Semaforo Verce: Marquez caravan

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Che Marc Marquez fosse il candidato numero uno alla vittoria del Gran Premio di Indianapolis, giunto ormai alla sua ultima edizione, lo dimostravano i dati emersi dalle prove e il suo storico: con due vittorie su due all’attivo nella Classe Regina, il nativo di Cervera ha posto le basi per il terzo successo nel catino dell’Indiana mostrando un ritmo indiavolato nelle libere, sia a livello di passo gara che di giro secco, e conquistando la pole position in qualifica. A tutto ciò va aggiunta la fiducia ritrovata in concomitanza con il ritorno al meno rigido telaio 2014, tradottasi prima nella battaglia con Valentino Rossi ad Assen e poi con il trionfo del Sachsenring.

Nulla di strano, dunque, nel vederlo ottenere la seconda affermazione consecutiva in stagione; più interessante concentrarsi sul come.

Da diverso tempo a questa parte, forse per ovviare alla mancanza di feeling col mezzo sofferta nel primo scorcio di stagione, forse per evitare di ripetere i molteplici errori commessi in conseguenza di ciò, Marquez pare aver implementato nella propria condotta di gara una dose di razionalità che gli era sconosciuta. Sconosciuta o, per meglio dire, non riconosciuta, sottovalutata e nascosta da una guida irruente e sporca tanto da apparire nervosa. Il bi-campione in carica trasmette ora a pelle una padronanza degli eventi e una visione di gara superiori al passato, molto più percepibili anche attraverso lo schermo della televisione.

La gara di Indy può rappresentare un esempio efficace. Alla partenza Jorge Lorenzo imbocca un ottimo start e si garantisce l’holeshot, comandando il plotone alla prima curva e cercando da subito di imporre il proprio ritmo. Lo fa sempre, lo sanno tutti. Anche Marc lo sa e, conscio dei mezzi a sua disposizione, si accoda al maiorchino, lo studia, gli mette pressione togliendone a se stesso, lascia che sia lui a fare il lavoro sporco. Praticamente è come se avesse campionato il suono della Honda #93 e lo avesse inserito in loop nell’mp3 del “povero” Jorge: per quasi tutta la durata della corsa la “roulotte Marquez” rimane agganciata all’avversario come un rimorchio ad una motrice, salvo poi sferrare l’attacco a tre tornate dalla fine; la tattica funziona e le scaramucce tra i due finiscono a favore la formica catalana, che proprio come nel celebre racconto si scopre paziente amministratrice e vede premiata la cautela.

La gestione oculata della superiorità può essere un punto di svolta chiave nella carriera di Marquez, da sempre abituato ad andare più forte di tutti, ma spesso tendente all’eccesso. Quest’anno i suoi rivali hanno potuto beneficiare di qualche suo sporadico blackout, ma il ragazzo impara in fretta. Come quando, nel 2013, si ritrovò a guidare per la prima volta la sua RC213V sul bagnato di Le Mans e in gara sbagliò tanto, quasi da dare l’idea di non riuscire a stare sulla moto, poi prese gusto e confidenza, cominciò a tirare sul serio e risalì la china finendo terzo. Dovesse imparare anche a calcolare davvero… be’, signori, buona fortuna.

Edoardo Vercellesi (Twitter: @edoverce97)