Push Movies, quando il cinema va di corsa: oltre Garner e McQueen

James Garner sul set del film «Grand Prix» di John Frankenheimer

 

A cura di Ermanno Frassoni

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Cévert, Stewart e Senna: un trittico di miti dell’automobilismo mondiale che assommano sei iridi complessivi in Formula 1, persino poco se si pensa ai risultati che lo sbarazzino ma velocissimo talento francese amato da Brigitte Bardot avrebbe potuto ottenere nel Circus senza il fatale fine settimana di Watkins Glen 1973 aggredito da predestinato alla corte di Ken Tyrrell. Sul pedigree agonistico di Ayrton, poi, si staglia sinistra la tragedia di Imola 1994 che ha privato l’asso brasiliano di altri possibili allori, mentre Jackie volle consapevolmente dire basta al culmine della carriera evitando di inseguire un quarto titolo affatto utopistico per l’allora 34enne scozzese.

Le loro vite, tratteggiate di pari passo ai successi conseguiti nello sport, sono state oggetto di indagine in libri e documentari più o meno accurati, eppure il biopic tanto atteso e tante volte annunciato, non è ancora divenuto realtà. Complicate le vicende e ardua l’impresa, non soltanto finanziaria, di raccontare in film diversi un tris di «mostri sacri» del motorsport con la necessità di non deludere le aspettative dei familiari, dei fans e di chi ne gestisce e custodisce l’immagine. E non è un caso se, parallelamente, di un biopic incentrato sulla figura di Freddie Mercury, straripante frontman dei Queen, si discute sterilmente da anni in una eco traballante di annunci e smentite.

Ha svolto un proficuo lavoro Ron Howard, regista di quel «Rush» che cristallizza l’epico duello tra Hunt e Lauda nel Mondiale del 1976, pellicola meritevole di citazione ma volutamente non inclusa nella lista «sotto l’ombrellone» di Push to Rants per mitigare le ridondanze, ciononostante l’ex ragazzo dai capelli rossi di «Happy Days» si è come appollaiato sulla dolce sponda di Hollywood offrendo un’interpretazione dei fatti spettacolare ed eclatante sebbene non rispettosa in toto degli avvenimenti storici nei rapporti James-Niki e nel ruolo rivestito dall’italiano Arturo Merzario nell’inferno del miracolato campione ferrarista al Nuerburgring.

Anche «One», recente documentario sulla Formula 1 avallato da Bernie Ecclestone e incentrato sui Gran Premi visti però dalla prospettiva dei britannici, e «Italian Race», in lavorazione in questi mesi con Stefano Accorsi protagonista e una trama radicata nel mondo delle vetture a ruote coperte, non trovano spazio nella seguente digressione che non pretende di scovare i film più belli e godibili né di compilare un elenco definitivo, quanto piuttosto di orientare il lettore verso la scelta di pellicole, venti in tutto, sviscerate a coppie così da attivare le singole connessioni mentali, complice il filo conduttore delle corse e, talvolta, la performance autorevole di attori-feticcio alla James Garner («Grand Prix») e Steve McQueen («Le 24 Ore di Le Mans»).

 

«Indianapolis» (1950) di C. Brown / «Indianapolis pista infernale» (1969) di J. Goldstone

Una pista mitica, il «catino» teatro della 500 Miglia, fa da scenario, o forse sarebbe meglio dire da pretesto, per due film prodotti e girati negli Usa a diciannove anni di distanza. «Indianapolis», titolo originale «To please a lady» (?), vede protagonisti Clark Gable-Mike Brannan e Barbara Stanwyck-Regina Forbes, coppia cinematografica che non necessita di presentazioni, con l’attore americano dai baffi sottili nei panni di un seducente cavaliere del rischio pronto a scoprire l’amore grazie a una giornalista affatto accondiscendente. «Indianapolis pista infernale» è invece un Paul Newman-movie che consente all’attore, di lì a poco autentico appassionato di corse e pilota egli stesso oltre che proprietario di team, di recitare accanto a Joanne Woodward, la divorziata Elora, e al solido Robert Wagner, interpretando il ruolo di Frank Capua, corridore rampante alle prese con un complicato intrigo sentimentale. Nelle due pellicole, distribuite rispettivamente da Metro-Goldwyn-Mayer e Universal Pictures, i toni della commedia d’azione favoriscono un romanticismo talora un po’ forzato che serve comunque a creare la giusta commistione tra belle automobili da corsa e stelle del cinema di prima grandezza. Da segnalare, nel film di Goldstone che incassò la sonora stroncatura del regista Quentin Tarantino, le fugaci apparizioni di personaggi-icona del motorsport a stelle e strisce quali Bobby Unser, Bobby Grim, Dan Gurney, Tony Hulman, Roger McCluskey e Bruce Walkup.

