Push in Action con Mario Zodiaco, il primo patron del Motor Show di Bologna

A cura di Ermanno Frassoni – Foto di Walter Nicolosi

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Le regole, è cosa nota, sono spesso redatte per il piacere di trasgredirle. Non sempre, ma almeno qualche volta, perché in caso contrario diventerebbe regola la semplice scelta di non rispettarle. Push to Rants inaugura così la sua versione «in Action» per offrire testimonianza, nelle fitte righe che seguono, dell’incontro «live» con Mario Zodiaco, eclettico patron del Motor Show di Bologna dal 1976 al 1980 e premuroso «papà» delle dune buggy sfornate dall’autosalone All-Cars, rientrato in Italia anche quest’anno per rivedere gli amici e lustrare i mini bolidi usciti dalla sua fabbrica osservando da lontano, per un paio di settimane, la propria residenza tropicale di Santiago de Veraguas, a sud dello Stato di Panamà, in America Centrale.

L’incontro, compendio inestimabile di quasi due ore di conversazione a briglie sciolte, si tiene a Bologna, in un appiccicoso pomeriggio di luglio, davanti a una bibita fresca e all’impagabile panorama offerto dal complesso delle Sette Chiese di piazza Santo Stefano, un caratteristico scorcio della città felsinea. Anche questa volta, la disponibilità e la vivace aneddotica di Mario Zodiaco da Lizzano in Belvedere riusciranno a sorprendermi in un trascinante «continuum» descrittivo di episodi e avvenimenti che già indirizzano verso una prossima puntata.

Innanzitutto bentornato in Italia! Come procede la tua visita e cosa mi puoi dire in merito al primo trofeo Mario Zodiaco organizzato a Staggia Senese, una frazione di Poggibonsi?

«Torno sempre molto volentieri in Italia. Ho trascorso qualche giorno a Roma, quindi sono andato a Verona e poi a Bologna… Sì, non posso lamentarmi, anche perché in questo periodo a Panamà il meteo non è proprio clemente! Il trofeo di Staggia Senese mi onora particolarmente, tempo fa sono stato contattato dagli organizzatori di questo meeting toscano riservato alle dune buggy e ho accettato con entusiasmo di fornire il mio patrocinio. L’iniziativa si è sviluppata naturalmente e colgo l’occasione per ringraziare le persone che hanno voluto farmi partecipe di questa operazione».

Dodici mesi fa mi parlavi del crescente interesse suscitato dalle dune buggy, ovverosia quelle accattivanti vetture rese immortali dal film «… Altrimenti ci arrabbiamo!», con Bud Spencer e Terence Hill, che incarnano tuttora un inno alla libertà. Ritieni che in Italia la passione per questi esclusivi «giocattoli» stia proseguendo sugli stessi binari?

«Decisamente sì. A Verona, dove mi sono recato per un raduno, c’erano una sessantina di dune buggy tirate a lucido grazie alla cura quasi maniacale dei loro proprietari. In Italia ci sono molti appassionati che non si fanno problemi a spendere un patrimonio per rimetterle a nuovo, talvolta eccedendo un po’ sotto il profilo degli accessori. Altri, invece, si occupano dei dettagli riportando le vetture allo stato originale. È un collezionismo per pochi, ma quei pochi ci mettono il cuore».

Come hai impiegato il tuo tempo a Santiago de Veraguas, dove abiti da diversi anni?

«Per fortuna non ho avuto modo di annoiarmi. Mi sono dedicato alla casa in cui vivo dal momento che avevo da tempo in programma di focalizzarmi sugli aspetti relativi alla manutenzione. Paradossalmente, il guaio è che più si ha spazio più si ha da faticare!».

Per il secondo anno consecutivo ci incontriamo a Bologna, città del Motor Show dal 1976, più precisamente quando decidesti di mettere in piedi una kermesse mai vista prima. Pensi che Bologna stia cambiando con la stessa velocità del tuo Motor Show?

