Push F1, verso Montmelò – Il debriefing dell’ingegnere: «La Manor è in crescita. E il parabrezza Red Bull può avere un futuro»

Saverio Carillo (© Manor Racing)

Guardare al mondo della Formula 1 con gli occhi di chi nella massima categoria per monoposto ci vive e ci lavora tutti i giorni: è questo l’obiettivo di Push F1, sorta di nuova filiazione della rubrica madre Push to Rants, che in un certo senso intende condurre il lettore in pole position, là dove si svolge la vera azione, ovverosia nei paddock e sui circuiti troppo spesso “off limits” della Formula 1.

Annotazioni e curiosità sulla vita quotidiana dei box sviscerate da Saverio Carillo, ingegnere italiano del team Manor Racing in rampa di lancio nell’esclusivo parterre dei Gran Premi.

 

 

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Poca fortuna per Haryanto nel GP Russia: al via l’indonesiano è stato travolto da Gutierrez (© Getty Images)

 

A cura di Ermanno Frassoni

[divider]«Il team Manor Racing sta lavorando senza sosta per portare le proprie vetture a un livello di competitività aerodinamica tale da consentire alla nostra coppia di piloti di lottare alla pari con le altre squadre di Formula 1. Sul circuito di Barcellona, sede del Gran Premio di Spagna in programma domenica 15 maggio, introdurremo sulle MRT05 di Pascal Wehrlein e Rio Haryanto un nuovo fondo, delle ali inedite e un bodywork completamente rivisitato. Il miglioramento su una pista come quella di Montmelò dovrebbe attestarsi attorno ai quattro decimi di secondo al giro, almeno sulla base delle informazioni ottenute nelle simulazioni. Difficile dire se la previsione otterrà riscontri concreti alla prova del Circuit de Catalunya». Il pensiero di Saverio Carillo, Systems Engineer della compagine britannica diretta da Dave Ryan, corre veloce alla stregua di una monoposto da Gran Premio verso il pronti-via della cosiddetta stagione europea del Circus iridato, primo fondamentale crocevia del Mondiale 2016 complici le tante novità tecniche che le varie squadre impegnate nella massima formula presenteranno in territorio iberico con l’obiettivo di lasciare un segno tangibile del proprio passaggio nelle gare antecedenti alla pausa estiva prevista a cavallo tra le tappe di Hockenheim e Spa-Francorchamps.

Della poco fortunata “campagna” del team Manor nel Gran Premio di Russia, però, non tutto è da dimenticare, nonostante il ritiro subitaneo di Haryanto dopo nemmeno un paio di curve per via della collisione multipla innescata dalla Haas di Esteban Gutierrez che ha estromesso dai giochi anche la Force India di Nico Hülkenberg, e la diciottesima piazza di Wehrlein, autore nei frangenti iniziali di una bella manovra di sorpasso ai danni della Sauber di Felipe Nasr. Sotto il profilo delle velocità di punta, infatti, nelle qualifiche di Sochi l’indonesiano Haryanto ha surclassato gli avversari toccando i 333 chilometri orari alla speed trap contro i 331,6 del diretto inseguitore Nico Rosberg, attuale leader del campionato con 43 punti di vantaggio su Lewis Hamilton. «Se diamo uno sguardo ai rilevamenti cronometrici delle speed trap nei primi Gran Premi del Mondiale 2016, non limitandoci soltanto a quelli di Sochi, c’è da notare che una Manor si piazza quasi sempre al vertice della graduatoria – ci ricorda Carillo – il motivo è semplice: noi adoperiamo la power unit Mercedes che, a parere di molti, è la più valida del lotto. Questo discorso va abbinato al fatto che il nostro telaio non sviluppa lo stesso carico aerodinamico di altre monoposto, particolare che rende la Manor molto veloce in rettilineo. Maggior carico aerodinamico sviluppa solitamente anche un drag maggiore, ovvero una resistenza aerodinamica superiore. È vero, non siamo ai livelli dei top team, tuttavia credo che risulti indicativo oltre che simpatico vedere le Manor raggiungere velocità di punta molto elevate».

