Red Byron: una storia di polvere e gloria

(Photo by ISC Images & Archives via Getty Images)

Quando immaginate gli esordi pionieristici delle corse a ruote coperte americane, sicuramente nella vostra mente si formano, in toni di seppia, le immagini di ovali polverosi, vecchie Ford Coupé di traverso sulla spiaggia di Daytona e soprattutto fughe di contrabbandieri nella notte, inseguiti dalle forze dell’ordine mentre fanno numeri da circo sulla strade sterrate nei boschi degli Appalachi.

Fuorilegge, moonshiners, disperati spinti dalla passione, dalla necessità e dalla voglia di primeggiare su tutto e tutti.

Non il vostro tipico moonshiner

Neanche la più fervida immaginazione, però, può materializzare una storia come quella di Red Byron, il primo campione della NASCAR, a suo modo uno ancora più “fuori posto” di tutti i “fuori posto” che a cavallo tra gli anni trenta e i quaranta del Novecento hanno rischiato la pelle domando un V8 per saziare la propria fame, fosse essa di velocità o più prosaicamente di pane e companatico.

Se il circo delle stock-car, poi evolutosi in quella corporation che oggi chiamiamo NASCAR, si è sviluppato soprattutto nella zona di Atlanta e Daytona Beach, nutrendosi delle storie di personaggio come Roy Hall, Lloyd Seay, Raymond Parks, Tim e Fonty Flock e molti altri, Red Byron era una specie di immigrato, un po’ come Big Bill France.

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La passione per le corse

Nato nel 1915, Robert Nold “Red” Byron ha vissuto i primi anni della sua vita dapprima in Virginia, dove il padre lavorava come ingegnere minerario in una cava di gesso, ma è stato molto presto catapultato in Colorado, a Boulder, quando una tubercolosi polmonare diagnosticata a papà Jack ha costretto la famiglia al trasloco. Leggenda vuole che Robert abbia imparato a guidare a 5 anni e che fosse, oltre che un malato di automobili, anche un campione di gare per “soapbox”, ma che un giorno, in età da liceo, sia stato arrestato perché, letteralmente, gareggiava con gli amici in un campo di proprietà privata.

La grande depressione, la punizione del padre, che gli aveva proibito tassativamente di muovere un qualsiasi oggetto a quattro ruote, e la morte della madre nel 1934 a causa di un’influenza degenerata in polmonite, spingono Byron fuori di casa quando ha appena 17 anni per ritrovarsi a lavorare in una miniera dalle parti di Denver e a darsi alle corse e alla meccanica al primo minuto libero, attratto come una calamita dalla popolare Pike’s Peak.

A nemmeno vent’anni, la voglia di corse porta Byron, il suo immancabile sigaro e i suoi occhialoni scuri dritti dritti verso sud, in Alabama, dove si fa un nome soprattutto nelle gare per vetture a ruote scoperte organizzate dalla AAA, il sogno di Indianapolis marchiato a fuoco nei lobi del cervello. L’Alabama della fine degli anni ’30 non è però un luogo esattamente ospitale per le corse, con il suo divieto di attività sportive domenicali e la prevedibile antipatia per i moonshiners che affollano la gran parte delle griglie di partenza della regione. E allora via in Georgia, soprattutto a Lakewood, dove le gare sono le benvenute, attirano un pubblico crescente e la competizione è altissima, spinta dalla banda di outlaws che ruota intorno a Raymond Parks, ma a dominare la scena sono le auto di serie modificate, derivate da quelle utilizzate per il contrabbando di alcolici.

Raymond Parks, Red Vogt e Red Byron (Photo by ISC Images & Archives via Getty Images)

Le stock-car

Byron fa il suo esordio in stock-car a Lakewood nel 1938, su una Ford Model A del 1926, ma la sua prima vittoria arriva nel luglio del 1941 con un naso rotto e un taglio in bocca, poco prima di unirsi all’esercito.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Red Byron è impegnato sul fronte del Pacifico come ingegnere di volo della US Air Force e partecipa alla bellezza di 57 missioni, ma durante la 58esima il B26 su cui vola viene colpito sulle isole Aleutine e lui rimedia una scheggia nella gamba sinistra che lo costringe per due anni in un letto d’ospedale a rifiutare sistematicamente l’amputazione dell’arto offeso, perché, dice, gli sarebbe servito per tornare a correre in macchina.

E così è. Zoppicante e costretto a usare una specie di pericoloso tutore per ancorare il piede al pedale della frizione e non dover usare i muscoli della gamba ogni volta che cambia marcia, grazie a un sistema elaborato col “mago” di Atlanta Red Vogt, Byron stringe i denti, testardo e disperato, e torna alle corse nel 1946, vincendo la sua prima gara davanti a Roy Hall e al futuro fondatore della NASCAR, Bill France. Deve tenere tutto il corpo inclinato da un lato e spingere con tutto il peso per premere la frizione, ma stringe i denti, letteralmente, e curva dopo curva si costruisce una carriera.

E’ in appena due anni, il 1948 e il 1949, che Red entra nella leggenda da campione, uno tra i pochi a non fare il moonshiner per sbarcare il lunario in un mondo in cui le manette tintinnano spesso e nonostante ogni corsa rappresenti per lui uno sforzo fisico disumano, acuito dalla polvere, dal caldo e dalle sollecitazioni delle piste sterrate dell’epoca.

(Photo by ISC Archives via Getty Images)

Nel ’48 la National Association for Stock Car Auto Racing è appena nata e Red Byron vince il 15 febbraio sul mitico Beach and Road Course di Daytona, imponendosi poi in altre 10 occasioni nelle 52 gare che compongono il calendario delle Modified, tutte su una Ford del team di Raymond Parks curata dal maniacale Red Vogt. Byron diventa così il primo campione della NASCAR.

L’anno successivo l’associazione diretta da Bill France introduce la divisione Strictly Stock, che quasi settant’anni dopo porta il nome di Monster Energy Cup Series e Byron non si lascia scappare l’occasione. Si butta anima e corpo nella nuova avventura e ne esce di nuovo vincitore per essere ricordato come il primo campione di sempre della Cup Series. Partecipa a sei gare su otto, ne vince due e si aggiudica il titolo davanti a Lee Petty, Bob Flock, Bill Blair e Fonty Flock.

Il tramonto

Red è un duro, ma il fisico lo molla di colpo e deve appendere il volante al chiodo nel 1951. La sua ultima gara nella Strictly Stock è la Southern 500 di Darlington. Per lui non ci sono che le corse e così si cimenta nel ruolo di team manager, con il sogno di vincere un giorno la 24 Ore di Le Mans. Non ci riuscirà, non può sempre esserci un lieto fine, ma i duri come Byron non mollano e stringono i denti. In fondo, quello che conta per loro è combattere per vincere e, una volta vinto, per rivincere. La ricerca del successo è solo la motivazione che si racconta per non passare per matti.

Un attacco cardiaco lo stroncherà l’11 novembre del 1960 a Chicago, all’età di 45 anni.

In tutti questi decenni la stella di Red Byron non si è offuscata e l’enigmatico minatore, ingegnere di volo, eroe di guerra e soprattutto pilota, nato con il mito della Pike’s Peak e della 500 miglia di Indianapolis ed entrato nella storia come il primo campione della NASCAR, farà il suo ingresso nella NASCAR Hall Of Fame nel 2018 dalla porta principale. Benvenuto Red!

Gian Luca Guiglia

Twitter: @gian_138

Questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista bimestrale Cruisin’