«Mi sembra che le cose stiano migliorando. Adesso ho la possibilità di osservare Bologna con gli occhi del turista e personalmente credo che ci siano più ordine e accuratezza rispetto a qualche anno fa».

Il Mondiale di Formula 1 del 1976, vissuto nell’acceso confronto tra il ferrarista Lauda e l’alfiere della McLaren Hunt, tornerà a scaldare il cuore degli appassionati al cinema grazie al film «Rush» di Ron Howard dedicato all’inscindibile binomio. Che ricordi hai di Niki, ospite d’onore al Motor Show ’76, e quale impatto potrà avere una pellicola sulla Formula 1 per quanto attiene all’incontro tra questo sport e il suo potenziale pubblico?

«Niki è stato il «padrino» ideale della prima edizione del Motor Show. All’epoca lui era il campione della Ferrari, aveva vinto il titolo nel 1975 e perso quello del 1976 in quanto influenzato dai postumi del terribile rogo del Nuerburgring da cui si salvò miracolosamente. Lauda, che pure non era in gran forma ma aveva ripreso a correre fino allo stop consapevole in gara al Fuji che consegnò la corona al rivale Hunt, fu molto disponibile presenziando alla conferenza stampa e assicurando al Motor Show le prime pagine dei quotidiani del giorno successivo. Ho sentito parlare del film «Rush», ma pur vivendo all’estero non ho avuto occasione di vederlo; il regista Howard dovrebbe comunque essere una garanzia e ritengo che la forza propulsiva del cinema possa fare da volano avvicinando una fetta di pubblico a digiuno di corse».

Nel 1977, al Motor Show di Bologna, l’ex ferrarista Merzario, divenuto costruttore, presenta la sua monoposto di Formula 1 dando il via all’ennesima sortita del «Fantino» nel Circus. Quali considerazioni affiorano ripensando a quel vernissage?

«La verità è che già allora, diversamente da quanto si potrebbe supporre, occorrevano parecchi soldi per allestire una squadra competitiva in Formula 1. Arturo, mosso da una passione viscerale per le competizioni, fece il possibile, ma i risultati furono scadenti così come per la Fittipaldi creata dal grande Emerson. Rammento che con Merzario organizzammo qualcosa anche a Imola, quando il settimanale Autosprint si attivò per il Fondo Nilsson intitolato allo sfortunato pilota svedese della Lotus, scomparso per malattia a nemmeno trent’anni d’età nel 1978».

Da patron del Motor Show nel quinquennio 1976-1980, qual è stata la tua edizione del cuore?

«Non ho dubbi, la mia mente va al 1976. Il Motor Show poteva restare una piccola realtà, invece il successo fu travolgente. Alcune decisioni, prese all’improvviso, regalarono all’evento una ulteriore credibilità. Gli spettatori che erano rimasti fuori dai cancelli e non sarebbero potuti entrare, complice anche una risposta di pubblico oltre le attese, li feci accedere gratuitamente contravvenendo a ogni discorso di tipo economico ma ricavandone una pubblicità enorme».

Dal tuo «buen retiro» di Panamà continui a seguire i Gran Premi? A tal proposito, Ferrari e Red Bull sembrano duellare a un ritmo che altre squadre, economicamente solide, non riescono a sostenere. A tuo parere qual è il segreto di queste due compagini, in apparenza così diverse come storia e approccio alle problematiche della Formula 1?

