Audi perde anche l’ultimo anello

Nel 1909, un tal August Horch acquistò un terreno a Zwickau e tra lamiere e vocabolari di lingua latina, fondò uno dei marchi automobilistici di maggiore successo e importanza da quando qualcuno ebbe l’idea di unire una vecchia carrozza ad un motore a scoppio: l’Audi. Vennero scelti come simbolo 4 anelli intrecciati, che allegoricamente richiamavano l’unione avvenuta tra 4 aziende automobilistiche nel 1932: Audi, DKW, Horch e Wanderer. Passano gli anni, i decenni, fino a quando quel ben noto simbolo viene affiancato al nome Joest, su vetture dall’aspetto futuristico che correvano sui saliscendi dei maggiori circuiti mondiali, impegnate in corse dal sapore rustico, ma anche dalla tradizione consolidata e legata a doppio filo con il regolare ticchettio degli orologi. Un suono che ammaliava e al contempo terrorizzava i piloti che si alternavano a bordo degli angusti abitacoli, dove l’unica compagnia durante i lunghi turni di guida era rappresentata dalle figure minacciose che potevano profilarsi negli specchietti retrovisori. Eroi. Ma anche anelli di una catena. Una catena che nel corso degli anni ha perso sempre più anelli, aperti o deformati dal tempo che inesorabilmente porta un uomo a pensare al suo passato e futuro. Una catena che il 19 novembre ha perso l’ultimo e più importante anello: Tom Kristensen.

9 edizioni della storica 24 ore di Le Mans vinte, insieme a 6 edizioni della 12 ore di Sebring e una della Petit Le Mans in scena sul circuito di Road Atlanta. Più svariate vittorie in ALMS, WEC, DTM, F3 tedesca, F3 giapponese. Questo è Tom Kristensen, l’ultimo anello della catena che teneva ancorato il team di Ingolstadt al suo sfavillante passato, quando i 4 anelli e il team Joest vincevano a man bassa qualsiasi competizione endurance a qualsiasi latitudine/altitudine con uno squadrone di piloti entrato nella storia dell’endurance per qualità e risultati ottenuti. Frank Biela, Emanuele Pirro, Dindo Capello, Allan McNish. Sono questi gli alfieri che hanno permesso al re teutonico di conquistare ogni casella della scacchiera nell’arco di 15 anni, ma di cui poi si è dovuto fare a meno in quest’ordine. Quello di Kristensen è solo l’ultimo di una lunga serie di ritiri che hanno coinvolto le formazioni Audi dal 2008 in poi, ma, probabilmente, il più carico di malinconia. L'Audi R18 E-Tron Quattro reduce da un 2014 difficile.

Già, perchè l’asso danese ha optato per un passaggio dietro le scene nel momento forse di maggior crisi dell’Audi, reduce da una stagione in cui la R18 E-tron Quattro ha collezionato distacchi abissali, cedimenti meccanici, il grave incidente di Duval a Le Mans e imbarazzanti ritardi tecnici dalla concorrenza, a causa di una scelta progettuale ardita, anche troppo: correre nella classe da 2 Mj, seppur con un’unità motrice potenziata, ha reso la vettura tedesca più lenta in maniera imbarazzante rispetto alle Toyota, nel Wec dal 2012, e alle Porsche, al debutto nella categoria dopo un passato glorioso nell’endurance, entrambe concentrate sulle potenzialità dei recuperi di energia, tanto da puntare alla classe da 8 Mj per il futuro. Poco male, l’Audi Sport Team Joest ha anni di esperienza, fior di risorse economiche e equipaggi ben rodati composti da piloti già vittoriosi nell’endurance. Eppure, la dipartita di Tom fa ancora male. Perchè era un punto fisso, la componente immutabile e invincibile del team, l’anello solido di una catena d’oro.

Tra le tanti frasi, più o meno di circostanza, rilasciate dal danese nel comunicato in cui ufficializzava il suo ritiro, spicca questa: “Mi sento ancora in forma dal punto di vista fisico e ritengo di avere la giusta forza mentale sia dentro che fuori dalla pista. Per me però è importante lasciare ora che mi sento ancora in grado di fare qualcosa di importante per l’Audi.” Kristensen non si limiterà infatti ad occupare il posto di Ambasciatore del marchio in giro per il mondo, ma sarà anche una presenza importante nei box Audi, a fianco dei piloti che avranno il difficile compito di far rivivere l’epopea Audi dopo quest’annata disastrosa. Una missione gravosa e osteggiata dalla presenza di marchi in netta crescita come Toyota e Audi, oltre alla debuttante Nissan. Ma se qualcuno può aiutare ad indirizzare il timone verso la giusta rotta, quello è Monsieur Le Mans!La 6 Ore di Interlagos, in programma domenica prossima.

La corsa di Interlagos, in programma il prossimo fine settimana, sarà dunque uno di quegli appuntamenti che un appassionato di motori si appunterà persino nell’interno delle palpebre, come già era successo nel 2006 con il ritiro e la lotta per il titolo di Michael Schumacher. Sarà la fine di un ciclo, ma anche di una carriera durata 25 primavere che ha regalato e preso tanto all’endurance.  Appuntamento alle 13 (ora locale) di domenica 30 novembre, con la partenza dell’ultima gara della stagione che vedrà il ritorno alle corse di Emerson Fittipaldi, impegnato nella categoria gentlemen della GTE a bordo di una Ferrari AF Corse con Segal e Pier Guidi dopo 6 anni dalla sua ultima apparizione in tuta e casco. Per la cronaca, sarà la sua prima volta a bordo di una Rossa. Grande attesa anche per l’assegnazione degli ultimi titoli rimasti, vale a dire costruttori GTE, piloti/team LMP2 e costruttori Lmp1, dove sarà ancora determinante l’apporto del neo-ambasciatore nordico di casa Audi.

Chapeu, Mr. Le Mans!