Davide Amaduzzi racconta la storia del suo casco

In occasione dell’ultima gara del Campionato Italiano GT al Mugello è tornato nella serie un grande amico di Motorsport Rants: Davide Amaduzzi. Il pilota bolognese, ormai residente a Las Vegas, negli ultimi due anni si era concentrato soprattutto sull’endurance con i prototipi, vincendo tra l’altro l’Endurance Champions Cup 2015 con una Wolf-Honda del team Emotion Motorsport di Marco Cajani, in coppia con Luca Pirri.

Il ritorno di Amaduzzi nel GT potrebbe non essere isolato, in previsione futura, anche se sicuramente non intende lasciare i prototipi.

“E’ capitata all’ultimo l’occasione grazie al team Petri Corse e all’amico storico Mauro Trentin. Solo grazie a loro sono tornato nel GT , tra l‘altro con un vecchio amore mai dimenticato, la Lamborghini – esordisce Davide – Solo che è stato deciso tutto la settimana stessa della gara e io non avevo mai guidato la Huracan Super GT Cup. Però la vettura è stata subito ottima e se avessi fatto le qualifiche e non fossi stato costretto a partire ultimo (un problema elettrico ha costretto Davide al box i primi minuti delle qualifiche, che poco dopo venivano interrotte e cancellate per un diluvio improvviso senza dare al pilota della Petri Corse la possibilità di far segnare alcun crono NDR) avremmo sicuramente fatto un risultato eccellente. Le gare sono fatte così e col senno di poi non si fa nulla di buono. E’ stata comunque un ottima esperienza ugualmente. Un’ottima base di partenza per il futuro.“

In occasione del suo ritorno nel GT, Amaduzzi ha sfoggiato però una novità: un nuovo casco, con una livrea non inedita, ma con alcune modifiche e innesti particolari. Interpellato a tal proposito, Amaduzzi si è quasi mostrato imbarazzato nello spiegare qualcosa che ha molto più del personale che del pubblico, ma ne è venuto fuori un interessante viaggio nel significato che la livrea del suo casco ha per il pilota bolognese.

Lasciamo la parola direttamente a Davide


Il mio disegno è sempre stato più o meno questo, magari con alcune piccole modifiche di linee o cromatismi, ma il disegno è questo da ormai più di 30 anni (Davide il prossimo anno inizierà la 35° stagione di corse ininterrotte NDR). Non l’ho mai voluto cambiare, non avevo ragione di farlo. Il casco era ed è il modo per riconoscere il pilota, a mio avviso.

Io vengo da un periodo di corse quasi antiche. Non credo di essere né vecchio né antico, ma la mia cultura sportiva del motore è nata in un’epoca molto diversa da quella attuale. E mi si è radicata dentro. Nel periodo che sto menzionando, il casco per un pilota era “il pilota stesso”, come per un antico guerriero con l’elmo che si indossava prima di andare in guerra. Il disegno spesso non era artistico e spettacolare come quelli di oggi, ma aveva una storia, uno o più significati alle spalle. O semplicemente era stato pensato e ripensato personalmente per giorni, mesi…per poi giungere al definitivo, che diventava una cosa intima, viscerale. Tu eri il casco. Ti si poteva riconoscere tra mille. Non ci si poteva confondere.

Al giorno d’oggi, per varie ragioni, tante cose hanno perso senso e il casco, sicuramente tra le più banali, è una di queste. Ormai nessuno ha più colorazioni lineari. Si vedono solo esplosioni di effetti di ogni tipo che rendono l’elmetto un oggetto artisticamente meraviglioso, ma che spesso viene confuso tra gli altri e sicuramente non trasmette nulla né ha un valore personale se non momentaneo, fino all’arrivo di quello successivo. Anche i piloti di altissimo livello ormai cambiano disegno e colore con la stessa frequenza con cui cambiano la maglietta la mattina.

Forse per tanti più importanza, ma per me ancora ce l’ha. Scusa se mi dilungo sempre per spiegare certe cose!