«Seguo la Formula 1 quando mi è possibile. Non nascondo di essere un po’ disincantato nei confronti di questo sport, forse anche perché la mia concezione di Gran Premio si rifà alle gare degli anni ruggenti. Oggigiorno mi sembra che il pilota conti sempre meno, al di là della guida pura e della gestione di KERS e DRS. Ci sono troppi eventi esterni che ne possono ridimensionare la prestazione. La tecnologia ha preso il sopravvento e tutto si riduce all’opportunità di poter disporre di una monoposto vincente. Di buono c’è che la sicurezza è stata via via incrementata riducendo il numero di incidenti fatali. Per il resto, sulla Red Bull forse non tutti riuscirebbero ad annichilire gli avversari come fa Vettel, ciononostante molti dei piloti che Sebastian batte regolarmente potrebbero recitare un ruolo di primo piano nel Circus iridato. Per quanto attiene alle squadre top del Mondiale, penso che la Red Bull abbia realizzato un mezzo miracolo. Sono sorpreso anch’io perché a livello tecnico e organizzativo hanno compiuto in pochi anni dei passi da gigante. La Ferrari, invece, è normale che sia lì a lottare con i migliori. La sua lunga storia nel motorsport non dovrebbe ammettere risultati sottotono».

L’anno scorso avevamo parlato di Perez come di un pilota promettente, oggi viene talvolta accusato di eccessiva aggressività da colleghi e addetti ai lavori forse a causa di una McLaren non all’altezza. A tuo giudizio come si sta evolvendo la situazione?

«Sergio è un pilota molto veloce. Forse, a questo punto della stagione, avrebbe potuto capitalizzare di più l’esperienza accumulata alla Sauber, ma dobbiamo appunto tenere presente che la McLaren del 2013 è una vettura in affanno. Finora, pur avendo cambiato team, per Perez non c’è stato quel salto di qualità che il giovane messicano si sarebbe aspettato una volta abbracciata la scuderia di Woking».

Ha fatto bene Hamilton ad accettare la scommessa Mercedes?

«La scelta di Lewis, al di là dei problemi incontrati dalla McLaren, non mi ha convinto appieno. A Stoccarda hanno messo in campo tutte le risorse, umane e tecniche, che dovrebbero riportare la Mercedes al vertice della Formula 1, di fatto però questo cambio di registro non si è ancora completato. Rosberg ha vinto due Gran Premi e ha sofferto in altri, mentre Hamilton è davanti al compagno di squadra in classifica generale ma non è riuscito a salire sul gradino più alto del podio. Oggi, poi, un pilota potrebbe concedersi il lusso di non vincere nemmeno una gara e conquistare il campionato del mondo: onestamente mi sembra una forzatura, ogni weekend ci sono tanti punti in palio e forse non si premia abbastanza chi si prende la briga di tagliare il traguardo davanti a tutti».

Nel 2014 la Formula 1 tornerà a organizzare sessioni di prove durante la stagione. In virtù delle recenti polemiche riguardanti il test «proibito» della Mercedes in Spagna e il caos gomme nel Gran Premio di Gran Bretagna, come interpreti questo ritorno alle origini?

«Come è solito affermare il presidente della Ferrari Montezemolo, la Formula 1 è l’unico sport al mondo che non consente ai suoi atleti di provare durante la stagione. Adesso, per fortuna, questo malcostume subirà modifiche radicali. Non si capisce, inoltre, con quale criterio vengono scritti i regolamenti. L’emergenza pneumatici ha giustamente rimesso tutto in discussione, ma nei mesi scorsi se ne sono viste e sentite di cotte e di crude. Lo spettacolo è dato dalla lotta per la vittoria: non capisco perché si debba ricorrere a continui accorgimenti, tra i quali metto anche i cambi gomme, peraltro sempre più pericolosi, invece di concentrarsi sulla competizione in sé. Dal mio punto di vista ci vorrebbero meno tatticismi e più concretezza».

Secondo te, chi è attualmente il miglior pilota presente in Formula 1? E i tuoi preferiti di sempre?

«Sono convinto che in cima alla piramide della massima formula ci siano Vettel e Alonso. Dopo, ma soltanto dopo, c’è spazio per gli altri. Sebastian è abilissimo in qualifica ed è imprendibile in gara a livello di ritmo sul giro, senza dimenticare che sbaglia pochissimo. Fernando sa essere molto regolare, il sabato è già in grado di dirti a quale risultato potrà puntare la domenica. Ha una visione molto nitida del weekend, ma avrebbe bisogno di una Ferrari in grado di mantenere le promesse. Non so quanti sarebbero capaci di replicare le sue performances al volante della non sempre irresistibile F138. Tra i piloti del passato voglio citare Lauda, un grande professionista e una persona molto gradevole, e Piquet Sr., un guascone perennemente in vena di scherzi che si divertiva e sapeva divertire chi gli stava intorno».

