Semaforo Verce: con la forza nel polso e la morte nel cuore

yjytKenan Sofuoglu è probabilmente uno dei piloti più dominanti che il motociclismo mondiale abbia offerto al nuovo millennio, capace nelle giornate di grazia di radere al suolo la concorrenza come pochi altri sanno fare. Guida pulita, rara costanza e intelligenza nella battaglia ne hanno fatto una sorta di mostro sacro delle derivate di serie; autore di una stagione in controluce nell’unica chance a lui offerta in Superbike (anno 2008), ha eletto la classe Supersport a suo playground personale e in otto stagioni a tempo pieno nella categoria destinata alle 600cc preparate ha collezionato 33 vittorie (più una nell’ultimo appuntamento del campionato 2008) e quattro titoli mondiali. L’ultimo è arrivato proprio quest’anno, in un rush finale nel quale Kenan ha beneficiato dell’assenza per infortunio del rivale Jules Cluzel e stampato l’allungo decisivo per assicurarsi matematicamente l’iride del poker.

Ma qui ci fermiamo un momento. Rallentiamo e fissiamo un frame, una precisa diapositiva che scorre al rallentatore, come un flashback cinematografico seppiato di nero e oro.

KSWSSTagliato il traguardo della decisiva gara di Magny-Cours, vinta magistralmente da PJ Jacobsen, il runner-up Sofuoglu festeggia con un burn out sotto il muretto box del proprio team, riparte e raggiunge il tornante Adelaide, dove si ferma.
E proprio in quell’istante, come risvegliato da un torpore, mi torna in mente tutto quello che per qualche tempo avevo rimosso; proprio in quell’istante capisco quale sia la verità della vittoria di Kenan. Ad aspettarlo al rampino c’è infatti un gruppo di persone, indossano magliette celebrative e consegnano al pilota un casco sul quale, nella parte posteriore, campeggia una scritta dorata. “Hamza”.

Hamza Sofuoglu è il figlio primogenito di Kenan, morto all’età di quattro mesi a seguito di un’ischemia cerebrale occorsagli alla settima settimana di vita.

unnamedIn quelle cinque lettere gravate sul casco si riassume tutto il dramma della storia di Kenan Sofuoglu, una lunga e aperta tragedia che ha attraversato da cima a fondo l’esistenza sportiva e umana del pilota. Cinque giorni dopo l’emorragia e il ricovero del bimbo, avvenuto Sabato 2 Maggio, il padre si reca a Imola per correre e vince. Vince per Hamza, vince per se stesso, vince perché si lotta su ogni campo, che sia un circuito o un piccolo lettino di ospedale. Non basta, Hamza muore dopo alcune settimane di coma. Kenan in qualche imperscrutabile maniera va avanti e agguanta il Mondiale, dedicato alla memoria del figlio.

La scomparsa di Hamza, pur essendo la più profonda, non è la prima ferita che scalfisce la famiglia Sofuoglu. Kenan aveva già perso entrambi i suoi due fratelli in incidenti motoristici, Bahattin prima (vittima di una collisione automobilistica nel 2002) e Sinan poi (deceduto in pista nel 2008 durante un test per il campionato turco di motociclismo). A legare ulteriormente il centauro turco alla morte, benché bruttissimo da dire, nel 2010 fu proprio lui ad essere chiamato a sostituire lo scomparso Shoya Tomizawa nel team Technomag-CIP in Moto2; fu inoltre testimone della carambola che tolse la vita ad Andrea Antonelli durante la tappa russa del campionato Supersport 2013.

sofuoglu-razgatlioglu-worldchampionsAl di là delle vittorie sportive, la storia di questo (umanamente) sfortunato ragazzo sembra connotarsi come un’escalation di ombre. Proprio dove tutto sembra perduto, però, si accende una luce radiosa. Come Sofuoglu ha assistito all’interruzione di diverse vite e carriere, ecco che ora la sua esperienza e la sua passione sono rivolte a plasmare una carriera nuova e, dunque, a dare forma a una vita. Si tratta di quella del giovane fenomeno Toprak Ratzgatlioglu, campione Superstock 600 all’esordio e di Kenan pupillo ed erede. L’allievo segue il maestro in ogni suo passo, ne condivide grafiche e sponsor, ha avuto la possibilità di emergere partendo da un contesto che storicamente poco ha dato al motorismo quale la Turchia e ora sembra la scommessa per il futuro di Kawasaki, che ha già disposto il suo passaggio in SBK nel 2017 (almeno nelle intenzioni).

Kenan sembra aver abbracciato il doppio ruolo di pilota/manager con gioia, anche se l’impegno potrebbe avere delle ripercussioni sulla sua attività in pista. Accomodatosi ormai nella categoria che è il suo regno, sarà difficile vederlo affrontare un nuovo salto in Superbike o in altri campionati nel prossimo futuro (l’idea di trovarlo in una squadra tutta turca in coppia con Ratzgatlioglu resta comunque allettante, benché di improbabile realizzazione). Nel suo “immobilismo”, però, potrebbe in parte ritrovarsi a rinverdire un’abitudine comune nel motociclismo di un tempo: la visione della carriera non come necessaria scalata verso la classe più importante, ma l’affermazione nella propria cilindrata di appartenenza, nell’ambiente che più è congeniale al pilota e nel quale egli compete per tutta la carriera. Lo fece, per esempio, gente come Angel Nieto, re delle piccole cilindrate nel Motomondiale del tempo che fu.

In tutto questo, attraverso tutto e nonostante tutto, Kenan Sofuoglu continua a correre mascherando le cicatrici e guidando come ha sempre ha fatto. Con la forza nel polso e la morte nel cuore.

Edoardo Vercellesi – Twitter: @edoverce97