La prima volta che ho stretto un volante tra le mani ero piccolissimo. Ero sul kart di mio padre, che lo usava per divertimento, indossando il suo casco che mi copriva fino alle spalle. Era un oggetto che mi affascinava molto. Non solo ti proteggeva, ma ti nascondeva. Ti mascherava, faceva da filtro fittissimo con il mondo esterno. Nessuno poteva capire quali erano i sentimenti e le emozioni che si celavano sotto la visiera socchiusa. Questa aura misteriosa mi prese, mi affascinò fin da subito in maniera forte.

Al tempo in cui cominciai a correre non si usavano caschi da auto o specifici per kart. Si usava semplicemente un casco da moto, o da motorino. Il mio era tutto rosso, il mio colore preferito del tempo, e credo anche quello della maggioranza dei bambini piccoli, ma per me aveva anche un significato affettivo verso la Ferrari. Ero un tifoso sfegatato della Rossa di Formula 1, passione ereditata da mio padre che era peggio di me. A volte non riusciva a vedere parte del GP se le auto di Maranello avevano problemi o rotture. Erano un’altra Formula 1 e un’altra Ferrari, c’era ancora Enzo Ferrari e la passione e l’amore per la Scuderia si sentivano davvero tanto.

Cominciai però a pensare che dovevo avere un mio disegno, qualcosa di più specifico. Da bambino quale ero non mi venne molta fantasia. Tutto ciò che pensavo non mi soddisfava. Poi un giorno , seguendo la 500 miglia di Indianapolis del 1985, se non ricordo male, venni folgorato da un pilota che durante la gara perse la macchina, fece un 360°, la riprese in maniera fenomenale e andò a vincere la gara più storica del pianeta: era Danny Sullivan.

Il suo casco era bianco con un disegno laterale ed una stellina in cima. Mi piacque subito e lo copiai. Tra l’altro al tempo le gare americane da noi non erano seguitissime ,quindi pochi capirono che era una copia. Da quella base, anno dopo anno feci sempre piccole modifiche di colore, ma senza mai più cambiare il disegno di base, fino ad arrivare a quello del mio ultimo anno completo nel kart internazionale , il 1990, che poi rimase pressoché invariato se non per alcune tonalità di colore.

Il disegno del mio casco, e da i primi anni ’90 in Formula 2000 anche i colori, sono rimasti gli stessi. Pensare di modificare il disegno mi sembrava impossibile e quasi blasfemo: io ero quel casco.

Oggi invece, qualcosa è cambiato. Nel casco sicuramente e per questo devo ringraziare il mio amico di infanzia Alessio, che ha avuto la pazienza di sopportare tutte le mie puntigliose modifiche da apportare per un anno intero. Ma in me in particolare. Ricordi passati di emozioni vissute e di insegnamenti ricevuti, anche via etere. Anche solo per quello che è valso per me e che magari per altri non ha avuto nessun valore.

Il mio casco rimane di base sempre lui, perché di base io rimango sempre me stesso, ma sono state apportate importanti modifiche prendendo parti di caschi di due piloti che a loro modo mi hanno dato tanto, sia a livello emozionale che caratteriale: Gilles Villeneuve e Ayrton Senna.

Sul lato del casco comparirà il disegno di Gilles, annegato nel mio, ma messo bene in evidenza.

Gilles è la “causa” della mia focosa passione.

Mio padre era Ferrarista, lui la mia guida e il mio mito vero e lo divenni quindi di conseguenza anche io in quel periodo, ma io adoravo Gilles.

Indipendentemente dal fatto che guidasse una Rossa. Era un folle, vinceva poco. Distruggeva gare e auto, ma dava un’emozione talmente forte da cancellare tutti gli altri aspetti che oggi l’avrebbero portato al sicuro licenziamento dopo poche gare. Al tempo no, al tempo i sentimenti, la parte umana, aveva un’importanza molto più rilevante. Lui trasportava gli animi delle persone su in cielo e le sue vittorie, poche, solo 6, avevano una valenza emozionale senza pari. Era un folle vero, perché non aveva paura di nulla, perché poteva provare a fare qualunque cosa in qualunque momento, perché lui era energia pura e io rimasi estasiato da questo miscuglio di caratteristiche che spesso non portavano a risultati eccellenti, ma portavano all’emozione. LUI mi ha fatto innamorare delle corse, di quell’aspetto cavalleresco che ancora esiste, perché il pilota rischia, il pilota gioca con la sua vita, il pilota può morire e questa vicinanza alla morte crea una figura quasi divina che, come nelle arene dei tempi antichi, nell’immaginario collettivo, aumenta a dismisura la potenza dell’uomo.