Ecco un quesito da un milione di dollari: a tuo avviso come si svilupperà la seconda parte di campionato? Quali i possibili favoriti nella rincorsa al Mondiale 2013 di Formula 1?

«Vorrei saperlo anch’io! Obiettivamente non è mai stato semplice tentare di indovinare le sorti di una stagione, figurarsi adesso con tutti questi stravolgimenti che interessano la Formula 1. La logica direbbe che Vettel ha una marcia in più rispetto agli altri, ma dobbiamo vedere se e come saprà reagire la Ferrari. Un pilota del calibro di Alonso merita il massimo impegno da parte degli uomini di Maranello».

Cosa ne pensi del marchio Lotus, di nuovo in Formula 1 dopo avere rilevato le strutture del team Renault?

«Per cominciare c’è da dire che Raikkonen e Grosjean stanno facendo del loro meglio per riportare in auge quello che si può definire un vero e proprio brand per gli appassionati di corse. Ricordo con piacere le Lotus con il marchio John Player Special, un simbolo trasversale per i tifosi giovani e meno giovani. La lunga tradizione della Lotus in Formula 1 non si discute e personalmente sono felice di constatare che il lavoro espletato a suo tempo da Colin Chapman continua, mediante il progetto intrapreso da Genii Capital, a dare dei frutti interessanti».

La Formula 1 del 2014 adotterà il motore V6 turbo con doppio sistema di recupero dell’energia cinetica denominato ERS. In pratica si risparmierà il quaranta per cento del carburante rispetto a oggi e si passerà dagli otto motori disponibili ai cinque dell’anno venturo. Il motore sarà più piccolo e con un numero minore di componenti allo scopo di ridurre i costi, tema scottante anche in Formula 1. Di fatto, però, aumenteranno le spese per la produzione di questi propulsori in un momento economico poco favorevole. A volte sembra di giocare con l’ago della bilancia, cioè si aggiusta da una parte e i costi salgono dall’altra… Qual è la tua teoria in proposito?

«Ormai l’establishment che governa la Formula 1 agisce rincorrendo il miraggio di uno spettacolo vendibile alle televisioni. Anche nei rally, d’altronde, c’è chi sta provando a far passare questo messaggio. Gli sportivi sembrano ben contenti di adeguarsi alle norme che regolano il gioco e i guadagni dei top drivers lievitano di conseguenza. Purtroppo le corse richiedono ingenti capitali e alla fine si spende da una parte cercando di rattoppare le eventuali falle dall’altra. Probabilmente quello attuale non è il momento migliore per insistere in questa direzione».

Per concludere la nostra chiacchierata, ti propongo un salto in avanti di due anni. Nel 2015, infatti, rivedremo il tandem McLaren-Honda. Come collochi la scelta della Casa giapponese?

«L’epopea gloriosa delle McLaren Honda di Senna e Prost l’ho vissuta con un certo distacco perché a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta non seguivo da vicino queste  problematiche. Di certo i giapponesi hanno lavorato bene quando si è trattato di fornire i propulsori salvo poi fallire il momento della verità con l’ingresso da costruttori in Formula 1. Sarebbe bello se ci riprovassero, perché un nome come Honda tornerebbe utile all’ambiente. Ora, tra le grandi Case, soltanto la Ferrari e, in tono minore, la Mercedes, hanno compreso quale strada percorrere per catalizzare l’attenzione del proprio pubblico e degli investitori. Una partnership con McLaren dà l’idea di essere meno impegnativa per il marchio di Tokyo dopo le batoste patite da costruttore».