«Sfida sulla pista di fuoco» (1950) di L. H. Martinson / «Destino sull’asfalto» (1955) di H. Hathaway

Prendi un regista specializzato in serie televisive, leggi alla voce Leslie H. Martinson, e otterrai un film a basso costo il cui titolo originale è «The Challengers». Nel cast Anne Baxter, Sal Mineo, Nico Minardos e Alan Caillou oltre a caratteristi del calibro di Richard Conte e Farley Granger. La storia, a dire il vero piuttosto banalotta, è quella di un pilota, tale Cody, che vuole trovare il modo di vendicarsi di un collega a suo dire responsabile di un incidente. Altro cast e differenti ambizioni per «Destino sull’asfalto», diretto dal celebre regista di western Henry Hathaway. Qui il ruolo del protagonista viene assegnato a Kirk Douglas-Gino Borgesa, tormentato pilota con un passato poco glorioso da conducente di autobus, che si innamora, in un primo momento ricambiato, della conturbante ballerina Bella Darvi-Nicole Laurent. Il film prende le mosse dai testi di Charles Kaufman e Hans Ruesch, quest’ultimo valido pilota nei pionieristici anni Trenta e quindi romanziere di successo divenuto attivista contro la vivisezione animale. Produce la 20th Century Fox ma la pellicola resta di culto soltanto per gli estimatori di Douglas e per i fans della Darvi, intrigante bellezza cosmopolita di origini europee morta suicida nel 1971.

«Un attimo, una vita» (1977) di S. Pollack / «Ricky Bobby: la storia di un uomo che sapeva contare fino a uno» (2006) di A. McKay

Azione e sentimento la fanno da padrone in «Un attimo, una vita», uscito negli Usa come «Bobby Deerfield», con Al Pacino chiamato a calarsi nella tuta ignifuga di un ipotetico pilota di Formula 1 concentrato anima e corpo sulla sua carriera e affatto impensierito dagli ostacoli della vita quotidiana. A fargli cambiare idea, però, interviene un gravissimo incidente che vede coinvolto il suo compagno di squadra e lo porta a visitare in ospedale un avversario sopravvissuto al terribile impatto. In questa tragica circostanza Pacino-Deerfield incontrerà una donna condannata dalla malattia che gli chiederà di affrontare un viaggio assieme, in automobile, verso l’Italia. Pollack ha firmato tra gli altri «Tootsie», «La mia Africa» e «Il socio»; nel cast figurano Marthe Keller, il nuovo amore di Bobby, e il nostro Romolo Valli. Un tentativo coraggioso, dopotutto. Si cambia completamente registro per «Ricky Bobby: la storia di un uomo che sapeva contare fino a uno», agile commedia per famiglie che propone Will Ferrell nei guanti di un improbabile campione Nascar pazientemente scortato, vittoria dopo vittoria, dal fido team-mate Cal Naughton Jr. (l’attore John C. Reilly). Spetterà a Jean Girard, in arrivo dalla Formula 1, il compito di mettere in pericolo le granitiche certezze del protagonista; udite udite, il ruolo macchiettistico del francese va a un Sacha Baron Cohen lontano dai fasti di «Brüno» e «Il dittatore». Tra i camei degni di nota si rammenta quello di Dale Earnhardt Jr., erede e omonimo del compianto «Terminator» imperituro idolo della Nascar.

Al Pacino è Bobby Deerfield nel film «Un attimo, una vita»

 

«Fangio: una vita a 300 all’ora» (1981) di H. Hudson / «Turbo time» (1983) di J. Davis    

