Bandiere e bersagli

Kvyat al volante della Toro Rosso nel GP Usa: per il russo un decimo posto forse cruciale in chiave futura (© Getty Images)

 

A cura di Ermanno Frassoni

[divider]

AUSTIN – Per amor di patria. Da un bel pezzo non si segnalano piloti statunitensi di vaglia in Formula 1, storicamente il Circus non ha mai sfondato negli Usa al di là del tribolato rapporto intessuto con la pista stradale di Indianapolis dal 2000 al 2007, eppure la commistione tra il Texas e la massima serie funziona complici un tracciato godibile e un contorno degno delle ambizioni del colosso Liberty Media. Come un’opera neodadaista di Jasper Johns, pittore divenuto celebre per la produzione iconica di bandiere e bersagli, il Circuit of the Americas scodella svariati intrecci e suggestive biforcazioni. In primis Hamilton in formato Lightning Bolt, alla nona sinfonia della stagione introdotta dalla voce piena del ring announcer Michael Buffer, con Lewis lungimirante nel lasciare strada a Vettel al pronti-via salvo poi sorprenderlo grazie a un sorpasso magistrale dopo sei tornate. Piazza d’onore per Sebastian, che ha tenuto giù il piede in una bella manovra ai danni di Bottas e del doppiato Vandoorne. A podio Raikkonen, vedi l’arretramento al quarto posto di un Verstappen oltre i limiti nell’azione su Kimi. L’alloro Costruttori va alla Mercedes mentre Sainz su Renault e il bersagliato (da Helmut Marko) Kvyat terminano nei punti. Tre Gran Premi ai titoli di coda: c’è da chiedersi cosa avrebbe combinato la Ferrari senza i disguidi stigmatizzati da Marchionne.

Twitter @Fra55oni