Semaforo Verce – Eroi temporanei, estemporanei, contemporanei

Viaggio nel tempo di una quindicina d’anni. Ero piccolo e mi ritrovai in casa, tra le varie videocassette, i resoconti dei mondiali Superbike dal 2001 al 2003. La stagione 2001, in particolare, fu per me di grande interesse per via delle sei vittorie del mio idolo di infanzia Ben Bostrom, cinque delle quali consecutive. E’ quindi in quegli anni e grazie a quelle VHS che nacquero alcuni dei miei tarli, uno che ha fatto il suo tempo ed è parte dei miei primi anni da appassionato (l’apprezzamento verso i piloti statunitensi) e uno che invece mi perseguita tuttora, ovvero l’attenzione per il fenomeno delle wild card. Nicky Hayden rispondeva ad entrambi i requisiti quando si presentò ai nastri di partenza del round di Laguna Seca 2002, terminando a punti in entrambe le gare con quella tabella porta numero un po’ così appiccicata sulla meravigliosa Honda VTR-2.

Se mi chiedessero di raccontare chi fosse Nicky Hayden, risponderei innanzitutto che era un figo. Era irrimediabilmente affascinante per la naturalezza del suo sorriso e un taglio degli occhi che non ammetteva repliche, per l’accento del Kentucky e gli innumerevoli I mean, you know che punteggiavano i suoi discorsi, per la genuinità delle sue reazioni. Era veramente easy, cool, funky, era la versione moderna e corsaiola del Fonzie di Happy Days. Ha sempre corso con delle tute stupende, la Dainese che ha vestito lo scorso anno in SBK credo sia una delle più belle che abbia mai visto. Ricordo tante cose di lui che poco hanno a che fare con la sua carriera perché prima ancora che per i risultati in pista, Hayden mi ha sempre attirato per questa sua esteriorità dirompente, seppur semplice, per il suo essere personaggio in maniera assolutamente innata e involontaria.

Aveva, insomma, un alone semi-eroico. Gli eroi sono celebri per le loro imprese e in un certo senso anche il titolo vinto da Nicky ha i connotati dell’impresa: in primis perché, per quanto fosse pilota ufficiale Honda, era un outsider; poi perché tanti episodi rocamboleschi hanno generato una stagione “strana”, dalle sfortune di Valentino Rossi al finale folle di Assen, dall’attacco fratricida di Daniel Pedrosa alla resa dei conti di Valencia. D’altro canto, come gli eroi non muoiono quasi mai in maniera convenzionale (e per favore, perdonate la banalità dell’affermazione), anche Hayden è andato incontro a una fine improbabile.

Non contano nulla, adesso, l’attribuzione della colpa dell’incidente e lo stop rispettato o meno, contano solo per lenire il senso di colpa di chi forse (se esente da responsabilità) si è trovato coinvolto nella morte di un uomo. E’ abbastanza terra terra anche il “ha rischiato la vita a trecento all’ora su una moto e non si è mai fatto nulla…”; è vero, è anche un po’ paradossale, ma in questi giorni lo si è sentito tanto da dare il voltastomaco. A mio parere il vero destino paradossale di un pilota sarebbe rimanere immobile in eterno dopo aver vissuto nel culto del movimento. Nella mia personale visione, dunque, è meglio spegnere per sempre una luce piuttosto che lasciarla illuminare una stanza vuota, lo pensai alla morte di Jules Bianchi e torno a farlo quest’oggi.

Nicky Hayden è stato un campione a sorpresa, che ha vissuto sulla breccia in quella singola stagione per poi tornare ad essere un comprimario o quasi. Uno sfavorito che ha potuto essere acclamato nel suo tempo e che potrà essere ricordato in futuro alla luce di ciò che ha compiuto. Come altri nella storia, una macchia di colore in un mondo fatto di fenomeni e domini. Un eroe temporaneo, estemporaneo e contemporaneo, perché si può essere eroi anche solo per un giorno.

“Though nothing, nothing will keep us together
We can beat them, forever and ever
We can be heroes, just for one day”
(David Bowie – “Heroes”)

Edoardo Vercellesi – Twitter: @edoverce97
Grazie a Luca Gorini – Gorini’s Photos