Siamo nei primi anni Ottanta e nella relazione, finora semiclandestina, tra documentari e motorsport, si incomincia a fare sul serio. «Fangio: una vita a 300 all’ora» ripercorre i momenti più esaltanti della carriera di Juan Manuel Fangio, cinque volte campione del mondo di Formula 1 in un’epoca in cui molto spesso i piloti non avevano nemmeno il tempo di diventare genitori. A dirigere le operazioni il regista britannico Hugh Hudson, che si avvale della collaborazione di Gualtiero Jacopetti, qui al soggetto e alla sceneggiatura, tra gli autori più celebri del genere cinematografico «Mondo movie». «Turbo time» conduce invece lo spettatore nei meandri del Circus iridato immerso nei primi afflati del motore turbocompresso: gli indiscussi protagonisti del documentario sono dunque i corridori che affollano le griglie di partenza, esaminati da un James Davis, pseudonimo di Antonio Climati, determinato a scoprire i fattori che spingono un pilota a inseguire un’affermazione in quelle discipline del motorsport affatto disposte a suggerire corsie preferenziali. Nella tenzone motoristica rientrano poi le moto da corsa con i contributi dei centauri Marco Lucchinelli, Kenny Roberts e Franco Uncini, pronti a dividere la telecamera con drivers affermati della massima formula quali Niki Lauda, Jody Scheckter (ex ferrarista dalla fine del 1980) e quel Gilles Villeneuve scomparso nelle qualifiche del Gran Premio di Zolder del 1982. Per qualcuno divertente, per altri un’opera da ritrovare. All’incirca nello stesso periodo si sfornano «Formula 1 – Febbre della velocità» (1978) di Ottavio Fabbri e «Pole position – I guerrieri della Formula 1» (1980) del trio Davis-King-Orefici.

«I diavoli del Grand Prix» (1962) di R. Corman / «Killico, il pilota nero» (1968) di D. Haller

Cosa accomuna un multiforme artigiano del cinema quale Roger Corman e il futuro regista del «Padrino» Francis Ford Coppola? La risposta è semplice: «I diavoli del Grand Prix», curiosa operazione incentrata sulle gesta di Stephen Children (l’attore Mark Damon), un giornalista la cui fidanzata è finita nelle mire di un pilota automobilistico, ovverosia Joe Machin (William Campbell), che usa le donne a suo piacimento ma rischia di perdere la faccia a causa delle scottanti rivelazioni pubblicate in un libro in uscita. Il giovane Coppola affianca Corman dietro le quinte e nel cast si segnala la presenza di Patrick Magee. Va rilevato che la troupe, sovvenzionata dai dollari della Filmgroup, allestì furbescamente il set al seguito della Formula 1 impegnata tra i circuiti di Montecarlo, Rouen, Spa Francorchamps e Aintree. In «Killico, il pilota nero» la storia ruota attorno alle vicende di Joe, interpretato dall’attore e showman transalpino Fabiano Anthony Forte, in arte Fabian, che, inviso a team manager e colleghi, deve abbandonare gli Stati Uniti per ricostruirsi un avvenire in Europa. Ingaggiato da una scuderia del Vecchio Continente a dispetto di una personalità ribelle e anticonformista, Fabian-Killico intrattiene ben presto un rapporto sentimentale con Katherine (Mimsy Farmer), l’unica donna che sembra comprenderlo tanto da riuscire a smussarne gli aspetti meno gradevoli del carattere. Film d’esordio per Talia Shire, l’Adriana della saga di «Rocky», e importante contributo del solito Corman, co-regista non accreditato e produttore esecutivo di nuovo alle prese con il motorsport e i suoi fragili eroi dopo «I diavoli del Grand Prix» uscito nel 1962.

«Giorni di tuono» (1990) di T. Scott / «Una vita al limite» (2004) di R. Mulcahy

È Tom Cruise il perno de «Giorni di tuono», action movie infarcito di contenuti drammatici che vede l’attore americano alle prese con il personaggio di Cole Trickle, un giovane pilota proveniente dalle monoposto che afferra l’opportunità di un sedile top nella Nascar. Cruise-Trickle batte il suo compagno e primo rivale «Rowdy» Burns (Michael Rooker) sotto il profilo dei risultati e della popolarità presso i tifosi, ma all’orizzonte c’è un drammatico incidente che li coinvolge sull’ovale di Daytona. Assorbiti i postumi del crash, Trickle torna a correre per sfidare un’altra promessa rampante, tale Russ (Cary Elwes), e allontanare i suoi fantasmi, con Burns costretto ad abdicare dinanzi ai propositi di rientro. Nella pellicola di Tony Scott un ruolo di rilievo lo assume la neurologa Claire Lewicki, ovverosia l’attrice Nicole Kidman: con Trickle scoccherà l’amore. «Giorni di tuono» strizza dunque l’occhio a «Top Gun» con le automobili da corsa al posto dei velivoli militari; il cast comprende Robert Duvall, qui proprietario di un team Nascar, e John C. Reilly, chiamato anni dopo dal regista McKay per «Ricky Bobby: la storia di un uomo che sapeva contare fino a uno». Si indugia in orbita Nascar con «Una vita al limite», tentativo non molto riuscito di biopic televisivo prodotto dalla rete ESPN che narra di Dale Earnhardt Sr., leggendario campione della specialità prematuramente scomparso nelle fasi conclusive della Daytona 500 del 2001. A trasporlo sullo schermo c’è Barry Pepper («Salvate il soldato Ryan»), con Elizabeth Mitchell nelle vesti della discussa terza moglie Teresa: un’operazione spiccatamente made in Usa peraltro male accolta dagli eredi del campione.