Wehrlein e Haryanto da scoprire. King sulla Manor nei test dopo il GP Spagna

Qual è stato, in questo primo scorcio di Mondiale, l’apporto fornito dai rookies Wehrlein e Haryanto, 21 e 23 primavere rispettivamente, il cui retroterra nelle categorie frequentate prima dell’approdo in Formula 1 mette in risalto percorsi di crescita molto diversi? «Sebbene in maniera differente, entrambi i piloti sono all’esordio assoluto nel Circus – puntualizza il “nostro” ingegnere – di conseguenza esprimere un giudizio sul loro potenziale dopo quattro Gran Premi disputati non sarebbe corretto. Pascal proviene da un ambiente molto professionale come il DTM: è un pilota determinato e tecnicamente preparato, quindi si aspetta molto dalle sue performances e dalla squadra. Rio è un ragazzo molto educato, ha alle spalle diversi anni di esperienza maturati in GP2 Series, ascolta tutto quello che gli si dice e impara in fretta. Di solito il tedesco è meno conservativo nel suo approccio alle gare e probabilmente rischia di più. È ancora molto presto per valutare i pregi e i difetti di ognuno dei due. Su ventuno Gran Premi in calendario, i nostri drivers ne hanno affrontati appena quattro: si potrebbe affermare che Wehrlein e Haryanto hanno appena compiuto i primi passi. Più avanti nella stagione, quando la pressione da risultati sarà di certo cresciuta vertiginosamente, si potrà analizzare meglio il contributo dei piloti alla squadra. Per quanto ci riguarda, Barcellona non è una pista facile e sotto il profilo dell’aerodinamica ci colloca in una posizione di svantaggio. Speriamo, grazie agli aggiornamenti che proveremo in pista il venerdì, di rappresentare una spina nel fianco per le Sauber di Ericsson e Nasr. Detto questo, non mi aspetto regali da nessuno… sarà dura!».

Wehrlein, che non aveva mai girato prima sulla pista di Sochi, in Russia ha chiuso diciottesimo (© Getty Images)

 

Non è passata inosservata, nel paddock di Sochi, la presenza di Alexander Rossi al muretto della Manor. Cinque Gran Premi disputati in Formula 1 sulla Marussia nel 2015, l’americano di indubbie origini italiane ha scelto per questa stagione di varcare l’Oceano per correre nell’IndyCar Series alle dipendenze del team Andretti Autosport pur firmando un contratto da pilota di riserva che lo mantiene legato alla squadra di Banbury. «Normalmente i piloti di riserva viaggiano spesso con noi perché in caso di necessità devono essere pronti per salire sulla vettura – spiega Carillo – comunque sì, nel team ci sarà un maggiore coinvolgimento sia di Rossi che di Jordan King durante la stagione di Formula 1. A tal proposito, posso anticipare che King proverà per un giorno intero la Manor a Barcellona nei test successivi al Gran Premio di Spagna». Il 22enne pilota inglese, in procinto di affrontare per il secondo anno consecutivo la GP2 nelle fila del team Racing Engineering di Alfonso de Orléans-Borbón, avrà quindi l’opportunità di macinare chilometri al volante di una Formula 1 su un tracciato probante come quello catalano.

Il ritorno dell’ex team principal Booth e i camerieri di Sochi

Tra le novità più sorprendenti del quarto round del Mondiale andato in scena in Russia c’è da registrare il ritorno sul campo di John Booth, storico fondatore del team Manor nel 1990, un pedigree zeppo di vittorie nelle serie propedeutiche, nonché ex team principal di Virgin e Marussia in Formula 1, atterrato a Sochi nelle vesti di Racing Director della Scuderia Toro Rosso. «È stata una sorpresa per tutti noi apprendere dell’accordo raggiunto da Booth con la Toro Rosso – ammette il “nostro” ingegnere – mi ha fatto piacere rivederlo nuovamente in un paddock di Formula 1 a Sochi. John è una persona straordinaria: il motivo principale che l’ha spinto a tornare nei Gran Premi è che, molto probabilmente, ama troppo la Formula 1 per riuscire ad abbandonarla! Il suo progetto di un team nel Mondiale Prototipi, avviato nella classe LMP2 con Graeme Lowdon, sta andando bene; ora, di pari passo con questo impegno, porterà avanti il suo lavoro alla Toro Rosso supportando l’attività del team principal Franz Tost nei weekend di gara. Sono pronto a scommettere che a muoverlo, oggi come allora, è la stessa passione con la quale, partendo da un foglio bianco, mise in piedi ventisei anni fa il team Manor fino a portarlo a competere in Formula 1! In Russia gli abbiamo rivolto i nostri più sinceri auguri. Sarà divertente incontrarlo di nuovo sulle piste del Mondiale».

John Booth, ex team principal di Virgin e Marussia, a Sochi è tornato in un ruolo operativo nel box Toro Rosso (© Getty Images)

 

Per Carillo, che annovera trascorsi di rilievo alla corte dei team Torino e Carlin Motorsport nelle categorie anticamera della Formula 1, la trasferta in Russia ha rappresentato anche l’occasione giusta per prendere appunti su usi e costumi locali in termini di attenzione nei confronti del cliente. «Nei pressi dell’hotel dove alloggiavano tutte le squadre, ovvero il complesso alberghiero Azimut, sorge la cittadina di Adler. Si tratta di un posto carino, affacciato sul Mar Nero e stracolmo di locali, in particolare bar e ristoranti. Il cibo è un po’ diverso rispetto alle abitudini italiane, ma tutto sommato non è male! Sochi, per il resto, è una località costiera che in estate si riempie di vacanzieri russi. Una caratteristica comune alla stragrande maggioranza di pub e ristoranti visitati riguarda il fatto, per nulla casuale, che i camerieri servono cibo e bevande prima ai residenti e solo successivamente agli stranieri. Non c’è poi da stupirsi se, una volta effettuato l’ordine, i clienti non autoctoni devono pazientare un’ora o più prima di ricevere i piatti richiesti!».

