Push in Action incontra Saverio Carillo, ingegnere di Carlin Motorsport

A cura di Ermanno Frassoni

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Push in Action, la «costola» di Push to Rants che ha la pretesa di coinvolgere il lettore in un incontro-intervista con un addetto ai lavori, ritorna sul campo in un tardo pomeriggio infrasettimanale di luglio per intervistare «live», complice un elegante caffè di Torino ubicato in via Po a ridosso di piazza Vittorio Veneto e della Gran Madre, il giovane Saverio Carillo, ambizioso ingegnere meccanico del team Carlin Motorsport trasferitosi da meno di un anno a Farnham, in Gran Bretagna, e approdato nel capoluogo sabaudo per un breve soggiorno.

«Solitamente nel Surrey le temperature si mantengono basse anche in questa stagione – sono le prime parole di Carillo, appena rinfrescate da un temporale estivo che di lì a poco si abbatte sulla boccheggiante Torino disperdendo lungo i portici una fetta della rumorosa calca riversatasi nel centro città – non lo nego, sto facendo parecchia fatica a riabituarmi!».

«Se ho presenziato al weekend del Festival della Velocità di Goodwood? – incalza, divertito, l’ingegnere napoletano di Trevor Carlin – avrei fatto volentieri un salto, ma ero già giunto in Italia dall’aeroporto di Londra-Stansted. Chi ci è andato mi ha detto che si tratta di un’esperienza meravigliosa e unica nel suo genere. Nessun problema, vorrà dire che cercherò di rimediare l’anno venturo».

Ciao Saverio, benvenuto su Push in Action. Qual è il tuo ruolo in Carlin Motorsport?

«Sono responsabile delle attività al simulatore e ciò mi permette di operare a stretto contatto con i piloti che Carlin schiera in GP2, GP3, World Series by Renault e Formula 3 (europea e inglese, ndr). Tra i miei ruoli c’è anche quello del data engineer per quanto attiene al test team, ovverosia quel reparto della squadra che si occupa di gestire e supervisionare le prove in pista. Di solito, quando non sono impegnato con il simulatore, preparo la valigia e vado in pista per seguire i test di Carlin nelle formule addestrative. È un lavoro appassionante che mi sta consentendo di arricchire il mio know-how non senza la gratificante opportunità di affiancare piloti di ottimo livello».

Da Torino, dove hai trascorso gli anni universitari studiando al Politecnico e muovendo quindi i primi passi nel motorsport, a Farnham, nel Surrey d’Oltremanica, cittadina in cui attualmente risiedi, il passo non è poi stato così breve. Quali circostanze ti hanno portato a cogliere un’opportunità professionale nel Regno Unito?

«Nel 2012 il team Torino Motorsport, con sede a Rivalta, decise di ridurre i propri programmi agonistici e per me il lavoro diminuì di conseguenza. Con la squadra di Marco Braghero e Giacomo Notarrigo ho trascorso un paio d’anni come collaboratore nei weekend di gara, intuendo che quello era il momento propizio per abbracciare una nuova avventura professionale. I colleghi più esperti e smaliziati mi suggerirono di tentare la carta della Gran Bretagna: la verità è che, se si vuole fare seriamente questo mestiere, il Regno Unito rappresenta una scelta obbligata. I giocatori di hockey su ghiaccio vanno in Canada, il karting ad alti livelli si fa in Italia e il motorsport vero e proprio bisogna andarlo a respirare Oltremanica. Nella mia agenda avevo qualche contatto e ci ho semplicemente provato! Non nascondo che ero anche impaziente di cambiare, dalla nazione di residenza alla tipologia di lavoro».

Cosa significa lavorare con Trevor Carlin, un’icona e un talent scout per i giovani piloti?

«Premetto che Carlin Motorsport ha una settantina di dipendenti. Una buona parte di essi ha maturato esperienze significative in Formula 1 e lo stesso discorso vale per Trevor, che fondò il team nel 1996. Devo ammettere che all’inizio mi creava qualche imbarazzo soltanto l’idea di potergli rivolgere la parola direttamente, poi però ho scoperto giorno dopo giorno una persona molto disponibile e pronta ad ascoltarmi. Ogni mattina ha l’abitudine di percorrere in lungo e in largo l’intero stabile in cui sorge la fabbrica e di salutare tutti i dipendenti scambiando con loro qualche battuta. È un metodo, estremamente efficace, per motivare il team e rafforzare le dinamiche interne valutando inoltre la soddisfazione del singolo, dal dirigente all’ultimo arrivato. Ricordo che, appena assunto in squadra, andai da Trevor e gli dissi che il suo nome è ben conosciuto da chi opera nel motorsport anche in Italia, ma lui minimizzò la cosa rivelando la sua grande umiltà».