I «Giorni di tuono» di Tom Cruise e Nicole Kidman sul set dell’omonimo film

 

«Formula 1 – Nell’inferno del Grand Prix» (1970) di J. Reed / «Driven» (2001) di R. Harlin         

Anche la cinematografia trash d’autore vuole la sua parte e comunica, nemmeno tanto sommessamente, un desiderio di rivalsa. «Formula 1 – Nell’inferno del Grand Prix» si affida al fuoriclasse del motociclismo Giacomo Agostini, un’istituzione nei primi anni Settanta, che tenta il lancio nella settima arte facendosi dirigere da Guido Malatesta (qui James Reed), deus ex machina delle pellicole a basso costo avendo diretto vari peplum alla Ercole e Maciste, capeggiando un cast in grado di accogliere le «stelline» Agostina Belli e Olinka Berova oltre a Brad Harris, habitué di tanti film western e di spionaggio all’«amatriciana». Il risultato, come detto, non è dei migliori, ciononostante le traversie di Giacomo Valli, il pilota di Formula 1 interpretato da Agostini, trovano la loro collocazione ideale nelle fumose (e poco pretenziose) sale dell’epoca pronte ad applaudire le convulse scene d’azione. Nota di colore: sul set nacque l’amore tra Agostini e Berova. Trentuno anni di attesa non sono evidentemente bastati a Sylvester Stallone per imparare la lezione: vedere «Driven» per credere. Al centro della storia un ex pilota di Formula CART, tale Joe Tanto (di cosa?), ex campione convinto dall’ex patron a tornare in pista per istruire un giovane talento affatto semplice da decifrare. Un film da ex, appunto, con fotogrammi improponibili (la voragine d’acqua che inghiotte un pilota) e momenti persino esilaranti (Joe ricorre alle monetine per indicare in quale punto del circuito transiterà nel giro veloce). Le apparizioni delle «racing stars» Juan Pablo Montoya, Max Papis, Tony Kanaan e compagnia rombante non giovano al prodotto, plurinominato (ci sarà un perché) ai famigerati Razzie Awards. Tutto fa brodo, certo, ma è sempre meglio dosare le porzioni.

«Le Mans – Scorciatoia per l’inferno» (1970) di R. Kean / «Adrenalina blu – La leggenda di Michel Vaillant» (2003) di L. P. Couvelaire

Richard Kean, per chi non lo sapesse, è il nome d’arte del regista Osvaldo Civirani. Nel film in questione arruola Lang Jeffries, uno dei tanti attori di matrice anglosassone visti all’opera a Cinecittà, per il ruolo di John Scott, ex pilota ansioso di lanciare sulla scena di Le Mans una nuova promessa, tale Dustin (l’attore Maurizio Bonuglia), in taluni momenti più interessato alla moglie del suo mentore, interpretata dall’attrice Erna Schurer, all’anagrafe Emma Costantino, che al mondo delle corse. Strada facendo, però, la querelle si chiarisce e i due centrano i propri obiettivi. Nel cast compare Edwige Fenech, in procinto di spiccare il volo nel cinema nostrano (Montezemolo verrà dopo). «Adrenalina blu» sarebbe, nelle intenzioni, un omaggio alla figura di Michel Vaillant, il celeberrimo protagonista dei fumetti di Jean e Philippe Graton, che dimostra di funzionare molto meglio su carta piuttosto che al cinema. Non è infatti sufficiente il ricorso a un personaggio idolatrato dai fans dei motori per scongiurare un mezzo flop al botteghino; Sagamore Stévenin (chi?) è Vaillant, mentre gli unici volti più o meno noti sono Jean-Pierre Cassel (Henri, il proprietario del team Vaillante) e Diane Kruger (Julie, vedova di un corridore e pilota lei medesima). Tra i produttori Luc Besson, con la 24 Ore di Le Mans del 2002 (quella vera) sullo sfondo e un ragguardevole parterre di biposto capeggiato dalla Lola B98/10 (la Vaillante) e dalla Panoz LMP1 Roadster S (la Leader, rivale storica di Michel). I piloti (veri) apparsi nel film sono, tra gli altri, Emmanuel Clerico e Perry McCarthy. Tanto fumo e poco arrosto: «Le 24 Ore di Le Mans» di McQueen può dormire sonni tranquilli.