Quando morì io non avevo ancora 10 anni. Ero in gita scolastica, non ricordo nemmeno dove e a un tratto si accese un televisore in mezzo al museo. La curiosità di tutti i bambini, genitori e maestre. Gilles era morto. Avevo 9 anni. Non era la prima persona alla quale ero affezionato che se ne andava. Poco meno di due anni prima se ne era andato mio nonno, ma a quell’età non si capisce bene cosa stia succedendo. Quando accadde a Gilles, che per me era un eroe dell’immaginario visto che non lo conoscevo e lo seguivo dalla tv, mi parve come se un essere immortale fosse spirato. Era impossibile… rimasi di pietra. Non capivo le mie emozioni e ricordo i giorni interi a fissare le due pagine di Autosprint dove veniva riproposto l’incidente con tutta la spiegazione. E non c’erano foto, erano disegni in bianco e nero…Lo ricordo come fosse oggi.

Ecco. Da oggi il mio casco avrà la sua livrea sui lati. Perché se ho fatto il percorso che ho fatto fino ad oggi, la passione e la voglia me le ha fatte nascere anche lui.

Gilles, come detto prima, non l’ho mai conosciuto, ovviamente, ma la famiglia Villeneuve ha avuto una rilevante importanza anche in seguito. La parte fucsia del mio casco è presa come spunto da quello del figlio Jacques. Lo conobbi che avevo all’incirca 15-16 anni. Correvo in kart e andavo a scuola in centro a Bologna, vicino a Piazza dei Martiri. Proprio dietro alla mia scuola c’era l Officina di Buratti, la BLM. Forse oggi dice poco , ma al tempo era una officina storica per i kart e per delle vetture chiamate Formula 4. Nulla a che vedere con quelle odierne.

I Buratti, padre e figlio, coinvolsero Jacques per dei test a Imola con questa auto e con dei kart, se non sbaglio patrocinati da Autosprint. Buratti mi aveva dato il mio primo vero kart da competizione anni prima e ogni volta che potevo, uscendo da scuola, mi fermavo da lui ore e ore. Vedere il figlio del mio idolo in quel contesto mi fece aumentare l’affetto, mai calato, per la famiglia Villeneuve. Quando, anni più tardi, Jacques, dopo avere cominciato nel turismo, ancora grazie ad Autosprint e correndo coi colori del casco del padre, cambiò elmetto, lo colorò con colori uguali al mio. Casualmente. Solo che lui al posto del mio Rosso aveva il fucsia. Mi piacque. Lo presi anche io. E così dopo anni il colore Ferrari svaniva per sempre, come già da tempo era calata la passione per la Rossa, che non era più quella di Enzo Ferrari, non era più quella di Gilles, di Renè, di Michele e anche del primo Berger e di Mansell… Era sempre da seguire, ma in maniera diversa.

A Jacques non lo dissi mai. Nemmeno l’anno in cui Renault fece una super festa per festeggiare il suo titolo mondiale di F.1 e io eri lì con lui, premiato nell’ambito dell’Eurocup Formula Renault. Era il 1998…

La parte laterale posteriore del mio casco è cambiata. Ora , sempre affogata nel mio disegno c’è anche un pò di Ayrton Senna.

