Semaforo Verce – Intervista a Davide Pizzoli: “con Laglisse torno a casa”

13557709_1187605027939490_5540823401506732576_nDavide Pizzoli suona la carica. Dopo un inizio di stagione complesso, complicato anche da un “rognoso” infortunio (frattura dell’astragalo del piede destro), il pilota romano è tornato sui suoi passi lasciando il team di Alex Rins per essere riaccolto a braccia aperte dall’Academy Laglisse, squadra con cui ha corso nelle prime due annate di CEV (2014 e 2015). A partire dal round di Albacete, “Dadda” è tornato a guidare la KTM versione 2014 con cui aveva trovato buon feeling lo scorso anno.

Abbiamo raggiunto Davide durante una sessione di allenamento in bicicletta sul circuito di Jerez. “A Roma non posso usare troppo la bici”, dice, “le strade non me lo permettono, le buche, il traffico. Qui invece è molto più semplice ed è un tipo di allenamento che sfrutto molto”.

Innanzitutto, come stai? A che punto è la guarigione dall’infortunio?
“Sono passati quasi tre mesi ormai, la frattura è a posto e io sto bene. Ho praticamente perso metà campionato perché nelle prime gare soffrivo molto il dolore, l’astragalo è un osso su cui si spinge tanto andando in moto. Sto cercando di sfruttare questi due mesi di stop per riprendermi bene. Il problema è che fatico tanto livello di resistenza, dopo un po’ comincio a sentire la fatica.”

13015150_1139725766060750_4097033166703251944_nAndiamo subito al sodo: quali sono le ragioni che ti hanno spinto a cambiare team?
“Non è una questione di ambiente, nel team di Rins ci sono brave persone, però eravamo cinque piloti: per quanto una squadra possa essere organizzata, non è proprio come avere solo due moto su cui concentrarsi. In più è una scuderia giovane; Rins di esperienza ne ha, ma più come pilota che come team. Ho deciso di tornare da Laglisse perché ci ho corso per due stagioni, mi hanno fatto crescere tanto e con loro mi trovo benissimo. Voglio tornare ad andare forte ed essere in forma come l’anno scorso”.

A proposito di Alex Rins, quanto partecipa alla vita della sua squadra? E’ impegnato in maniera attiva o è più una sorta di prestanome?
“Diciamo che è un pilota molto impegnato, il prossimo anno sarà in MotoGP e attualmente si gioca il mondiale Moto2. Ovviamente non può essere presente al 100% con i suoi piloti e lo capisco, anche perché sono sparsi in diversi paesi mentre la squadra ha sede in Spagna. Ci ha seguito in alcune gare per darci qualche consiglio, ma per ovvie ragioni non può affrontare tutto in prima persona e ha dovuto delegare la gestione a uno staff”.

Approdando in Laglisse hai lasciato la KTM in versione 2015 per tornare sulla 2014. Che differenze ci sono tra le due moto?
“Eh, la differenza non è piccola. L’anno scorso guidavo la 2014 e non pensavo che il salto sarebbe stato così grande, ma me ne sono reso conto adesso passando alla versione più aggiornata e poi tornando sulla più vecchia. Il gap è grande a livello di motore e di cambio, che sulla 2015 è molto più “MotoGP”: in uscita di curva le marce entrano più facilmente una dopo l’altra e ti fanno prendere tanti metri. Anche il telaio presenta delle differenze. Le moto in sostanza sembrano simili, ma stare davanti con la 2014 costa ben più fatica”.

13690717_10207103475169664_9152464395000587606_nAd Albacete come ti sei trovato?
“Mi sono ritrovato subito, come se non me fossi mai andato, le persone del team mi hanno accolto benissimo. Dalla Porta e Fernandez con la moto 2015 hanno fatto dei temponi; io con la moto dell’anno scorso ho fatto lo stesso tempo che nella passata stagione mi era bastato per la quinta posizione in qualifica, mentre quest’anno non è valso nemmeno i primi quindici posti. Nel 2015 lottavo con Mir, Canet e gli altri, stavolta lottavo per la zona punti. Ho cercato di fare almeno quello, non stavo benissimo fisicamente e dopo 13/14 giri sentivo tanta stanchezza. Penso che mettendomi in forma potrei provare a stare davanti anche con questa moto, ma ci vuole davvero la condizione fisica perché è più dura”.

