10 Settembre 1933: La domenica nera della Monza che fu

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E’ il 10 Settembre 1933. Immaginate il circuito di Monza com’era un tempo, senza artificiali interventi umani a guastare l’italico tempio della velocità. Aggiungete decine di agguerriti eroi, piloti di un tempo lontano capaci di sorprendere al volante di vetture primordiali e pesanti, lanciate coraggiosamente lungo i rettilinei brianzoli. Condite con una giornata di pioggia settembrina Mi seguite? Bene, allora lo sfondo per una delle domeniche più nere della storia del motorsport è pronto nella vostra mente.

La domenica in questione è una di quelle sacre per il mondo delle corse. Sul tracciato di Monza si disputano al mattino il GP d’Italia, al pomeriggio il Gran Premio di Monza, articolato in tre batterie di qualificazione e una successiva finale per decretare il vincitore. Il GP d’Italia vede la vittoria di Luigi Fagioli su Alfa Romeo, con un esiguo vantaggio su Tazio Nuvolari (Maserati) e due giri su Goffredo Zehender e Marcel Lehoux. E’ il momento delle qualificazioni per il Gran Premio di Monza, e la prima batteria di piloti prende il via nel primo pomeriggio.

Su una pista già resa scivolosa dalla pioggia di giornata, il Destino decide di calcare la mano. Il guasto al motore della Duesenberg del conte Trossi provoca la fuoriuscita di un’ingente quantità di olio, che inonda la pista di olio, in particolare all’imbocco della curva Sud. La perdita viene pulita alla bell’e meglio prima dell’inizio della seconda batteria di qualificazione, che vede al via, tra gli altri, i due piloti italiani Mario Umberto Baconin Borzacchini e Giuseppe Campari.

Mario Umberto Baconin Borzacchini nasceva a Terni nel 1898, e giungeva trentaquattrenne a Monza dopo un’infanzia trascorsa tra officine, garages ed arruolamenti nell’esercito allo scoppio della Grande Guerra. Terminati i conflitti aveva mostrato prova del proprio talento al volante classificandosi nelle prime posizioni in numerose competizioni automobilistiche della penisola, prima di lasciare memoria del suo nome in gare quali il Gran Premio di Tripoli, il Criterium di Roma, la Mille Miglia. Giungeva a Monza, al volante di una Alfa Romeo, con grandi speranze, conosciuto dai più come il “fratellino” di Tazio Nuvolari, grazie alla loro commovente amicizia. “Mentre si corre non si ha tempo di avere paura, – diceva – si deve solo guardare la strada”

Giuseppe Campari, nativo di Graffignana, era sei anni più anziano. Evitate le distrazioni belliche, aveva dedicato sin da giovane la propria vita alle corse. Prima apprendista meccanico, poi meccanico di bordo, quindi pilota. Solo la Targa Florio gli era sfuggita tra le grandi classiche italiane, mentre le vittorie alla Coppa Acerbo, alla Parma – Berceto, alla Mille Miglia facevano del suo nome uno dei più noti nel panorama del tempo. Alla guida di una Alfa Rome, quella di Monza doveva essere l’ultima gara prima del ritiro, per dedicarsi poi alla carriera di cantante d’opera.

E’ così che scatta la seconda batteria di qualificazione. A giocarsi la leadership sono proprio i due suddetti piloti, con Campari in testa all’imbocca della curva maledetta. I resti d’olio, la pioggia, la sfortuna si accaniscono contro l’Alfa del leader, che fuori controllo coinvolge in una terribile carambola la sorella alle spalle, guidata da Baconin Borzacchini. Campari perde la vita sul colpo, il compagno e collega si spegne poco tempo dopo in ospedale. Le critiche degli spettatori e le richieste di alcuni di interrompere la manifestazione cadono flebili e inascoltate. Lo show deve continuare sotto il plumbeo cielo di Monza.

 

 

Si corre la terza batteria di qualificazione. Poi, tutto è pronto per la finale. Favoriti sono i nomi di Marcel Lehoux e del conte polacco Stanislas Czaykowski, autori dei giri più veloci nelle batterie appena trascorse.

Stanislas Czaykowski era un conte di famiglia polacca nativo del nord dell’Olanda. Assai ricco grazie ad affari portati a termine in suolo inglese, si era presto dedicato al mondo delle corse autonomamente, mostrando ben presto velocità non comune. Suoi furono i record nel 1931 dell’ora, sul chilometro, sui 5 chilometri e sul miglio, insieme a prestigiose vittorie al Gran Premio del Marocco o nella Coppa dell’Impero Britannico. Il giovane e facoltoso conte polacco si recava a Monza sulla sua Bugatti, intento a conquistare un’ulteriore affermazione personale.

La finale ha inizio e i piloti lasciano i motori dei loro fidi destrieri rombare liberi in quel di Monza. La medesima macchia di olio, mal ripulita tra una manche e l’altra, è ancora la protagonista in negativo del dramma di giornata. In lizza per la leadership della finale, il conte perde il controllo della propria vettura nella curva incriminata. La Bugatti esce di pista, si rovescia e prende fuoco, con il veloce pilota polacco ancora intrappolato al suo interno. Solo a incendio estinto, il corpo senza vita di Stanislas Czaykowski è estratto dall’auto.

Ancora una volta, come spesso accadeva decenni or sono, la corsa continua, nel silenzio colmo di accusa e curiosità che regna sul tracciato monzese. La corsa è vinta da Lehoux, senza battaglia. I festeggiamenti sono velati da una pesante tristezza, e sul viso di chi ha visto l’accaduto corre una lacrima. O forse tre, come le corone di fiori che il duce Mussolini appone sulle salme dei tre piloti deceduti.

Dieci settembre 1933, dieci settembre 2014. Nell’aria di un circuito di Monza che non è più lo stesso, cambiato dalla necessità e dal tempo, e in un mondo di corse ormai lontanissimo da quello che fu, ancora vivono ricordi del passato. Nell’anniversario di questo tragico evento ci sembrava giusto e significante ricordare la nera domenica di Monza, e insieme le tre figure di Mario Borzacchin, Giuseppe Campari e Stanislas Czaykowski. Tre piloti, tre storie, un destino. E ognuno di loro, a modo proprio, eroe.

Fabio Valente – twitter: @FabioValenteMSR