«Senna era il mio idolo»

1 maggio 1994-1 maggio 2016. Ventidue anni fa, nel Gran Premio di San Marino disputato sulla pista di Imola, Ayrton Senna perdeva la vita al volante della sua Williams nel terribile schianto alla curva del Tamburello. Il giorno prima era toccato a Roland Ratzenberger, rimasto ucciso sulla Simtek tra la curva Gilles Villeneuve e la Tosa, mentre nelle prove del venerdì Rubens Barrichello aveva rischiato grosso con la Jordan dalle parti della Variante Bassa. La terza edizione del Gran Premio di Russia, così ha stabilito il caso, si è svolta l’1 maggio, coincidenza mai più verificatasi da quella domenica di sangue in cui morì il campionissimo brasiliano. «Ero molto piccolo quando ho iniziato a seguire la Formula 1 – annota, andando a scavare nei ricordi, il “nostro” ingegnere – negli anni dell’infanzia ho vissuto a Monza, teatro del Gran Premio d’Italia. Mio padre mi portava in autodromo molto spesso. Ho cominciato a guardare le gare alla televisione nei primissimi anni Novanta e, ovviamente, il mio idolo giovanile era Senna».

senna sutton
Ayrton Senna nell’abitacolo della Williams-Renault durante il tragico 1994 (© Sutton Images)

 

«Il giorno della tragedia ero davanti alla televisione. Di solito guardavo le gare in compagnia di mia madre, ma non andò così per quel Gran Premio di San Marino. Ho visto l’incidente, poi in qualche modo la gara è proseguita fino alla bandiera a scacchi. Al termine del Gran Premio sono andato a giocare con i miei cugini che abitavano poco lontano da casa mia. Una volta rientrato, mio padre mi disse che Ayrton era morto. Io non ci volevo credere. Mi sembrava impossibile che una cosa del genere potesse capitare proprio a lui. Lo credevo invincibile, persino immortale! Utilizzavo da poco un videogioco per il Sega Mega Drive, una console in voga all’epoca, che si chiamava Ayrton Senna’s Super Monaco GP II: inutile dire che era diventato il mio passatempo preferito. Ricordo che per Barrichello, vittima di un grave incidente nelle prove del venerdì, o per l’atroce morte di Raztenberger, avvenuta il sabato, non vennero spese molte parole, soprattutto sull’onda emotiva della scomparsa di Ayrton. A me, bambino appassionato di Formula 1, pareva tutto molto strano, se non addirittura irreale».

Il parabrezza Red Bull batte l’Halo Ferrari

Il 1994 è stato, per la Formula 1, una sorta di anno zero che ha permesso, con colpevole ritardo, di porre l’accento su alcuni aspetti cruciali della sicurezza dei piloti e delle vetture, fino a quei drammatici momenti in larga parte trascurati. A quasi cinque lustri dai fatti di Imola, il Circus ha iniziato a discutere animatamente circa la possibilità di rendere obbligatorio un dispositivo in grado di proteggere la testa dei corridori da impatti più o meno devastanti per la tenuta dell’organismo umano. Carillo, che nei test invernali di Barcellona vissuti dalla parte del box Manor ha visto il sistema Halo montato sulle Ferrari di Vettel e Raikkonen e, nelle prime prove libere di Sochi, ha potuto dare uno sguardo al parabrezza “Canopy” collocato sul cockpit della Red Bull di Daniel Ricciardo, affronta la questione con approccio analitico e affatto sussiegoso. «L’Halo provato dalla Ferrari non è piaciuto a nessuno. Il “Canopy” di concezione Red Bull, invece, penso che avrà un futuro in Formula 1. Non è solo esteticamente più gradevole, ma pensiamo che possa funzionare meglio rispetto al sistema Halo. Quando si iniziò a parlare di soluzioni del genere, dopo l’incidente occorso a Felipe Massa nelle qualifiche del Gran Premio d’Ungheria 2009, in molti storsero il naso. Sembrava si volesse snaturare il concetto che sta alla base della filosofia costruttiva di una monoposto di Formula 1».

Ricciardo ha testato la protezione “Canopy” sulla Red Bull nelle prove libere di Sochi (© Getty Images)

 

«Oggi, ascoltando abitualmente un po’ di pareri in giro per il paddock, sono tantissimi gli addetti ai lavori che sarebbero favorevoli a un dispositivo in grado di proteggere la testa del pilota. E anche ad alcuni fans l’idea, nel complesso, non dispiace. Sono però sicuro che l’introduzione di un eventuale sistema di protezione andrà a modificare in modo massiccio l’aspetto di una Formula 1. Il cosiddetto parabrezza in stile Red Bull va a incidere drasticamente sui flussi aerodinamici sviluppati nella zona della cella di sicurezza del pilota; se si deciderà di procedere su questa linea, bisognerà ridisegnare le forme delle vetture al posteriore».

Twitter @Fra55oni