Come vive un giovane ingegnere italiano in Gran Bretagna? Ritieni che nel Belpaese avresti potuto trovare altrettanti sbocchi?

«Credo che, se ami questo mestiere, accetti volentieri qualche compromesso! Dove abito io, a Farnham, che dista meno di ottanta chilometri da Londra, la qualità della vita è buona, tuttavia a fine giornata non c’è molto da fare se non recarsi al pub e bere una pinta di birra in compagnia degli amici e dei colleghi. Nel tempo libero cerco di andare a Londra, che logicamente offre di più, oppure, se è estate e il meteo non suggerisce altrimenti, nella zona di Brighton, nell’East Sussex, una sorta di «riviera» degli inglesi. Dal punto di vista degli sbocchi lavorativi nel comparto motorsport, la Gran Bretagna è perfetta. Mi viene in mente una parola che non mi stancherei mai di ripetere: professionalità. I vari aspetti che compongono il nostro lavoro vengono preparati gradualmente così da impostare passo dopo passo il weekend di gara. Nelle formule italiane, parlo per esperienza personale, spesso alcune squadre tendono a improvvisare perché l’approccio non è paragonabile al modello inglese, difficilmente esportabile altrove per cultura e opportunità».

Sulle piste internazionali hai spesso occasione di conoscere numerosi campioncini del motorsport. Chi ti ha impressionato di più sotto il profilo umano e agonistico?

«È normale che un ragazzo alle prime armi, trovandosi al cospetto di atleti che hanno già avuto successo o stanno affrontando adesso i passi necessari per imporsi nel mondo delle corse, resti un po’ intimidito complici le tante novità incontrate agli inizi della propria carriera. Dopo, però, le cose cambiano e si cominciano a valutare certi aspetti in modo più sereno e oggettivo. Mi sento di spendere qualche parola per Felipe Nasr, 20enne brasiliano del team Carlin che merita un posto di rilievo tra i talenti della GP2: è un ragazzo molto intelligente, dotato di una mentalità aperta oltre che di un’abilità al volante fuori dal comune, tanto che a volte non sembra nemmeno provenire da un ambiente spesso un po’ troppo superficiale. Con lui il confronto è sempre molto stimolante».

Con quali piloti hai modo di interfacciarti quest’anno?

«In Formula 3 ci sono Jordan King, che all’epoca della Formula Renault 2.0 UK ha dimostrato di essere molto veloce, e Jann Mardenborough, che ha cominciato da pilota virtuale salvo poi vincere un concorso e avviare da lì l’avventura nel motorsport reale. Quest’ultimo ha i tratti del volto che ricordano Lewis Hamilton, l’attuale pilota del team Mercedes in Formula 1. Devo poi citare Harry Tincknell e Daniil Kvyat, il talentuoso driver russo che la scorsa settimana è salito sulla Toro Rosso nei test della massima formula andati in scena a Silverstone. Nick Yelloly, che difende i colori di Carlin in GP3, è un altro dei nostri protetti. Nella World Series gli alfieri sono Jazemaan Jaafar e Carlos Huertas, mentre in GP2 la scelta è caduta su Nasr e Jolyon Palmer. Al di là dei nomi, comunque, l’impegno con i tanti giovani presenti nelle categorie formative mi assorbe totalmente, anche perché il team spazia dalla Formula 3 alla GP2 passando per World Series e GP3».

Pensi che Nasr possa interessare ai manager della Formula 1 già in chiave 2014?

«Sono convinto che un pilota del calibro di Felipe non possa che attirare le attenzioni di chi ha voce in capitolo sulle pedine da piazzare nello scacchiere del Circus iridato. È una promessa di questo sport e ha dalla sua parte la giovane età, essendo nato il 21 agosto 1992, oltre al sostegno economico di un importante istituto bancario brasiliano. Gli appoggi, soprattutto di questi tempi, non guastano, e i tasselli del puzzle potrebbero andare a posto nel 2014. Mi ha accennato di abboccamenti con Lotus e Sauber, ma bisognerà vedere quale sarà la migliore opzione per lui da qui ai prossimi mesi, anche in base all’evoluzione del mercato piloti in Formula 1».

Ritieni che nelle categorie addestrative il Belpaese disponga oggi di prospetti capaci di  puntare in alto? A tal proposito, Trevor Carlin lo prenderebbe un italiano bravo?

