Semaforo Verce: in trincea al Tamburello

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Il motorsport è fatto di competizioni e risultati, ma è soprattutto questione di sentimento. Perché sono le emozioni che la corsa regala a chi la ama a rendere solida la passione, a essere fondamento del movimento. E se è vero che “l’edificio immenso del ricordo”, per citare Proust, è capace di resistere allo scorrere del tempo, allora raccontare il ricordo diventa ancora più bello dello sport in sé. Per questo, probabilmente, ci piace raccontare storie, tramandate, lette o vissute in prima persona come quella riportata qui sotto.

Imola, 27 o 28 Luglio 2013, francamente non ricordo. La mia prima volta da spettatore in una gara del CIV, con la fortuna di avere un Cicerone d’eccezione: Luca Gorini, di cui già avrete potuto fare la conoscenza su queste pagine. Il resto lo lascerei al racconto, scritto in una delle tante torride notti di un’estate da adolescente, luci spente, la città fuori, un tablet tra le mani e alcune meravigliose memorie. Quanto allo stile… vi prego di concedere qualche attenuante a un allora sedicenne.

Libellule, ragni, zanzare e qualche rara vespa compongono la (poco) variegata fauna di un passaggio per carri attrezzi in terra battuta. Si tratta di un corridoio un po’ dismesso ricavato tra una fila di alberi e una di reti, decorato da lattine di birra vuote e mezze insabbiate. Chissà per quanti insetti quelle latte rappresentano una casa.

995743_576689719040357_1353082675_nPochi metri dietro di noi ristagnano le acque verdi del Santerno, popolato, secondo la brillante e inconfutabile tesi di Luca, da pesci con le branchie; pochi metri di fronte, invece, la ghiaia della via di fuga della variante del Tamburello si spaccia per un camino, buttando fuori calore e illuminando tutt’intorno. Peccato che del piacevole tepore e della rifrangenza dei sassolini ce ne facciamo ben poco: il meteo ci spara quasi quaranta gradi per i cavoli suoi e già il non essermi liquefatto passeggiando furbescamente a mezzogiorno nel paddock deserto, sia per la (poca) presenza umana che per la temperatura simil-sahariana percepita, è una conquista rimarchevole. E pensare che quei maledetti avevano le piscine fuori dalle tende, mentre io giravo conciato come Lawrence d’Arabia con l’asciugamano incastrato sotto il cappello e sembravo pronto a partire per il Camel Trophy.

Per fortuna lì nel nostro rifugio godiamo di una discreta ombra garantitaci dalle chiome cascanti dei carrubi, che se non ci facessero questo favore ci piacerebbe tanto tagliare per non sentire più l’assordante frastuono delle cicale che vi abitano. L’accesso a quel vicoletto sarebbe vietato al pubblico, ma è un dettaglio su cui anche i commissari di pista soprassiedono volentieri. Lì si trova un grosso buco nella rete metallica arrugginita, un richiamo irresistibile per un appassionato fotografo come Luca.

Accetto volentieri un panino al salame offerto da suo padre Celestino e mi idrato con l’acqua che mi ero portato da casa, non dico calda come il piscio ma certamente ben altra cosa rispetto ad una bottiglia fresca di frigorifero. Il calore ci convince a liberarci delle magliette e sotto un sole a picco, alle ore quattordici, scendono in pista le moto della Superbike (o forse si chiamano Superstock, non ho ancora ben capito. Sia maledetto in eterno il regolamento del campionato italiano…).

970848_576689975706998_1303605482_nZoom di qui, messe a fuoco di là. Luca scatta tante istantanee che non le conto più e fa fumare il pulsante della sua Nikon come il grilletto di un revolver, da serial killer dei negativi quale lui è. Be’, in realtà la sua è una macchina digitale, ma perché far perdere quel fascino e quell’aura di mistero tipica del mondo della fotografia ai tempi della celluloide?

Passano i giri, le gare, i flash e le chiacchiere tra appassionati, ma soprattutto amici. In tre ore ho vinto la battaglia contro le zanzare, trucidandone due, e perso a nascondino con le cicale, che evidentemente devono avere una certa parentela con i camaleonti. Ma è già ora di tornare all’ovile, qualche centinaio di chilometri più a nord. Giornate come questa lasciano il sorriso sulle labbra, malgrado la canicola ci abbia incrostati di un velo di sudore. Un saluto veloce a padre e figlio, che la Stock 600 è già partita, e la promessa di rivederci al più presto.

Ah, ho persino imparato qualcosa oggi: l’attraversamento pedonale alla pesarese, qualunque cosa sia, è potenzialmente mortale nelle grandi città. Luca docet.

Edoardo Vercellesi – Twitter: @edoverce97
Photo credits: Gorini’s Photos