Non ho mai tifato per il brasiliano. Non ero un suo tifoso al tempo e non lo sono diventato ,come invece molti fecero, dopo la sua scomparsa, anche perché, come detto prima, nel suo periodo d’oro in Formula 1 ero ferrarista fino al midollo. Ma Ayrton in qualche modo sentivo di conoscerlo perché io avevo cominciato a correre in kart proprio appena dopo il suo abbandono del karting, quindi ebbi a che fare con tutte le persone con cui lui ebbe a che fare e le storie e gli aneddoti, non sempre positivi a dire il vero, si sprecavano. Era un super talento, riconosciuto da tutti, ma come nel karting lo erano anche Stefano Modena ,Andrea Gilardi, Stefano Garelli che non ebbero le stesse fortune agonistiche. E più tardi Vincenzo Sospiri, che forse fu quello che più di tutti mi sembrò un vero “mostro” della guida, ma che non raccolse quello che il suo talento meritava.

Mamma mia, mi perdo in chiacchiere!

Dicevo che non adoravo Senna né ero suo tifoso, ma ne ero affascinato in maniera pazzesca. Lui mi insegnò, via etere, la dedizione, la determinazione, la disciplina in quello che fai. Come lo fai. Come devi allenarti per farlo bene e per quanto ti devi allenare. Non si raggiunge nulla per caso, bisogna sudare e faticare sempre. Anche se, come nel suo caso, si nasce ricchi.

La cosa che più mi faceva “detestare” Ayrton ( da ferrarista…ma quanto lo avrei voluto in Rosso lo sapevo solo io…) era la capacità di inventarsi qualcosa che nessuno avrebbe osato. Nel giro veloce in qualifica, nel rendimento in gara sempre perfetto, nel guizzo folle che solo lui poteva trovare. E in questo vedevo Gilles. Ricordo in Messico, quando per provare a fare la pole fece l’ultima curva, la più paurosa, non in 4a marcia ma in 5a, perché forse sarebbe andato più forte. Era impossibile da fare e infatti capottò, ma ci aveva provato. L’aveva calcolato. Era folle e per questo aveva tutto il mio rispetto, la mia celata adorazione. Perché lui era immenso, come talento innato, ma quando questo non bastava, cercava e trovava qualcosa’ altro. A volte andava bene, altre no, ma solo lui era così. Poi vennero gli anni in cui ebbe la macchina giusta e nei quali divenne l’Ayrton Senna che tutti ricordiamo. Il giorno che morì ero a Forlì, a casa della mia ragazza del tempo, sul divano di casa sua. E non ci credevo, perché non poteva essere successo a lui. A lui no. Lui era quello che poteva tutto.

Piansi. E fu la prima volta che lo feci per la perdita di qualcuno che nemmeno conoscevo. E fino a quel momento non pensavo nemmeno di esserci affezionato…

Parecchi anni dopo, se non erro 2005-06, conobbi il nipote Bruno, un ragazzo adorabile con cui feci un lavoro in Inghilterra per Ferrari GB, al tempo curata da Enrico Bertaggia, ex pilota di F.1 con grande passato internazionale di F.3 e amico comune. Sicuramente non aveva la stessa fame di successo né lo stesso talento, ma qualcosa del sangue dello zio c’era. In Gp2 a Magny Cours, per fare la pole position fece qualcosa che era da Vero Senna. L’ultima variante si doveva percorrere dopo una frenata, non fortissima, ma che rallentava. Subito dopo, a pochi metri , c’era la linea del traguardo e a destra un muro. Lui calcolò che se avesse fatto la chicane piena avrebbe tolto qualche decimo e fatto la pole, ma avrebbe sicuramente sbattuto. E quando vai a muro non puoi mai sapere se e come ti farai male oppure no. Un pensiero e un ragionamento da folle. Da calcolatore folle. Da Ayrton.

Lo fece e ottenne la pole, piantando la macchina violentemente nel muro.

Grande rispetto.

In definitiva il mio casco sarà un po’ me e sarà un po’ la loro energia positiva che mi porto dentro, senza forse averci nemmeno mai pensato né ragionato prima di adesso.

Sarà Gilles per quello che era , una persona per bene, un viso pulito che sapeva trasformarsi in un funambolo, un equilibrista della velocità, un amplificatore di adrenalina… e per quello che emotivamente ha dato al bambino che ero al tempo.