«Gli inglesi sono propensi a credere che ci siano pochi italiani validi perché i nostri portacolori non avrebbero quella voglia di arrivare e quella adattabilità riscontrabili invece nei ragazzi di altri Paesi. Io ritengo che i connazionali debbano purtroppo scontrarsi con un budget spesso insufficiente per competere ad alti livelli nei teams più blasonati. Basti pensare che due drivers promettenti come Filippi e Valsecchi non sono riusciti a concretizzare l’esordio nei Gran Premi. Il secondo ha buone chances future perché è il terzo pilota della Lotus, eppure il passaggio da titolare in Formula 1 rappresenta uno step difficile da compiere. Quest’anno c’è Raffaele Marciello, supportato da Ferrari Driver Academy, che sta facendo molto bene nella Formula 3 europea con il team Prema. A mio parere, uno dei segreti consiste nel non perdere di vista l’obiettivo: quando ci si monta la testa, e noto che diversi italiani incappano nel tranello, il responso della pista può cambiare improvvisamente senza che il pilota o il team manager riescano a venirne a capo in tempi ragionevoli. Non è che se hai portato a casa un titolo, più o meno importante, puoi sentirti autorizzato a fare richieste esagerate. È fondamentale mantenere i piedi ben piantati per terra. La filosofia di Carlin persegue la ricerca e la valorizzazione dei talenti puri, il Paese di provenienza non conta. Prendiamo il caso di Antònio Félix da Costa, oggi esponente di spicco del Red Bull Junior Team presente nei test di Silverstone nell’abitacolo della RB9 di Webber e Vettel. C’è stato un momento in cui un pilota abile come il portoghese ha rischiato di vedere arenata la propria carriera sulle monoposto, ipotesi scongiurata grazie alla chiamata di Trevor per correre in GP3 e in Formula 3 a Macao. I risultati hanno dato ragione a entrambi ed è stato proprio Carlin a suggerire il nome di Antònio a Helmut Marko, consulente Red Bull, così da indirizzarlo verso un programma top in World Series».

Qual è lo stato dell’arte del motorsport britannico? La Federazione non lesina l’impegno e mi sembra che i talenti crescano bene, ciononostante la storica Formula 3 locale attraversa un momento di profondissima crisi. Cosa puoi dirmi a riguardo?

«La Gran Bretagna vanta uno zoccolo duro di talenti come testimoniato dai numerosi piloti che frequentano le prime posizioni in categorie impegnative quali la GP2 e la GP3. Da ragazzino uno dei miei sogni era quello di andare a lavorare nella Formula 3 inglese, forse perché all’epoca la terza formula d’Oltremanica rappresentava la massima espressione di automobilismo addestrativo in grado di lanciare tanti drivers poi giunti in Formula 1 o comunque diventati professionisti. Oggi lo scenario è mutato completamente e la crisi economica ha colpito anche la patria del motorsport per eccellenza. La Formula Renault 2.0 UK ha chiuso i battenti da tempo e la Formula Ford, fino a pochi anni fa passaggio irrinunciabile per molti kartisti di grido, ha via via perso la propria forza propulsiva. Ci sono poi formule minori che resistono ma di fatto non aiutano i piloti a crescere e anzi li inducono a vivacchiare in schieramenti di partenza che annoverano dieci o dodici partenti. Si tratta di un approccio alla lunga controproducente che non porta alcun giovamento ai concorrenti. L’Auto GP, per esempio, ha ottimi piloti, ma il kit di aggiornamento introdotto quest’anno non ha a mio avviso saputo fare la differenza, tanto che i cronologici sul giro sono scesi soltanto grazie agli pneumatici e non all’aerodinamica. Per avere successo, una categoria dovrebbe poter contare su una vettura valida, un’organizzazione solida e una buona prospettiva in chiave futura: se uno di questi elementi è assente, non vedo come si possa pensare di rimanere a galla. Il momento storico non è favorevole e quindi si avverte l’esigenza di far confluire i talenti in pochi campionati razionalizzando le risorse così da non disperdere le energie. Sotto questo punto di vista la strategia di Gerhard Berger, divenuto il «deus ex machina» della FIA per le formule propedeutiche, è giusta e condivisibile; gli sforzi devono giocoforza convergere sul campionato europeo che non può non sovrastare le serie nazionali ancora esistenti».

Rammento che nel 2009, quando l’allora numero uno della FIA Mosley insisteva sulla linea del famigerato «budget cap» da introdurre l’anno dopo in Formula 1, si vociferò del salto di Carlin nel Circus iridato. Oggi il team avrebbe la forza per affrontare una sfida così impegnativa e totalizzante?

