“Quando i piloti erano uomini, e molto spesso eroi” – La storia di Peter Collins

Già, che ci crediate oppure no, un tempo i piloti potevano davvero essere definiti uomini. E perchè no, anche eroi, in alcuni casi. Rimane eclatante il richiamo alla memoria del gesto di David Purley, a Zandvoort ’73: il britannico impiegò meno di un battito di ciglia a scegliere di affrontare fuoco e fiamme nel disperato quanto vano tentativo di salvare il giovane collega, e più di tutto amico, Roger Williamson. Tutti sappiamo come andò a finire, ma quella che vogliamo narrarvi è un’altra storia.

E’ il 3 Agosto 1958. Otto delle undici gare in programma nel calendario del campionato di F1 in corso si sono già disputate: i piloti sono pronti dunque a misurarsi sull’impegnativo circuito tedesco del Nurburgring. La classifica mondiale è un completo dominio inglese, con i piloti d’oltremanica capaci di monopolizzare le prime tre posizioni della graduatoria generale e al contempo le chances di vittoria finale del titolo. I tre anglofoni contendenti sono ognuno diverso dall’altro ma tutti a loro modo campioni e prima ancora uomini. Per rigor di cronaca, stiamo parlando dei leggendari Mike Hawthorn, Stirling Moss e Peter Collins.

Il primo, Mike Hawthorn, è generalmente ricordato come il primo campione del mondo di F1 di nazionalità inglese. Forte, veloce, sfrontato, non ebbe tempo di godersi il meritato successo: la sorte gli voltò le spalle l’anno successivo, sotto forma di un incidente ancora avvolto nel mistero che non gli lasciò scampo. Ma anche questa, signori, è un’altra storia. Il secondo, Stirling Moss, è con tutta probabilità uno dei piloti più sfortunati della storia della F1: 16 gran premi vinti, 4 mondiali conclusi al secondo posto, nessun alloro iridato. Un palmares, tuttavia, che resta di tutto rispetto. L’ultimo, Peter Collins, è un giovinetto di Kidderminster, ingaggiato dalla Ferrari e buttato nella mischia della F1. In mezzo ai grandi non sfigura, concludendo il mondiale del ’56 al terzo posto e scrivendo nello stesso anno una delle pagine più toccanti di un automobilismo che, oggi, non può che apparire davvero d’altri tempi.

Bando alle presentazioni, torniamo nel 1958: i quindici giri di gara sul lunghissimo tracciato tedesco attendono i piloti e si parte. Il Nurburgring, lo storico tracciato tedesco, teatro futuro di mille emozioni, sembra rimescolare le carte in tavola, piazzando in testa due piloti, anch’essi inglesi ma di minor caratura: Tony Brooks e Roy Salvadori. Dalla terza posizione emerge, curva dopo curva, la sagoma della Ferrari di Peter Collins. Il giovane ventisettenne sa che l’occasione, essendo gli avversari bloccati a centro gruppo, è troppo ghiotta per essere lasciata sfuggire e comincia a forzare l’andatura. I distacchi si accorciano, Salvadori viene superato a metà gara, la Vanwall di Brooks si ingrandisce a vista d’occhio.

Il caparbio Peter è inarrestabile. Supera tutti e tutto, tranne il fosso posto ai margini della curva Pflantzgarten, che al decimo giro interrompe bruscamente la corsa di Peter. E, senza pietà, anche la sua giovane vita. L’auto dell’inglese si capovolge nel terrapieno, il pilota viene sbalzato contro un albero e riporta lesioni che lo costringeranno a spirare poche ore dopo in ospedale. La gara, non interrotta, viene vinta da Brooks, il mondiale da Hawthorn. Ma queste sono statistiche destinate ai libri. In molti piangono la perdita di un pilota a loro caro, di un amico e soprattutto di un uomo, un gentiluomo. Sì, perché Peter poteva davvero vantare questa nomea, forse più di chiunque altro.

Tornato dalla guerra aveva finalmente dato sfogo alla sua passione per i motori e per le corse, facendosi notare prima dalla scuderia HW Motors e poi dalla prestigiosa “rossa” di Maranello. Dal suo esordio nel 1952 in F1 aveva ottenuto tre vittorie, l’ultima nel GP d’Inghilterra, in terra natia, proprio nel 1958. L’anno di grazia che però decise di consacrarlo per sempre nell’Olimpo dei piloti e di trovargli posto nella cerchia degli uomini d’onore fu il 1956. All’ottava ed ultima gara in programma della stagione egli si batteva, venticinquenne, per la conquista del titolo iridato sul circuito di Monza, lottando con il compagno di squadra Juan Manuel Fangio, su Ferrari e con lo stesso Stirling Moss, su Maserati. Ai due ferraristi, in caso di vittoria di Moss, sarebbe bastato un secondo posto, ma nessuno, si sa, lotta per il secondo posto in pista. Nessuno vissuto nei gloriosi anni 50, almeno.

La gara vide ben presto Moss scappare in testa, con la coppia Ferrari ad inseguire, poi il colpo di scena: la Ferrari del già tre volte campione del mondo Fangio non ne vuole più sapere di continuare. Il motore è completamente fuso. Le speranze di un ulteriore mondiale sembrano lentamente svanire mentre l’argentino rientra mesto ai box; Juan Manuel non sospetta che la sorpresa più grande sta per giungergli proprio dal suo compagno e rivale. Con un atto da molti dimenticato Collins si ferma ai box e cede la propria vettura al più blasonato compagno di team.

“Io sono un giovane” – afferma Peter scherzando – “posso ancora vincere tanto ed avrò le mie occasioni. Tu sei un campione alle tue ultime gare, vai”. Queste le parole del giovane inglese che si toglie il casco e libera il sedile della Ferrari rimasta in gara. Fangio non rifiuta, torna in gara, artiglia la seconda posizione ed insieme il quarto mondiale.

L’anno dopo, ancora una beffa per il giovane inglese: a vincere il mondiale per la quinta volta sarà il proprio il compagno argentino, oramai alle soglie del ritiro. Peter però sa aspettare convinto che l’occasione arriverà. E l’occasione giunge proprio nel 1958, ma si sa, il Fato non guarda in faccia nessuno. La sorte beffarda non concede all’inglese quel trionfo tanto inseguito e tanto meritato, lasciando chiunque, esperti e tifosi, con l’amaro in bocca, con la sensazione che in una storia così meravigliosa manchi il lieto fine tanto atteso.

Di lui resta il ricordo della bontà d’animo di un giovane che, inconsapevole del proprio destino, ha saputo regalare un sorriso a chi già aveva saputo essere felice in passato, fiero del proprio agire con onore e senza il timore di restare dimenticato. E in fondo, chi può contraddire il buon Peter? Nessuno. Perchè nessuno mai lo dimenticherà.

Fabio Valente

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