Il “sacrificio” di Sean Edwards non sia vano

La notizia colpisce con la violenza di una pugnalata al cuore. Sean Edwards ha perso la vita questa mattina durante un test privato sul tracciato del Queensland Raceway di Willowbank, in Australia.

Il britannico stava svolgendo attività di “drive coaching” ed al volante della Porsche 996 designata per la prova si trovava Will Holzheimer, figlio del titolare della Dellow Racing (la scuderia che organizzava la sessione). Stando alle prime ricostruzioni, ancora poco dettagliate, la vettura è uscita di pista impattando violentemente contro le barriere, tanto da demolire tutto l’avantreno (fino quasi oltre la metà della vettura) e prendere quasi istantaneamente fuoco. Sembra che Edwards sia deceduto sul colpo mentre l’appena ventenne pilota di casa è rimasto intrappolato tra i rottami dell’auto per circa due ore prima di essere liberato grazie all’intervento del personale del circuito e dei pompieri. Holzheimer, la cui famiglia era presente sul luogo dell’incidente, è stato ricoverato in ospedale, nel reparto di terapia intensiva, e versa in condizioni molto gravi.

Sean Edwards, da anni legato al marchio Porsche, è noto ai più per essere (tuttora) il leader del campionato Porsche SuperCup, serie di contorno in molti weekend della Formula 1; il ventiseienne londinese sarebbe approdato ad Abu Dhabi, ultimo round stagionale, con la possibilità di amministrare un vantaggio di diciotto punti sugli inseguitori. Quest’anno, inoltre, Edwards era impegnato nella American Le Mans Series con un’altra vettura della Casa di Weissach, la 997 del team Momo NGT Competition, che condivideva con Henrique Cisneros. Nella sua bacheca anche la vittoria all’ultima 24 Ore del Nurburgring, ottenuta al volante di una Mercedes SLS GT3.

Corsi e ricorsi storici avvolgono la tragedia. Non solo Sean corre l’agrodolce rischio di essere annoverato nella ristretta cerchia di campioni postumi (come Jochen Rindt, per citare il caso più famoso) ma il suo incidente riporta anche in auge un tema spinoso che risale, nella sua manifestazione più conclamata, al botto che costò la vita al nostro connazionale Elio De Angelis: la sicurezza nei test privati. Elio, al volante della celebre Brabham definita “sogliola”, trovò la morte al Paul Ricard di Le Castellet, in Francia, durante una sessione di prove interna al team con personale di pista ridotto all’osso e le abituali barriere di protezione non installate.

E’ difficile, anzi, ancora impossibile vista la mancanza di notizie certe, muovere delle critiche agli addetti ai lavori del Queensland Raceway e accusare l’impianto di qualsivoglia mancanza. Resta però il fatto che impianti “piccoli” e poco attrezzati come quello di Willowbank costituiscono la grandissima maggioranza delle piste del mondo e sicuramente non si può procedere alla loro messa in sicurezza in blocco. Cosa si può fare quindi per evitare certi avvenimenti?

Come tutte le morti, in pista e non, anche quella di Sean Edwards deve essere un’occasione per riflettere. Sui tracciati, sulle macchine, sui piloti, sul senso dello sport che amiamo. Il miglior modo per onorare i nostri fratelli caduti è fare sì che il loro sacrificio non sia vano.