«Ci tengo innanzitutto a sottolineare che alcuni dipendenti di Carlin Motorsport sono tornati a lavorare per Trevor dopo avere sperimentato l’ebbrezza della Formula 1. Il rapporto umano e i ritmi di lavoro possono essere molto diversi, questo perché il team Carlin rappresenta un po’ una grande famiglia e dubito che una condizione simile possa essere riprodotta all’interno del Circus. Guardando le strutture, la galleria del vento e l’autoclave direi che Carlin avrebbe tutto ciò che serve per competere in Formula 1. L’unica discriminante, mi dissero quando sostenni il primo colloquio nella sede del team a Farnham, è data dal budget complessivo. Per il resto non credo che Carlin abbia la volontà di compiere un passo del genere, anche perché la squadra ha sempre avuto obiettivi di formazione dei piloti e non tanto di affermazione del team. Forse all’epoca del «budget cap» Trevor ci avrà fatto un pensierino, ma sinceramente di questo non abbiamo mai parlato. Adesso credo che Carlin Motorsport costituisca soprattutto un bacino da cui attingere per portare gli elementi più meritevoli nelle categorie top dell’automobilismo mondiale».

Da quello che hai potuto constatare finora, c’è differenza tra un ingegnere alle dipendenze di un team impegnato in Formula 1 e un collega che lavora nelle serie minori?

«Spesso le università inglesi promuovono delle iniziative e dei percorsi ben definiti che permettono ai giovani laureati in ingegneria appena usciti dalle facoltà di entrare direttamente in Formula 1 tramite stages o contratti di apprendistato con squadre presenti nel Circus. È la Formula 1 stessa a plasmare il giovane ingegnere indipendentemente dalla sua esperienza di lavoro nel motorsport. In questo modo, per le scuderie della massima categoria c’è il vantaggio di poter formare da zero il neoassunto senza che questi abbia l’opportunità di fare dei paragoni. Per i meccanici il discorso è diverso, perché in Formula 1 di solito si occupano di un settore in particolare, per esempio la ruota posteriore sinistra o la posteriore destra e così via, di conseguenza l’impostazione del lavoro rischia di diventare limitante e monotona. Non sono pochi quelli che, dopo un certo periodo, tornano indietro per svolgere attività più variegate».

Quali consigli daresti ai giovani desiderosi di intraprendere una carriera nel motorsport? Ritieni che sia sufficiente possedere una laurea in ingegneria o delle buone basi da meccanico per inviare un curriculum alle squadre? Inoltre, quali pensi possano essere le figure più richieste in un settore competitivo e parimenti affascinante?

«Lavorare nel motorsport comporta dei sacrifici. Posso dire di non avere scelto questa strada inseguendo un guadagno facile, visto che in Italia ho accettato stipendi bassi e collaborazioni occasionali. È un mondo che si regge su compromessi e bisogna che un giovane sia subito consapevole di questo. Metterei al primo posto una buona dose di grinta e di forza di volontà: questo mestiere si può fare in due modi, da amatori o da professionisti, molto dipende dalle proprie aspettative. Io ho scelto di iniziare una nuova vita in Gran Bretagna, con poche distrazioni e divertimenti, perché sono convinto che o si accetta una sfida in toto oppure è meglio dedicarsi ad altro. Ho bussato a tutte le porte e non ho quasi mai avuto risposta. Ricordo che quando entrai in contatto con Carlin Motorsport fu lo stesso Trevor a dissuadermi circa la possibilità di inviare il mio curriculum via e-mail. Ne ricevono anche troppi! La verità è che se vuoi qualcosa devi avere la voglia di andartela a prendere. Quanti giovani vorrebbero operare nel motorsport? Tantissimi, secondo la mia esperienza. Non basta inviare un curriculum e aspettare che il telefono squilli. In Italia, poi, vieni spesso snobbato perché sei il ragazzo che non ha molte frecce al suo arco mentre il team manager cammina, a torto o a ragione, a due spanne da terra. Occorre conoscere le persone giuste e ottenere la fiducia di chi ti assume dal momento che è un ambiente molto diffidente, dove le informazioni si scambiano con il contagocce. Quella del simulator engineer, che consente al team di raccogliere dati importanti senza dover effettuare le prove in pista, è una figura che sta prendendo piede. Nell’ambito della comunicazione, invece, social network come Facebook e Twitter la fanno da padrone, e chi si occupa di marketing e pubbliche relazioni deve saperne individuare le potenzialità».