In che modo ti aiuta il fatto di esserti trasferito a Jerez?
“Sono più distante dalla mia vita quotidiana e gli amici, ma proprio per questo mi distraggo meno. Riesco a rimanere più concentrato sugli allenamenti, sulla dieta e tutto quanto. La mattina mi sveglio e vado in bici, poi vado a correre, la sera nuoto. Sfrutto il fatto di essere qui per allenarmi tutto il giorno, vista anche la situazione di Albacete. Ripeto, devo essere in forma il doppio degli altri per fare bene con questa moto”.

Aver partecipato a qualche gara del mondiale come wild card ti è servito a livello di esperienza? Cosa ti ha insegnato?
“Gareggiare nel mondiale è il sogno di tutti e in primis mi sono divertito a farlo, stando a contatto con personaggi di un certo tipo. Ho acquisito tanta esperienza perché non è facile stare al passo: anche se hai la stessa moto degli altri, corri comunque contro i migliori piloti del mondo nella loro categoria. Vanno forte tutti e tutti hanno voglia,13096279_1144093618957298_5584965662779162872_n per questo la Moto3 è un po’ una guerra e devi dare il massimo fin dal venerdì. Il difficile è non sbagliare niente per tutta la gara, perché qualche giro al livello degli altri lo puoi anche fare, ma per mantenere il ritmo nella maggior parte dei casi serve l’esperienza”.

Quanto al CEV, qual è il livello adesso? E’ cambiato qualcosa da quando il campionato ha assunto valenza mondiale?
“Non è cambiato granché, il livello era già estremamente alto prima, con piloti da tutto il mondo che lo rendevano comunque un “mundialito”. La denominazione mondiale credo abbia dato una motivazione in più a chi ci corre; stare davanti a tutti in un mondiale, pur se juniores, è un onore di ben altro spessore. Di anno in anno il livello medio si alza, ma più che un fatto di piloti penso sia dovuto alle moto, che sono sempre più veloci e sofisticate. Certe moto vanno davvero come dei treni e ovviamente c’è chi ha materiale migliore degli altri, che invece devono sopperire con l’impegno, il sacrificio, l’allenamento, magari anche sperando in un miglioramento per l’anno successivo”.

L’ingresso di Dorna nell’organizzazione ha rappresentato una svolta a livello di ambiente? Se sì, in che senso?
“Rispetto al paddock di un campionato nazionale non c’è paragone. Nel CEV si respira un’altra aria e non saprei identificare un elemento di diversità in particolare, una motivazione. C’è un’aria di competizione più simile a quella del mondiale. In realtà l’arrivo di Dorna non ha cambiato molto, perché il livello era già buono prima e il paddock, che assomigliava già a quello del mondiale, è rimasto più o meno lo stesso. Credo poi che il CEV ti prepari più di un campionato nazionale”.

13418697_1194691790564287_1353401646856249455_nCosa puoi dirci sui rapporti umani all’interno del paddock, con piloti e non solo?
“Per come la vedo io, nel CEV riusciamo a non viverci tutti come nemici, ma come amici che si aiutano e si confrontano su chi sia più pronto o si stia preparando meglio per il grande salto nel mondiale. Perché andare fuori dal paddock e parlare male degli altri piloti? Non è bello e non dovrebbe essere così. Ho un bel rapporto con Dalla Porta, siamo amici e una volta ci siamo anche allenati insieme; si va d’accordo anche con Foggia, Fernandez, i piloti dei team Rins e Leopard. Ci incontriamo nel paddock e ci facciamo una camminata insieme, prendiamo un caffè, eccetera. Non c’è la cultura del nemico: gli altri piloti non sono dei nemici da battere per forza, loro non vogliono battere necessariamente te. E’ un fatto di obiettivi in comune, il pilota pensa al proprio futuro e vince per se stesso”.

Mancano tre appuntamenti alla fine del campionato. Il tuo obiettivo?
“Non dico stare nei primi tre, ma riagganciare le prime cinque posizioni sarebbe un bel risultato. Devo lavorare tanto fisicamente per arrivarci, ho bisogno di essere preparato anche più degli altri”.

Edoardo Vercellesi – Twitter: @edoverce97