«Jo Siffert – Live fast, die young» (2005) di M. Lareida / «Senna» (2010) di A. Kapadia

Due nomi (e che nomi!), una garanzia. Jo Siffert e Ayrton Senna. Il primo ha attraversato a passo veloce, quasi con nonchalance, due mondi agli antipodi, la Formula 1 e i Prototipi, seminando qua e là impronte da sauropode, dai successi nel Circus (due i Gran Premi vinti) agli indelebili trionfi nelle gare di durata a Daytona, Sebring, Watkins Glen e Targa Florio. Nel 2005 ci pensa il regista Men Lareida a pagare il doveroso tributo alla figura di Siffert, scomparso in un incidente a Brands Hatch nel 1971 in una gara non valida per il Mondiale di Formula 1 che era stata programmata per celebrare il secondo titolo conquistato da Stewart. Peccato soltanto che «Jo Siffert – Live fast, die young» sia un documentario inedito in Italia. Di «Senna» si è scritto e detto molto, torna però utile evidenziare che Asif Kapadia ha di fatto lavorato in sinergia con la famiglia di Ayrton per confezionare un’opera efficace eppure debitrice della versione dell’entourage del brasiliano. Il grande merito di «Senna» è quello di soffermarsi con perizia sulla carriera di Ayrton, sulle sue passioni e (un poco) sul suo privato, evitando tuttavia di concedere un qualsivoglia margine di replica ai critici. Non vengono spettacolarizzate le immagini relative alla tragica morte di O Rei sul circuito di Imola, cosa puntualmente fatta da altri documentaristi e videomakers nelle clip dedicate al campione di San Paolo. Struggente, in qualche modo, ritrovare le fattezze rassicuranti dell’amico e collega Gerhard Berger, gli occhi affilati di Ron Dennis e la chioma appena brizzolata di Flavio Briatore.

«Senna» di Asif Kapadia

 

«Grand Prix» (1966) di J. Frankenheimer / «Le 24 Ore di Le Mans» (1971) di L. H. Katzin

Realizzare un bel film sulle corse è difficile quasi quanto confezionare una pellicola di valore dedicata al mondo del pugilato. Se, come ama ripetere il giornalista ed ex promoter di boxe Rino Tommasi, molti film sulla «noble art» dovrebbero terminare nel momento in cui i protagonisti si accingono a salire sul ring, parimenti a tante pellicole sulle corse converrebbe non mostrare cosa accade in pista senza l’indispensabile preparazione che un ciak sul campo di gara comporta. Non è questo il caso di «Grand Prix» e «Le 24 Ore di Le Mans», manifesti dapprima sottovalutati del motorsport da sala cinematografica che possono contare sulla «passionaccia» di Garner, scomparso quest’estate, e McQueen, divo de «La grande fuga». Entrambi corridori nella vita reale, con James che arrivò persino a possedere un proprio team negli Usa e Steve imperiale secondo assoluto alla 12 Ore di Sebring del 1970, delle loro fatiche automobilistiche davanti alla macchina da presa il pubblico si accorge non appena il profilo di Garner con il casco e il piglio viveur di McQueen-Michael Delaney, impegnato a Le Mans tra duelli in pista, curve pericolose e belle donne, si sublimano via Hollywood entrando nella leggenda. Formula 1 anni Sessanta e Prototipi di inizio Settanta: epoche e mondi scintillanti eternati dai buoni uffici di due attori legati al motorsport più di quanto alcuni appassionati riescono a sospettare. I fotogrammi un po’ seppiati della bianco-verde Yamura di Garner-Pete Aron a Montecarlo, nobilitata da Toshiro Mifune, Adolfo Celi e i piloti Phil Hill, Graham Hill, Richie Ginther, «Jo» Bonnier e Jack Brabham, e della filante Gulf Porsche 917 numero 20 nella notte della Sarthe, sono lì a testimoniarlo e costituiscono tuttora materiale per palati fini.

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