Semaforo Verce: Vito, padre della mia passione

Dopo troppo tempo torno a dar vita alle parole virtuali di Semaforo Verce, questa volta con un tono che già dalla partenza risulta un po’ diverso dal solito. Oggi non si parla di gare, non si parla di motori che ruggiscono e non si fa polemica sui mali che affliggono il nostro sport. Quello che leggerete, a voi piacendo, è una pagina di diario, un pezzo di cuore, uno scritto personale nato dalla necessità di ripercorrere le tappe della mia ancor breve vita di appassionato, ma soprattutto dalla volontà di omaggiare colui grazie al quale tutto è nato e senza il quale ora, molto probabilmente, non sarei qui a trattare di motorsport.

Quando mi vide per la prima volta, ancora avvolto tra le coperte di una culla d’ospedale, un amico dei miei genitori esclamò: “assomiglia a Vito!”. Si trattò, ovviamente, solo di una battuta, ma ripensandoci a distanza di qualche anno assume i connotati di una sorta di presagio, un’inconsapevole e involontaria investitura a poche ore dalla mia nascita. Perché, dentro di me, qualcosa di Vito l’avevo davvero.

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Vito era, all’epoca, il nostro vicino di casa (o meglio, il nostro dirimpettaio) ma soprattutto un grande appassionato di moto. Tester, giornalista, amante di biciclette e derivate di serie, è il mio “padre putativo” per quanto riguarda i motori; fu lui a introdurmi al magico mondo delle due e delle quattro ruote, tirando fuori quella passione che giaceva latente in me nell’attesa di emergere. Come un seme da innaffiare e far tramutare in fiore.

La scintilla venne da un videogioco. Non ne ricordo il nome, ma si trattava del simulatore ufficiale del campionato Superbike. Piccolo com’ero (avrò avuto tre, forse quattro anni) non riuscivo a giocarci da solo, così mi sedevo sulle gambe di Vito e osservavo con gli occhi grandi e curiosi dei bambini quelle stupende figure muoversi sullo schermo del computer. Iniziai a memorizzare i nomi di piloti, moto e circuiti, crescendo con il mito di centauri come Chili, Hodgson, Yanagawa e soprattutto Ben Bostrom. Il mio percorso fu atipico: conobbi prima le derivate e solo in un secondo momento, per “osmosi”, il Motomondiale.

Gli anni passavano, le case cambiavano (la mia) ma la sostanza restava la stessa. Ogni nostro incontro sfociava immancabilmente in ore di chiacchiere e commenti su gare, notizie e chi più ne ha, più ne metta.

Conscio del mio smodato amore per l’universo delle due ruote, Vito riuscì ad organizzarmi un incontro con un personaggio molto speciale e fu così che in una fredda serata milanese di inizio Novembre 2008 un paffuto undicenne conobbe il fresco campione del mondo della 250, Marco Simoncelli. Fu un breve ma intenso e decisivo rendez-vous nel quale capii che io da grande volevo vivere tra quella gente lì, maturando il sogno di diventare, un giorno, giornalista. Inutile parlare di quanto quell’incontro significò per me, soprattutto quando crebbi e mi resi veramente conto dell’accaduto, e di come mi sentii tre anni dopo a piangere un giovane uomo che sentivo un po’ mio amico.

Con il tempo mi appassionai al ruspante panorama delle corse su strada, Tourist Trophy in primis. Anche in questo caso, neanche a dirlo, il merito fu tutto di Vito: un giorno mi fece vedere un DVD sulla mitica corsa dell’Isola di Man e io rimasi affascinato dai passaggi a quasi trecento all’ora tra i muretti e dalla sua filosofia così diversa da quella delle gare su pista odierne, con meno soldi in ballo ma paradossalmente più ricca in quanto a genuinità, condivisione, rispetto. Una filosofia che ricorda il modo di fare dei paddock di una volta, quelli “vino, pane e salame” che in parte rimpiango di non aver potuto vivere. Dopo il primo contatto con il TT (al quale ci siamo ripromessi, un giorno, di assistere dal vivo) iniziai a scoprire chi fossero i suoi protagonisti, personaggi del calibro di McGuinness, Martin, Molineux e leggende come David Jeffries, Mike Hailwood e, su tutti, “Yer Maun” Joey Dunlop.

La nostra ultima avventura in pista risale all’anno scorso ed è stata il Gran Premio d’Italia al Mugello, la mia “prima volta” ad una gara del Mondiale. Che bella l’atmosfera frizzante del dietro le quinte, della grande famiglia dei motociclisti, ma soprattutto che piacere il viaggio verso l’autodromo, passato a parlare di motori e ad ascoltare Vito raccontare delle sue “imprese ciclistiche” sui vicini Passi della Futa e del Giogo. Perché saranno passati oltre dieci anni, saremo cresciuti o invecchiati, ma alla fine siamo sempre gli stessi. E io, in fondo, mi sento ancora quel bambino con i capelli corti che sognava davanti ad un manubrio di plastica.