L’avventura di Perry McCarthy: “Quando la vita è un saliscendi”

Quanti di noi sognano di vedere il proprio nome comparire sulle prime pagine dei più prestigiosi giornali sportivi del mondo? Tanti, se non tutti. In fondo chi mai non ha desiderato diventare un pilota di Formula 1 e sfrecciare nel vento su auto che hanno fatto la storia di questo sport? O essere al volante di questi bolidi, cavalieri vittoriosi di mille battaglie sui più grandi circuiti del globo? In pochi, nessuno forse. Ma quanti di voi vorrebbero ritrovare la propria foto sui medesimi giornali contornata da prese in giro e burle, al centro delle risa di colleghi, addetti ai lavori e tifosi? La risposta è ovvia: nessuno.

Eppure è questa la sfortunata sorte di Perry Edward McCarthy, e la sua avventura è quello che Back to the Future vuole narrarvi. Nato a Billericay, nella regione dell’Essex, oramai 52 anni or sono, inizia la propria carriera nel mondo dei motori direttamente da categorie quali Formula Ford e Formula 3 in giro per l’Europa, saltando completamente la usuale parentesi d’esordio nel mondo dei kart. Dimostrando un discreto talento ed una maggiore propensione a restare in pista più che deviare nei prati cattura presto l’occhio di vari osservatori, che lo portano in Formula 3000 e poi ad essere scelto, nel 1991, come tester della Footwork Arrows, categoria Formula 1.

Terminata la trafila nelle formule minori ed esaurito il breve compito di collaudatore, l’inglese riceve l’offerta della vita: un contratto da prima guida con una scuderia emergente nell’Olimpo dei motori, ovvero in Formula 1. E poco importa al buon Perry se quella scuderia si chiama Andrea Moda e ben presto si guadagnerà il titolo di “team più ridicolo di sempre”. Egli non può saperlo: accetta. La parabola ascendente finisce qui e la verticale caduta di prestigio di Perry McCarthy nell’anno seguente (1992) si concretizza nella maniera più veemente che mai.

L’Andrea Moda era nata rilevando il materiale della defunta scuderia Coloni per idea di Andrea Sassetti, il quale voleva pubblicizzare ( in maniera positiva) la propria azienda. Equipaggiata, per così dire, con motori Judd, la scuderia non riuscì a presentarsi in tempo per il primo GP dell’anno in Sudafrica, rimanendo esclusa dal weekend. Analoga sorte subì il team in Messico, dove i piloti si recarono senza tuttavia riuscire a prendere parte alla competizione. In Brasile la prestazione dell’Andrea Moda fu, per quanto è possibile, ancora più vergognosa, con Moreno (compagno di McCarthy) non qualificato e lo stesso Perry inabilitato a gareggiare perchè non in possesso della superlicenza FIA.

Tra motori che non giungevano in tempo per scendere in pista, cavilli burocratici e false fatturazioni, l’Andrea Moda si ritrovo a vivere un fatato incubo, nel quale riuscì a far partecipare una propria vettura solo al GP di Monaco con Moreno alla guida, ritiratosi poi dopo solo una decina di giri. Si veniva così a concludere il 1992, l’anno che più nel male che nel bene segnava inevitabilmente la carriera di Perry McCarthy in F1. L’inglese seguirà il team nel suo declino, non avendo più altre possibilità di gareggiare nella massima serie mondiale di vetture a ruote scoperte.

Ma nulla è mai perduto: dal fondo del barile ci si può anche rialzare, e chi è capace di insegnarcelo meglio di Perry? Negli anni successivi si reinventa attore, partecipando a vari film di caratura internazionale incentrati sui motori e diviene commentatore della BBC. Partecipa gareggiando a Le Mans per 4 anni consecutivi, andando incontro ad altrettanti ritiri. Ma non importa, quella è un’altra storia.

Perry torna sotto i riflettori pochi anni dopo, impersonando per 2 stagioni il celebre eroe mascherato “The Stig” nella ancora più famosa trasmissione “Top Gear”. E’ il suo destino: essere sotto gli occhi di tutti anche se questi non lo sanno. E così intrattiene da dietro le telecamere migliaia e migliaia di appassionati, molti dei quali proprio coloro che avevano tanto riso delle sue disavventure, sotto un casco nero che ne cela l’identità e i precedenti.

E’ solo pochi anni fa che Perry McCarthy si è raccontato senza censure, nero su bianco: si è tolto il casco davanti a tutti e insieme molti sassolini dalle scarpe nella sua (consigliata) autobiografia dal titolo: “Flat Out, Flat Broke: Formula 1 the Hard Way!”. In essa racconta, con velato sarcasmo, la sua avventura tra F1 e telecamere, risa ed applausi. Una vita che sembra una giostra, fatta di saliscendi, frenate, accelerazioni e staccate al limite. Una vita in cui importa buttarsi, perchè “o la va o la spacca”.

Questo è l’insegnamento, tra i tanti, di Perry McCarthy: prendere o lasciare, esistere o vivere davvero. A voi la decisione.

Fabio Valente

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