglio bene a mia volta. Molto lo fanno le corse e trovo sia bello viverle da fotografo. I piloti ti spiegano le loro sensazioni e tutti gli aspetti della pista. Questa è una delle cose più belle e importanti, perché per fare bene le foto devi conoscere a memoria il circuito e sapere come i piloti si comportano nei suoi diversi punti. Avere un rapporto speciale con loro aiuta e quando finisce il turno mi passano di fianco, ci lanciamo uno sguardo, ci capiamo e facciamo una foto che piace a entrambi. Non tutti possono viverlo, la mia fortuna è quella di essere giovane, essere entrato presto in questo mondo, aver conosciuto questi ragazzi che più o meno hanno la mia età e con cui ci si intende molto velocemente”.

Il tuo rapporto con il CIV è molto intenso, sembra andare al di là del semplice amore per i motori.
“Io ci sono cresciuto, nell’ambiente del CIV. Andare alle gare era come ricevere un giocattolo per un bambino e fin da quando ero piccolo il CIV è stato il paradigma della voglia di vedere le corse, stare a contatto coi piloti e piano piano conoscerli. È un amore forte che parte da tutto quello che sta dietro all’apparenza e al risultato sportivo, che abbraccia le difficoltà, i soldi, politiche che talvolta possono sembrare anche un po’ strane”.

Come sei entrato a contatto con il mondo delle moto? Certamente vieni da una terra in cui i motori sono una religione, qualcosa di intrinseco, ma come è nata la tua passione?
“È vero, la zona in cui vivo ti mette i motori nel sangue. Nello specifico, la passione è nata grazie a mio babbo. Lui è sempre stato motociclista e da piccolo guardavo le gare con lui. Nel 2003 mi portò a vedere la Superbike a Misano, la Superpole del sabato sul vecchio Santamonica. Fu il colpo di fulmine decisivo e da lì iniziammo a girare un po’ tutte le piste. Un anno eravamo ancora una volta a Misano (ristrutturato), ma per la MotoGP; il venerdì diluviò, non girò nessuno e prendemmo tutta l’acqua possibile, ci timbrarono i biglietti e potemmo rientrare in pista il sabato. Un giorno mi fece saltare scuola e mi svegliò alle 5 per portarmi al Mugello, io lo mandai a quel paese perché volevo dormire, avevo 11 anni. Tutto questo mi ha portato ad appassionarmi al punto di voler vivere il mondo a due ruote dall’interno. Famosa è anche la mia camera…”

IMG_8911Quella stanza è pura follia, Goro.
“Se non ho sbagliato i conti ci sono 389 poster, su soffitto e pareti non c’è più un buco bianco. Aggiungi carene, caschi, guanti, saponette, circa duecento modellini, lattine di birra o energy drink, pass, porta-pass, biglietti, libri, dvd, riviste… tutto. Per ricordare la mia infanzia tengo anche un disegno di Gohan Super Sayan e una action figure di Rey Mysterio. Onestamente mi sorprendo anche io di come cazzo faccia a farci stare tutta quella roba”.

Parlami un po’ della tua grande passione per i piloti nipponici. Chi e perché.
“Parto dal fatto che, come tributo ai piloti giapponesi, ho inserito il Sol Levante nel logo di Gorini’s Photos. Fin da piccolo rimasi incantato da Dajiro Kato, col suo numero 74 e la moto blu di Gresini andava fortissimo. Lui è stato il primo “jap” che ho amato, la sua morte mi ha molto segnato. Non ero nato, ma ricordo la gara di cui parla sempre Valentino Rossi: l’esordio di Norifumi Abe a Suzuka 1994, quando da wild card si giocò la vittoria con Doohan, Schwantz e gli altri per poi ribaltarsi negli ultimi giri in prima curva. Un’altro di quelli che non mollava mai. Inoltre adoravo Tomizawa, non disdegno Nakagami, ricordo i fratelli Aoyama e Koyama, alla Play Station mi piaceva giocare contro Tamada e Nakano. Nel 2014 mi ha colpito Sushi Mihara, mentre ora punto su Ayumu Sasaki come speranza per il movimento giapponese. Trovo l’approccio orientale un bel connubio di caparbietà e rispetto per l’avversario. Questa ammirazione è ancora intatta, li ho sempre considerati dei grandi piloti, dei funamboli che non mollano mai. Mi hanno insegnato che bisogna dare tutto in quello che reputi essere la tua vita, nel nostro caso le gare”.

IMG_8908Quali sono state le tue prime esperienze sul campo a livello “lavorativo”? Cosa hai fatto fino a ora?
“Premetto che l’amore per la fotografia è nato in concomitanza col mio avvicinamento al CIV: io e il babbo facevamo le foto alle moto ferme con la sua macchina fotografica, una piccola Olympus a rullino (non che il babbo ne sappia granché, di fotografia). Poi siccome sviluppare diventava costoso siamo passati a tecnologie che fossero un po’ più al passo coi tempi, ecco. Non ho grande esperienza sul campo, perché mentre per andare a bordo pista nel CEV bastano 14 anni, nel CIV ne servono 18; non comprendo granché il senso di questa politica, ma tanto ormai i diciotto li ho fatti. Dall’anno scorso sono addetto stampa del Moto Club San Marino e seguo i tre piloti del settore giovanile (Alex Fabbri, Andrea Zanotti, Luca Bernardi), ragazzi molto simpatici. Ho avuto la fortuna di essere accreditato per il Mondiale a Misano, sono stato a Valencia e Jerez per il CEV quando ha gareggiato Bezzecchi. Spero di poter fare ancora di più il prossimo anno”.

Obiettivi 2016?
“Dipende dai soldi… Sarebbe bello fare il CEV in Portogallo e il Mondiale Superbike, ci stiamo lavorando”.

A che punto ti trovi nella scalata verso il sogno del Mondiale?
“Se tre anni fa mi avessero prospettato quello che sto vivendo ora, avrei firmato a occhi chiusi. Quanto sono vicino, però, non lo saprei dire. E poi dai, un minimo di scaramanzia…”

Edoardo Vercellesi – Twitter: @edoverce97
Photo Credits: Gorini’s Photos, Marzio Bondi