Sarà Danny Sullivan, che con velocità e fortuna vinse a Indianapolis, perché serve anche la fortuna a volte… anche se io ritengo più vicino al mio modo di pensare che in Danny c’era la capacità innata di sfruttare al momento giusto la situazione giusta… ma soprattutto l essere capace di sfruttare l’occasione della vita. C’è chi la chiama fortuna, chi lo chiama opportunismo. Alla fine è sempre e comunque un talento.

Sarà Ayrton per la sua determinazione e ostinazione a raggiungere i suoi obiettivi. Da lui ho capito che si può raggiungere tutto, ma serve impegno. Serve fatica e tanto tanto sudore, che cose facili fanno passare la fame. Che quello che conquisti con dedizione ti fa sentire e diventare più forte, che serve una ferrea disciplina in tutto ciò che si fa. Se lo si fa in questo modo prima o poi si ottiene il risultato. Con qualche fiammata di sana follia. Perché in mezzo a tanta razionalità solo l’aggiunta di un pò di pazzia porta all’eccelso.

E sarò io, che forse non sono folle come Gilles, non ho il talento di Ayrton , non avrò il “talento della fortuna” di Danny, ma che ho racchiuso nel mio casco tutti loro e tutto ciò che sono diventato io in questi 33/34 anni di corse. Non per tributo verso di loro, non ne hanno certo bisogno e sicuro non hanno bisogno di un mio pensiero che alla fine non sono nessuno. Ma come sunto di ciò che è stato il mio percorso emotivo, perché negli ultimi anni, ancora più che in passato, ho scavato dentro me per cercare, consapevolmente a volte ed inconsapevolmente altre, qualcosa di me, i miei perché, le ragioni del vissuto, i quesiti esistenziali…

E negli ultimi anni , ancor più che in passato, ho vissuto la Vita, ho vissuto la morte, il dolore e la perdita, la gioia del successo, la sofferenza della malattia, la paura di perdere tutto, la consapevolezza di quanto poco conta il materiale di fronte all’esistenza, la disperazione del non avere più nulla, la capacità del controllo di essa. E la luce in fondo al tunnel…

Un mare di emozioni che mi hanno sopraffatto, invaso e pervaso in maniera totale , che mi hanno cambiato, prima in peggio poi in meglio…prima in cattiveria e dopo in comprensione di quelle dinamiche della vita che già conoscevo, che già avevo compreso ma che forse non avevo vissuto così appieno per poterle fare mie in maniera viscerale.

Ho vinto spesso nella vita, ma molto più spesso ho perso…e non mi riferisco solo alle corse. Mi sono reso conto che tutto ciò che sono ora, tutto ciò che sono diventato, lo devo soprattutto alle mie sconfitte e a tutte le sofferenze, che mi hanno dato ogni volta nuovi insegnamenti. A gestire un successo sono capaci tutti, non altrettanto invece a gestire un dolore, una paura, una sconfitta, una delusione, una frustrazione, una condizione di impotenza di fronte a cose così più grandi di me da portarmi a tornare a pregare dopo tempo immemore e pregare di portare via me e non chi non se lo meritava.

Sensazioni e situazioni così differenti e a volte contrastanti che hanno un solo comune denominatore: l’emozione pura… Che essa sia dolore o gioia.

E dalle emozioni che mi faceva provare Gilles da bambino ad oggi, tanto è cambiato in me e nella tipologia e nell’intensità dell’ emozione, ma ora che tante cose, tanti ricordi, tante sensazioni sono riaffiorate, tante scatoline piene di mille piccoli pezzi di me che fino ad ora erano rimaste chiuse nella mia testa e fermamente protette da qualcosa che assomiglia all’istinto di sopravvivenza, ora che la vita mi ha fatto esplodere tutta questa ordinata confusione e che i coperchi di queste scatole sono scoppiati in aria, non me le voglio perdere. Le voglio rivivere, capire e condividere.

E di fronte a tutto ciò un casco è davvero una cosa banale. Sciocca. Futile. Ma non quello che rappresenta. Non un oggetto, non un casco, non dei piloti, ma degli uomini e delle Emozioni.

Non per fare qualcosa per loro, ma per quello che essi e le loro emozioni hanno fatto per me…”

Davide Amaduzzi.

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